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Giorgio Cremaschi
L'annosa vertenza sul rapporto di lavoro dei dipendenti dei
call-center di Atesia è giunta a un nodo cruciale. A seconda di come
essa si evolverà, i destini di tutto il mondo del lavoro precario
potranno cominciare a migliorare, oppure continueranno ad andare
male.
Atesia e Lavoro: Il re è nudo
Riassumiamo innanzitutto i fatti. Pochi giorni fa è stata resa nota
la relazione degli ispettori del lavoro, che erano stati
interpellati dai lavoratori, nell'ambito di un'iniziativa promossa
dal collettivo precari e dai Cobas. Il parere degli ispettori è
inequivocabile. Nel più grande call-center italiano, la Mirafiori
dei telefoni, non ha senso parlare di lavoro autonomo: siamo di
fronte alla più tradizionale delle forme di lavoro subordinato. Dopo
tanto tempo finalmente è chiaro che co.co.co. e co.co.pro.
mascherano supersfruttamento ed evasione contributiva. Del resto il
lavoro nei call-center è quanto di più taylorista si possa
immaginare nell'ambito delle nuove tecnologie. Ritmi, orari,
modalità di lavoro sono totalmente determinati dall'azienda che, non
a caso, usa le stesse terminologie con le quali oggi si governa la
catena di montaggio nella produzione manifatturiera.
Lo stesso utilizzo del part-time è semplicemente una forma di
supersfruttamento. Infatti non è possibile parlare per 8 ore di
seguito al telefono, senza entrare nell'assurdo. Per questo le
aziende limitano la durata del lavoro a 4 o eccezionalmente a 5 o 6
ore. E' questa una prestazione completa, che andrebbe retribuita
come il normale lavoro di 8 ore, comprendendo pause e riposi. Invece
nei call-center si paga solo la prestazione viva, cioè tutto il
tempo di riposo è a carico del lavoratore. Anzi, della lavoratrice,
perché l'altro aspetto fondamentale di questo come di tanti altri
lavori precari, è che il basso salario, gli orari ultraflessibili,
l'autoritarismo, sono imposti prima di tutto alle donne.
Si potrebbe discutere a lungo per capire come è stato possibile che
la dipendenza di quelle lavoratrici e di quei lavoratori
dall'azienda, venisse trasformata in collaborazione autonoma. Solo
il potere subliminale dell'ideologia del liberismo e dell'impresa
può spiegare una cantonata sociale di queste dimensioni. Di cui per
anni lavoratrici e lavoratori hanno dovuto subire i danni salariali
e normativi. Ora il parere degli ispettori del lavoro parrebbe porre
fine a questa truffa legalizzata. Come nella fiaba, all'improvviso
tutti si accorgono che il re è nudo. E invece non è così.
Il ministro del Lavoro finora non è stato in grado di difendere
l'operato dei suoi ispettori. Anche perché, con una precedente
circolare, aveva stabilito un assurdo principio per cui il
lavoratore che riceve la telefonata è dipendente e quello che la fa
è autonomo. Esponenti della maggioranza di governo hanno sostenuto
che non si può esagerare nel porre vincoli alla flessibilità.
L'opposizione, come al solito, ha detto che la flessibilità non
basta mai. Eppure c'è un'istituzione dello Stato che ha
semplicemente verificato che i lavoratori del call-center sono
trattati illegalmente, anche nell'ambito della legislazione
berlusconiana. Si dovrebbe tutti gioire per questa ritrovata
funzione del servizio pubblico. Invece non succede. Pietro Ichino
propone il licenziamento dei dipendenti pubblici nel nome
dell'efficienza, mentre ignora completamente l'azione rigorosa ed
efficiente dei pubblici ispettori rispetto ad Atesia. Così si
esprime il vero spirito delle leggi attuali. La Legge 30 e le altre
norme che hanno diffuso e legalizzato la precarietà, hanno mandato a
tutti un segnale inequivocabile: col lavoro si può fare quel che si
vuole. Per cui gli ispettori, che in fondo applicano la Legge 30,
vengono accusati di metterla in discussione perché non hanno
compreso quello che la legge davvero vuole.
Tutto questo spiega perché bisogna abrogare quella legge, se si
vogliono davvero cambiare le cose. Occorre che tutti coloro che sono
diventati straricchi con il supersfruttamento, capiscano che la
festa è finita. Lo stesso segnale che si comincia a dare con il
fisco, va dato oggi per il lavoro.
Occorre una nuova politica pubblica a tutela della salute e della
sicurezza del lavoro, utilizzando tutte le risorse già esistenti
nella pubblica amministrazione e, se necessario, incrementadole. La
lotta all'evasione contributiva permetterebbe di migliorare i conti
dell'Inps al punto non solo di non dover effettuare tagli, ma di
garantire un trattamento pensionistico dignitoso a chi non ce l'ha o
rischia di non averlo.
Purtroppo però quando si tratta del lavoro e del suo valore, la
politica va in tilt. Essa pare entrare in una sorta di zona a
responsabilità limitata, ove tutto quello che normalmente si dice
per altri temi, non può più essere affermato. Atesia dipende in gran
parte dalla Telecom, da cui nasce come appalto. I soldi che lì
vengono risparmiati sui lavoratori finiscono nel mare magno dei
grandi profitti della telefonia, dei mass media, della pubblicità.
Se c'è un settore ove l'ingiustizia è più clamorosa e l'impresa è
più priva di responsabilità sociale esso è proprio quello che vede,
alla fine della catena del valore, gli addetti ai call-center con i
loro sette anni medi di lavoro precario e i 400 euro al mese di
retribuzione. Ma proprio qui sta la difficoltà della politica. Far
valere il parere degli ispettori del lavoro non significa soltanto
compiere un atto di sacrosanta giustizia, ma spingere il sistema
delle imprese a diventare ben diverso da come è oggi.
La vicenda Atesia, infine, lancia anche un segnale forte al
sindacato confederale. L'ultimo accordo sottoscritto da Cgil, Cisl,
Uil prima dell'intervento degli ispettori e neppure sottoposto al
voto di lavoratori, è stato un vero disastro. Si è subita totalmente
la logica dell'impresa, cercando solo di mettere qualche pezza qua e
là. Ora il parere degli ispettori dovrebbe servire per rivendicare
l'estensione a tutte e a tutti del rapporto di lavoro subordinato.
Invece alcune dichiarazioni, soprattutto da parte di esponenti di
Cisl e Uil, quasi infastidite per l'intervento della pubblica
autorità, nascondono una concezione dell'azione sindacale che va
respinta. La contrattazione non può essere paragonabile alla
giustizia sportiva, che rivendica per sé di essere avulsa da quella
ufficiale. L'azione del sindacato parte dai diritti sanciti dalla
Costituzione, serve ad ampliare ed estendere quei diritti, ed è
sempre aiutata dall'intervento positivo della legge a tutela di
essi.
Alla vigilia del confronto d'autunno sulla finanziaria, sui
contratti, sullo sviluppo economico e sociale futuro, la vicenda
Atesia, come si vede, ha molte implicazioni. Ognuna delle quali
rimanda sempre allo stesso nodo: cambierà davvero per il lavoro,
oppure le cose continueranno ad andare, più o meno, come prima?
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