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Marina Biggiero*
Dalle dichiarazioni emerse negli ultimi giorni, è chiaro
che tutti sapevano quanto accadeva nel call center più
grande d’Italia. E noi aggiungiamo: la maggioranza di
loro ha partecipato guadagnando da questa “mattanza” a
danno dei diritti di migliaia di lavoratori e di
lavoratrici alle porte di Roma.
Una “mattanza” a
cielo aperto, da anni denunciata dai “soliti noti”, nel
silenzio di tutti coloro i quali hanno invece
violentemente osteggiato l’autorganizzazione e le lotte
dei diretti protagonisti: i precari e le precarie di
Atesia.
Che i padroni
delle telecomunicazioni facciamo il loro mestiere,
accumulando per anni capitali a costo zero, non ci
stupisce. Del resto non ci stupisce nemmeno che i
sindacati confederali, ed in particolare quelli delle
Tlc, troppo spesso “succursali” degli uffici aziendali
(presi, passateci il termine, “a pallate”, perfino da
diversi esponenti della Cgil), siano stati complici
della devastazione dei più elementari “diritti del
lavoro”, firmando accordi, senza il consenso degli
interessati, che andavano ben oltre la stessa legge 30 e
che sottacevano come la natura del rapporto di lavoro ad
Atesia (come del resto in tutti i luoghi di lavoro) sia
di vera e propria “subordinazione”.
C’è voluto
l’intervento degli Ispettori di Roma (chiamati dal
Collettivo Precari Atesia) che hanno semplicemente
applicato il codice civile per portare al centro del
“palazzo”, e sulla stampa nazionale, le migliaia di
precari e precarie della periferia di Roma e con loro le
altre centinaia di migliaia che svolgono lo stesso
lavoro nel resto del paese. Un “terremoto di agosto”,
come titolava l’Unità, che ha fatto saltare, oltre che
padron Tripi, noto frequentatore dei salotti del “centro
sinistra”, soprattutto il neo ministro Damiano e la
“sua” circolare (“sua” per modo dire, visto che
l’estensore è stato il precedente ministro Maroni).
Una circolare
tutta interna alla legge 30, che la santifica,
“riparandola” dalle spiacevoli incursioni ispettive a
danno delle aziende e che inserisce la peregrina
distinzione tra “inbound” e “outbound”, infondata non
solo per come viene svolto il lavoro nei call center, ma
soprattutto perché tutti e tutte hanno il diritto ad un
salario garantito. (Tra l’altro dovrebbero “insorgere”,
anche le associazioni dei consumatori visto che
“vittime” di questa forma di presunto lavoro “autonomo”
delle “outbound” a cottimo - oltre che i lavoratori e
lavoratrici in primis- sono anche gli “utenti” a cui
vengono coattamente venduti servizi da parte degli
addetti call center costantemente pressati in questo
dalle aziende pena la perdita del lavoro).
Per dimostrare la
sua presunta “buona fede” il governo “amico” dovrebbe, a
fronte delle minacce di delocalizzazione delle attività
all’estero, re-internalizzare le attività nelle
amministrazioni e nelle aziende pubbliche, tenendo conto
che la maggior parte dei call center operano nei
cosiddetti servizi di “pubblica utilità”. Oppure, il
centro sinistra vuole mantenere immutata la devastante
politica di privatizzazione dei servizi che in nome di
una presunta “efficienza”, è stata una delle cause di
questa dilagante precarietà? Vuole continuare a
preservare gli interessi di "bottega" nelle tlc,
favorendo gli imprenditori e le cordate finanziarie
amiche, come è già avvenuto per la privatizzazione di
Telecom Italia?
Con il
provvedimento di Damiano si passa dalla precarietà
“imposta” a quella “concertata”.
E’ chiaro quanto
la vicenda di Atesia riguarda non solo la condizione del
lavoro nei call center, ma quella del lavoro precario in
generale direttamente sul terreno del conflitto
capitale/lavoro. In diversi, in questi giorni hanno
preso le distanze dalla circolare e appoggiato l’operato
degli ispettori di Roma. Oggi, tutte le forze sociali,
politiche e sindacali che intendono veramente cancellare
la legge 30 e tutte le forme di precarietà, e che per
questo hanno dato inizio al cammino di “stop precarietà”
non possono non dar voce alle rivendicazioni dei precari
e delle precarie di atesia “senza se e senza ma”.
*Confederazione
Cobas
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