|
Svelato l'inganno dei
Co.co.prò di Dino Greco (Segr. gen.
Camera del Lavoro di Brescia)
26-08-06
L'Ispettorato del lavoro di Roma ci appare
come il bambino della famosa favola di Andersen che rivela
candidamente la nudità dell'imperatore di fronte a sudditi e a
cortigiani sino a quel momento ciechi o anestetizzati. La scossa più
forte viene in realtà dalla decisione dell'Ispettorato medesimo che
in ragione delle proprie prerogative ha disposto che Atesia assuma a
tempo indeterminato tutti e 3.200 i lavoratori a progetto in forza
presso il call center del gruppo Cos, adeguando la forma alla
sostanza di quei rapporti di lavoro.
La replica dell'azienda, sostenuta da tutta la stampa di ispirazione
confindustriale, è che, così facendo, ci si macchia di una colpa (se
ci capite) «capitale»: la turbativa di mercato, questo «dio ascoso»
che domina e governa la nostra esistenza, punendo severamente chi si
sottrae alle sue incorruttibili leggi. La punizione, precisamente,
sarebbe il licenziamento (inevitabile) di migliaia di lavoratrici e
lavoratori e la delocalizzazione dell'attività presso paesi meno
succubi del giogo ideologico che sta stringendo il cappio
sull'economia italiana. Ora, una volta depurata questa spudorata
menzogna dell'aura di necessità di cui viene ammantata e una volta
chiamatala con il nome che le si conviene, vale a dire ricatto,
sarebbe necessario rivolgere a questi demiurghi della moderna
società la domanda che sta a monte delle altre e che tutte le
riassume: quale civiltà, quale sistema di relazioni sociali, quale
mondo lor signori pensano mai di edificare su presupposti così
disumani e in virtù di quale superiore convenienza non si dovrebbe
buttare tutto all'aria?
Un esercito di lavoratori ad ogni effetto subordinati e dipendenti
vengono trasformati, ope legis, in lavoratori autonomi e
indipendenti con il solo palese scopo di farne manodopera a basso
costo, disponibile all'uso e all'abuso di sé perché deprivata di
ogni diritto. Semplicemente, si è dato a un sopruso e a un mero
rapporto di forza la dignità del diritto e al diritto una sorta di
legittimazione naturale.
Allora, facciamo così: ricominciamo da capo, rovesciamo il
paradigma. E proviamo a convincerci che proprio nella società che
più di ogni altra ha sviluppato le sue potenzialità produttive, la
sola flessibilità utile non è quella del lavoro, ma quella
dell'impresa e che la sola intrapresa compatibile è quella che si
realizza nel rispetto della dignità umana e nella valorizzazione di
ogni persona. Se questo principio eversivamente costituzionale
trovasse sicura accoglienza nel governo in carica, anche al ministro
Damiano riuscirebbe più facile abbandonare gli improbabili sofismi
con cui -per salvare le capre e i cavoli- rischia di introdurre
nuove divisioni e reiterare antiche ingiustizie, frustrando le
legittime aspettative di milioni di persone.
Converrà che anche il sindacato si incarichi di ricordarglielo.
P.S. L'ineffabile Pietro Ichino, fustigatore
indefesso dei vizi dei lavoratori e delle incrostazioni ideologiche
del sindacato, ne ha inventata un'altra: una legge che consenta alle
pubbliche amministrazioni di licenziare, ogni anno, un lavoratore
ogni cento per scarso rendimento e di sostituirlo con un precario di
agile gomito e di belle speranze. Il meglio sta nella clausola di
salvataggio: il licenziato potrebbe salvare il posto indicando
(prove alla mano) un collega più fannullone di lui. Pessimismo della
ragione, ottimismo della volontà!
|