|
Atesia, vanno assunti tutti»
Antonio Sciotto
il Manifesto del 23 Agosto 2006
Storica sentenza nel campo dei call center e del precariato:
l'Ispettorato del lavoro, dopo gli accertamenti svolti nei mesi
scorsi, ha ingiunto ad Atesia - call center del gruppo Cos - di
assumere a tempo indeterminato tutti gli attuali 3200 lavoratori a
progetto. E non basta: la società dovrà anche versare i contributi
arretrati a circa 8-10 mila lavoratori transitati sulle sue
postazioni negli anni passati, a partire dal 2001. In pratica, si
riconosce agli operatori del call center (attuali e passati) lo
status di lavoratori subordinati, pur essendo contrattualizzati come
cocoprò (e, prima della legge 30, come cococò). Il gruppo Cos, dal
canto suo, definisce «sconcertanti e contraddittorie» le
disposizioni dell'Ispettorato, e annuncia ricorso. «Contraddittorie
- spiega - perché in antitesi con la linea adottata dal ministero
del Lavoro: non considerano infatti la distinzione contenuta nella
Circolare del 14 giugno scorso tra attività inbound e attività
outbound, oltre a non rispettare il principio della gradualità della
sua applicazione insito nella previsione di un periodo di
informativa alle aziende».
Il gruppo Cos è il vero big del settore di call center in Italia:
conta circa 15 mila lavoratori, registra un fatturato annuo di 250
milioni di euro, tra partecipazioni e controllo diretto ha in mano i
call center dei principali gruppi aziendali italiani, senza contare
numerosi appalti dalla pubblica amministrazione. Il call center
romano Atesia lavora principalmente per la compagnia Telecom e per
la Tim, ma le cuffiette della Cos, in tutta Italia, servono big
privati e pubblici come Alitalia, Wind, Barilla, Sky, l'Istat, l'Inpdap,
varie province, regioni e ministeri. Il gruppo si difende affermando
che ha già assunto «oltre 4 mila dipendenti negli ultimi anni e che
si apprestava ad assumerne altri 3 mila. Con tali cifre - continua -
la Cos avrebbe avuto di gran lunga il più alto numero di lavoratori
subordinati di tutto il settore: chiediamo al ministero del Lavoro
di garantire uguali condizioni a tutti i soggetti che operano in
questo mercato a partire dalle istituzioni stesse, dalle
amministrazioni e dalle aziende pubbliche che per prime hanno
offerto e utilizzato il lavoro a progetto. Se si ritiene che la
forma corretta di lavoro per tutti gli operatori impegnati nei call
center sia quella del lavoro a tempo indeterminato, allora è
necessario che questo principio sia applicato ovunque, e noi ci
adegueremo».
Interessante, a questo punto, è il fronte che si apre con il
ministero del Lavoro: Cos, infatti, respingendo le conclusioni
dell'ispettorato e annunciando ricorso, chiama in causa proprio la
circolare emessa il 14 giugno dal ministro Cesare Damiano, che
distingue tra lavoro inbound (di ricezione, dunque subordinato
perché legato passivamente alle telefonate in arrivo) e outbound
(chiamate in uscita, fatte per proporre un servizio, e dunque, a
parere del ministero, configurabili nel lavoro a progetto perché il
lavoratore potrebbe gestirsi autonomamente i tempi).
Una prima risposta del ministero arriva dal sottosegretario al
Lavoro Rosa Rinaldi: «Il lavoro dell'Ispettorato è fatto in piena
autonomia e applica le regole in vigore, dunque non è assolutamente
contrattabile - spiega - D'altra parte, la circolare non agisce sul
pregresso: l'ispettorato si è mosso su richiesta dei lavoratori ed
evidentemente ha rilevato delle irregolarità. Noi avevamo tentato un
tavolo, ma l'azienda ha preferito attendere le conclusioni delle
ispezioni. Per quanto ci riguarda, prendiamo atto dei risultati
dell'ispezione e anzi ci convinciamo di aver agito nella giusta
direzione quando abbiamo emesso la circolare, che non parla di un
call center in particolare ed è fatta per formare i nostri ispettori
e dare un indirizzo alle aziende. A questo proposito - conclude il
sottosegretario Rinaldi - dal 15 settembre partirà il lavoro di
informazione, che a fine anno sarà seguito dalle vere e proprie
ispezioni».
I lavoratori accolgono con soddisfazione le conclusioni: «E'
ovviamente una bella notizia», commenta Pompeo Scopino, delegato
Cgil. E ricordano che l'outbound svolto in Atesia non ha per nulla
carattere di proposta commerciale, nella tipologia descritta dalla
circolare ministeriale, ma è ad esempio quello di Istat o
Unioncamere per ricerche e indagini: dunque è certamente
configurabile come lavoro subordinato.
Call center Atesia : tremila devono essere assunti
L' UNITA' - 23 AGOSTO 2006
Paola Zanca
A un anno dall´esposto del Collettivo Precari Atesia, l´Ispettorato
del Lavoro risponde: il lavoro nel call center più grande d´Italia è
lavoro subordinato. E come tale va regolarizzato: oltre tremila
operatori del servizio telefonico con contratti "fantasiosi"
dovrebbero essere assunti a tempo indeterminato mentre altri
diecimila lavoratori – tra gli attuali e gli ex dipendenti –
dovrebbero vedere regolarizzati i contributi previdenziali che hanno
maturato dal 2001 ad oggi. L´azienda si scaglia contro le decisioni
dell´Ispettorato definendole «sconcertanti e contraddittorie»,
denuncia «l´inaccettabile e insostenibile turbamento del mercato» e
minaccia la crisi che «obbligherebbe le aziende a fare a meno di
50/60 mila lavoratori». Come dire: sopravviviamo solo se sfruttiamo.
E sì, che da tempo Atesia pubblicizza utili da capogiro (53 milioni
di euro solo nel 2004), vanta 300 mila contatti ogni giorno e
assapora l´idea di quotarsi in borsa.
Già nel 1998, un´altra ispezione aveva denunciato l´irregolarità
delle forme contrattuali del call center di Cinecittà. Ma un accordo
tra azienda e sindacati aveva fatto rientrare negli argini la
situazione. Ora, il rischio è che i risultati dell´ispezione cadano
di nuovo nel nulla, anche se la Nidil, organizzazione dei lavoratori
atipici della Cgil, ha già accolto con favore questo «passo
ulteriore verso la cancellazione delle illegittimità nell'utilizzo
dei contratti di collaborazione». L´esposto, ai precari di Atesia è
già costato caro, considerato che in questi anni di lotta, cinque
persone sono state licenziate e ad altre 400 non è stato rinnovato
il contratto. Guarda caso, la stragrande maggioranza dei mancati
rinnovi ha colpito esponenti o simpatizzanti del collettivo.
Ora, con la fine di settembre, si avvicina una nuova scadenza
contrattuale, che ha già fatto incrociare le braccia ai lavoratori,
delusi dalle ipotesi che l´azienda ha in cantiere: contratti di
inserimento – che per antonomasia dovrebbero riguardare nuovi
assunti e non dipendenti già impiegati – contratti di apprendistato
– che suonano vagamente ridicoli a chi magari lavora in Atesia già
da qualche anno – e infine altri co.co.pro. Il tutto condito da una
liberatoria che ogni «collaboratore» è costretto a firmare ad ogni
rinnovo di contratto in cui dichiara di non aver svolto in passato
nessun lavoro subordinato in Atesia ma esclusivamente attività
autonome.
Il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Cesare Damiano per
ora ha evitato di intervenire direttamente sul caso Atesia,
riservandosi di leggere i risultati dell´ispezione. Ma si dice già
certo che la situazione lavorativa di questi immensi centralini non
può restare così com´è. «A partire dal 15 settembre cominceremo con
le ispezioni di accompagnamento - ha detto il ministro – per
spiegare alle imprese quali sono i nostri intendimenti: tutto ciò
che è lavoro subordinato va classificato in questo modo, quindi,
tutto quello che è lavoro a progetto e ricade nella normativa del
lavoro subordinato dovrà essere trasformato in lavoro subordinato».
D´altro canto, già la circolare ministeriale del 14 giugno scorso
andava in questa direzione, distinguendo il lavoro nei call center
tra chi presta un servizio per grandi aziende – e dunque svolge a
tutti gli effetti un lavoro subordinato, con un committente, una
postazione di lavoro, dei capi – e chi fa attività di promozione e
sondaggi, dunque, in senso lato, segue un "progetto". Ed è proprio a
questa distinzione che fa appello Atesia per trovare un vizio nei
documenti che la condannano all´assunzione dei suoi dipendenti e
che, dicono, renderà «impossibile competere sul mercato e proseguire
nel cammino virtuoso che abbiamo intrapreso».
Un cammino iniziato nel 1989 e che ha portato il gruppo Cos – di cui
Atesia fa parte – a diventare un´azienda leader nel settore, fino a
rappresentare il mercato italiano nelle classifiche internazionali
nella gestione dei servizi di contact centre e nella realizzazione
di indagini di mercato. In altre parole, è il regno dell´outsourcing,
ovvero di quel sistema per cui grandi aziende come Tim, Alitalia,
Sky, Pirelli – per citarne solo alcune – appaltano servizi per i
clienti e ricerche di mercato a società esterne. Un giro d´affari
milionario, che per i lavoratori però finora si è tradotto in una
rincorsa forsennata al «contatto utile», l´unità di misura – dai 20
ai 90 centesimi – che separa ogni centralinista dalla fine del mese.
Gruppo Tripi, l'ispettore ordina 3.200 assunzioni - di Redazione -
IL GIORNALE
Per il mondo dei call center potrebbe essere una rivoluzione: Atesia,
società del gruppo Almaviva, il maggiore gestore di call center in
Italia e tra i maggiori in Europa, dovrà procedere all'assunzione di
3.200 lavoratori a progetto. A stabilirlo è stato l'Ispettorato del
lavoro dopo un'ispezione durata alcune settimane. L'ispettore ha
anche chiesto il versamento dei contributi pregressi per tutti i
lavoratori che hanno prestato servizio per Atesia dal 2001. Si
tratta, in totale, di circa 8-10.000 persone. La società è
controllata dall'imprenditore romano Alberto Tripi (una piccola
quota è di Telecom Italia) e gestisce il call center per alcune
società di tlc, come Tim e Telefonica, ma realizza anche ricerche di
mercato. Il gruppo di Tripi (attraverso la società Cos) gestisce a
sua volta i call center delle principali società italiane, in
pratica tutti i principali gestori telefonici, compagnie come
Alitalia e Meridiana, banche, media come Sky o Rai, Pirelli, Brilla.
Una
recente circolare del ministero del lavoro aveva preso in esame il
settore stabilendo una differenza tra lavoratori che gestiscono le
attività di call center vere e proprie (in pratica ricevono le
telefonate dei clienti) e lavoratori che si occupano di ricerche di
mercato o promozioni commerciali (cosiddette outbound). Solo per
questi ultimi sarebbero ammissibili contratti di collaborazione e
non di lavoro dipendente. Secondo Atesia e il gruppo Cos le
conclusioni dell'Ispettore del lavoro non hanno tenuto conto di
questa distinzione (ordinando l'assunzione di tutti i lavoratori
della società) e non rispettano il principio della gradualità di
applicazione previsto dalla circolare. Per questo hanno annunciato
che si opporranno in tutte le sedi legali alla decisione. Il gruppo
di Tripi ha un giro d'affari di 720 milioni e 16mila lavoratori a
contratto. Tra quelli che operano nel settore dei call center
(12mila, gli altri si pccupano di servizi informatici) circa 4mila
hanno un contratto da lavoratore
All'Atesia di Roma diktat dell'Ispettorato: "3200 tempi
indeterminati" - Il ministro del lavoro Damiano prudente: esaminerò
il rapporto - "Assumete quei tremila precari" - La sinistra si
divide sul call center
di LUCA IEZZI
La REPUBBLICA
24/08/06
ROMA - Crea imbarazzo nel governo e nella maggioranza il caso Atesia,
una delle principali società italiane di call center, alla quale
l'Ispettorato del lavoro ha imposto di assumere con contratto a
tempo indeterminato 3200 lavoratori attualmente "a progetto".
Prudente il commento del ministro del Lavoro Cesare Damiano: "Mi
riservo di esaminare i documenti su Atesia, ma per ciò che concerne
i call center in generale, 250 mila persone occupate in 700 aziende,
l'obiettivo è di regolarizzare tutto il settore". Lo stesso Damiano
ha fatto notare che le ispezioni su Atesia precedono la circolare
del ministero di metà giugno in cui si elencavano le direttive per
giudicare quali mansioni dovessero essere affidate a lavoratori
dipendenti e quali potessero usufruire di rapporti più flessibili.
Sulla scia del caso-Atesia, nel centrosinistra tornano ad affiorare
filosofie contrapposte sull'utilizzo del lavoro flessibile e sui
contratti atipici. Una vicenda che fa da test al braccio di ferro
"sotterraneo" su come rivedere, o cancellare, la legge Biagi. Per il
presidente della commissione Attività produttive Daniele Capezzone
"l'Ispettorato del lavoro di Roma ha agito, nei confronti di Atesia,
in modo ideologico ed estremista, scavalcando le stesse indicazioni
del ministro Damiano". Anche Atesia e le aziende del settore
contestano la decisione: il presidente dell'associazione di
categoria Assocontact (Fita-Confindustria), Umberto Costamagna,
avverte: "Se la decisione fosse estesa si minerebbe l'intero
settore, mettendo in ginocchio le aziende e obbligandole a fare a
meno di 50-60 mila collaboratori e mettendo a rischio altri 20-30
mila addetti assunti a tempo indeterminato".
Su questa linea l'ex ministro del Lavoro Tiziano Treu, esponente
della Margherita: "L'iniziativa di Damiano era diretta a chiarire la
posizione dei lavoratori dei call center. L'ispettorato sembra
intervenire in modo indifferenziato". Tesi contestata dal
sottosegretario al Lavoro Rosa Rinaldi, di Rifondazione comunista:
"L'azione ispettiva è stata avviata ben prima dell'insediamento di
questo governo, ancor prima dell'emanazione della circolare del
ministro che non ha certo efficacia retroattiva, ne può in alcun
modo interferire sull'autonomia e legittimità dell'azione
ispettiva".
Il segretario della Cisl Raffaele Bonanni chiede un tavolo con
aziende, governo e sindacati: "Fino a due anni fa i lavoratori dei
call center erano in larga parte "co. co. co". Abbiamo fatto un
accordo difficile e oggi la stragrande maggioranza dei lavoratori
del settore è in regime di lavoro dipendente. Se serve un ulteriore
accordo tra sindacati e imprese siamo pronti a farlo ma non devono
essere gli ispettori a decidere".
C'è anche chi applaude alla decisione. Giorgio Cremaschi, membro
della segreteria della Fiom, dice che "è necessario che il governo
assuma ed estenda queste interpretazioni in tutto il settore dei
call center". E il segretario confederale dell'Ugl, Nazareno
Mollicone: "È poco credibile che i più di tremila lavoratori abbiano
ciascuno un progetto da svolgere e non siano, piuttosto, dei
dipendenti legati alla nuova catena di montaggio costituita oggi dai
call center".
La posta in palio dunque è alta. Tutti i sindacati confederali,
contestati in questo dai "duri" dei Cobas, temono che l'intervento
degli ispettori possa penalizzare un'opera di progressiva
regolarizzazione dei lavoratori nel settore frutto del dialogo con
gli imprenditori. In particolare nel gruppo Cos-Almaviva di cui fa
parte Atesia (che lavora per Tim e Wind), ma anche altre società che
l'imprenditore Alberto Tripi ha creato con i propri clienti (Alicos
con Alitalia e InAction con Fiat), potrebbero saltare tremila nuove
assunzioni stabili, che andrebbero a raddoppiare il numero dei
lavoratori a tempo indeterminato sugli oltre 13 mila complessivi.
Dal punto di vista politico, poi, può rivelarsi un'arma a doppio
taglio il fatto che l'interlocutore imprenditoriale, Alberto Tripi,
è un sostenitore dell'Ulivo della prima ora, vicino alla Margherita
ed in particolare al vicepremier Francesco Rutelli. In oltre vent'anni
di attività, Tripi ha aggiunto al primo amore dell'informatica
l'attività dei call center. Nel 2005 ha fatto il salto di qualità
acquistando da Telecom la società di software Finsiel cambiando il
nome in Almaviva. In entrambi i settori, oltre a servire le
principali aziende private, si è aggiudicato commesse con ministeri
e società pubbliche come i Monopoli di Stato. Un particolare che
rende ancor più delicata ogni decisione sul tema.
Roberto Bagnoli
Corriere della Sera .
24 agosto 2006
Dopo l'indagine sulla situazione all'interno del gruppo Atesia.
Tripi: per sopravvivere serviranno decisioni drastiche - Mossa di
Damiano sui call center, nuove ispezioni - Cgil: assumere tutti. Le
aziende: andremo all'estero
RIMINI—Scoppia il caso dei
call center. Il ministro del Lavoro Cesare Damiano, per la prima
volta al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, annuncia che
dal 15 settembre ci sarà un «supplemento di indagine», riservandosi
comunque «di esaminare i documenti ». Due giorni fa gli ispettori
del lavoro inviati a controllare la situazione nel più grande gruppo
italiano del settore, la Atesia con 12 mila dipendenti, hanno
inviato alla società un verbale intimando l'assunzione anche di
tutti i 3.000 dipendenti a progetto (i co.co.pro) oltre la
regolarizzazione di tutti i dipendenti con retroattività dal 2001.
E' una interpretazione molto più restrittiva rispetto a quanto
stabilito dall'accordo del 14 giugno firmato tra le imprese e lo
stesso ministero del Lavoro. In quell'intesa si faceva differenza
tra i lavoratori che ricevono telefonate (in-bound e quindi da
assumere) e quelli che fanno telefonate e ricerche (out-bound e
quindi a progetto). Il ministro, in ogni caso, precisa che al più
presto tutto il settore dei call center — diverse centinaia di
aziende con circa 250 mila lavoratori (di cui 80 mila, secondo
l'associazione di categoria, potrebbero ora essere a rischio)— dovrà
essere regolarizzato. E ieri ha ribadito la differenza sostanziale
tra chi telefona e chi riceve le telefonate. Dunque, ora si tratterà
di verificare il lavoro degli ispettori sul gruppo Atesia. «Mi sono
accorto che nel mio ministero c'erano 15 addetti al call center
gestito dalle Poste — ha raccontato — e ho invitato l'azienda ad
assumerli ». Al dibattito su «libertà nelle liberalizzazioni, il
lavoro atipico», si è parlato di flessibilità e di
"parasubordinato". E su questi punti il ministro — al quale piace la
«flessibilità buona» — ha intanto anticipato incassando forti
applausi dalla platea ciellina che nella Finanziaria arriveranno
contributi più salati per i parasubordinati che, insieme al cuneo
fiscale solo per i dipendenti, dovrebbero rallentare la corsa del
precariato in genere. Ma la grana dei call center ha messo in luce
quanto sia difficile mettere le mani in un mondo del lavoro
cresciuto enormemente e ora dal futuro incerto. Alberto Tripi,
responsabile del terziario per Confindustria nonché titolare di
Atesia ha precisato che l'accordo del 14 giugno gli sarebbe costato
dai 20 ai 30 milioni di euro ma il verbale degli ispettori — contro
il quale ricorrerà al Tar — se passa «costringerà il mio gruppo a
prendere decisioni drastiche». Cioè chiudere in Italia e trasferire
l'attività in altri Paesi «dove si parla italiano ». Il modello dei
call center, un fenomeno sparso ormai in tutto il Paese con una
forte concentrazione al Sud dove è più facile trovare manodopera
istruita, è così entrato ufficialmente in crisi. Ed è oggetto di
forte contrapposizione politica. Il sottosegretario al Lavoro Rosa
Rinaldi ha già fatto sapere che è «irrispettoso criticare il lavoro
degli ispettori perché un conto è la circolare del ministro, altro i
risultati di un sopralluogo sul posto». Daniele Capezzone, Rosa nel
pugno e presidente della Commissione attività produttive della
Camera, ha confermato la sua anima liberista accusando l'ispettorato
di Roma di «aver agito in modo ideologico nei confronti di Atesia» e
preannunciato un'interrogazione al ministro Damiano. Anche il
sindacato è diviso. La Fiom di Giorgio Cremaschi si schiera con gli
ispettori definendo una «truffa i contratti da lavoro autonomo per i
call center» mentre per il segretario generale della Cisl Raffaele
Bonanni — anche lui al Meeting — «non saranno gli ispettori a
decidere tutto, occorre un supplemento di accordo». Altri sindacati
incalzano e il Nidil Cgil, quello degli atipici, chiede un confronto
sull'intero settore. Damiano, per il momento, si è limitato a
illustrare la griglia dei suoi prossimi impegni: il 30 agosto primo
confronto con le parti sociali per contrastare il lavoro nero, poi
modifica della legge Biagi, di quella sugli appalti e del lavoro
interinale, reintroduzione del credito di imposta.
IL LEADER ITALIANO DEL SETTORE COSTRETTO AD ASSUMERE 3200 EX
CO.CO.CO, IL MINISTRO DAMIANO ACCELERA: BISOGNA REGOLARIZZARE
Call Center, pronto si cambia - Gli ispettori: posto fisso anche nel
tempio della flessibilità
LA STAMPA - 24/8/2006
di Raphael Zanotti
ROMA La guerra ai call center è cominciata, ma non è stata
annunciata nemmeno da un trillo del telefono. Forse neppure allo
stesso ministro del Lavoro Cesare Damiano che ieri, al Meeting di
Rimini, ha dovuto fare la parte dell'equilibrista. Motivo delle
funamboliche evoluzioni, l'invito dell'ispettorato del lavoro
rivolto ad Atesia, il maggior gestore di call center in Italia, ad
assumere 3200 dipendenti a tempo indeterminato al termine di
un'indagine sulla società. L'azienda non se l'aspettava. E
probabilmente neanche il ministro. Che l'era del posto fisso nel
tempio della flessibilità (o del precariato, a seconda dei gusti)
dovesse cominciare, era cosa nota. Ma i tempi hanno spiazzato tutti.
Il 24 giugno scorso lo stesso ministro, con un'ecumenica circolare
concordata con Confindustria e sindacati, aveva ridisegnato i
confini contrattuali dei maratoneti della cornetta. Poi aveva dato
il buon esempio facendo assumere a tempo indeterminato le 15
dipendenti del call center del ministero del Lavoro. Ancora, aveva
previsto un percorso a tappe: a settembre ispezioni «esplicative» in
tutti i call center, dal 1° dicembre nuove ispezioni, stavolta
repressive. Non aveva calcolato lo zelo dell'ispettorato del lavoro
che, manco a farlo apposta, ha colpito al cuore il sistema
pizzicando la più grande impresa italiana del settore. Risultato: le
700 imprese che offrono servizi di call center si sono spaventate
annunciando tagli al personale e chiusure improvvise. E il ministro
ha dovuto correre ai ripari accelerando i tempi. «Mi riservo di
esaminare la documentazione dell'ispettorato su Atesia - ha
dichiarato -, ma il problema di questa azienda è antico, le
ispezioni risalgono a prima della mia circolare». In ogni caso la
rivoluzione nei call center sarà articolata: «Lavoro subordinato per
gli operatori in bound, parasubordinato per gli out bound». Come
dire, contratti a tempo indeterminato per coloro che lavorano come
call center per un'azienda (e quindi ricevono telefonate), contratti
a progetto per chi compie sondaggi commissionati (e che quindi fa
telefonate). L'acqua sul fuoco non è bastata. Il comparto, che
impiega 250.000 dipendenti con un fatturato annuo di circa 600
milioni di euro, ha reagito. Per Assocontact, l'associazione che
raccoglie i call center, la richiesta dell'ispettorato mina il
settore «mettendo in ginocchio le aziende e obbligandole a fare a
meno di 50-60 mila collaboratori e 20-30.000 addetti assunti a tempo
indeterminato». Le tinte fosche hanno subito provocato una
spaccatura all'interno dei sindacati. La Fiom-Cgil ha applaudito gli
ispettori del lavoro chiedendo che il caso Atesia venga esteso a
tutti quei settori in cui esiste il finto lavoro autonomo. Più caute
la Cisl, che ha sottolineato come non sono gli ispettori a decidere
quanto gli accordi tra le parti, e la Uil che ha invitato Atesia a
«continuare il piano di stabilizzazione» dei contratti concordato.
Anche in campo politico è stato un bell'agitarsi. L'ex ministro del
Lavoro Tiziano Treu è intervenuto a difesa del suo successore
Damiano sostenendo che l'intervento degli ispettori smentiva
l'operato del ministro.
Un'opinione critica che non ha convinto l'ex sottosegretario al
Lavoro di Forza Italia Maurizio Sacconi che ha allargato la
questione alla criminalizzazione della legge Biagi da parte della
sinistra. Il nuovo fronte ha visto la partecipazione anche
dell'estrema sinistra, che ha approfittato per dare un'altra
spallata alla legge, il che ha costretto il ministro, in serata, a
una nuova precisazione: abolirla non è nel programma del
centrosinistra. Alla fine persino il presidente della commissione
Attività Produttive della Camera Daniele Capezzone ha annunciato
un'interrogazione parlamentare sulla vicenda. «Anche per evitare -
ha detto - che il Governo si faccia imporre la linea e la direzione
di marcia da chi, come l'ispettorato del lavoro, ha aperto una
crociata a dir poco imprudente». Forse una telefonata al call center
del ministero del Lavoro sarebbe bastata.
Il ministero del Lavoro contro Atesia
Gli ispettori chiedono l'assunzione di 3.200 operatori di call
center con contratto di progetto; ma alla fine vincerà Atesia.
ZEUS News -
http://www.zeusnews.it/ -
24-08-2006
Prendi migliaia di ragazze e ragazzi, stipali in un palazzone a
Cinecittà, mettigli una cuffia in testa e assegna loro dei turni
rigidi con un preciso rotativo; digli cosa devono dire sempre a
pappagallo a ogni chiamata delle centinaia che lo martelleranno ogni
giorno, per 4-7 ore, con pause rigide, senza la possibilità di
alzarsi se non chiedendo il permesso per una breve pausa al
gabinetto; falli timbrare, affidali a un capoturno che li controlla
da dietro e magari ascolta le loro chiamate.
Questi operai, pagati un piccolo compenso all'ora o a chiamata, con
piccoli premi se piazzano qualcosa, che non possono stare a casa
malati o avere permessi se no non vengono richiamati, possono essere
definiti dei lavoratori autonomi anziché dei dipendenti?
E' quello che cercava fare la società Atesia, già di Telecom Italia,
ora del gruppo Cos di Alberto Tripi. Ma gli ispettori del Ministero
del Lavoro non sono di questa idea e ritengono che 3.200 operatori
in contratto di progetto debbano essere assunti.
Per la verità, l'azienda aveva già in primavera sottoscritto con le
organizzazioni sindacali confederali un accordo per la
trasformazione di una parte importante dei contratti di progetto in
contratti di inserimento e apprendistato e in contratti a termine.
Questo accordo era stato duramente contestato dal Collettivo Precari
Atesia perché ancora insufficiente; sempre il Collettivo aveva
chiesto, inascoltato, di tenere un referendum sull'accordo. Intanto
è arrivata la circolare del ministro Damiano che vieta l'ulizzo dei
contratti a progetto per l'attività di operatore inbound dei call
center, cioè dell'operatore che riceve chiamate per i numeri verdi
di assistenza clienti o di prenotazione.
E' proprio su questa circolare che Atesia baserà il suo ricorso
contro questa decisione degli ispettori del lavoro che vogliono
imporre, anche il pagamento di contributi previdenziali arretrati.
E' difficile che Atesia subisca troppi danni in questo contenzioso:
Tripi, che è anche un esponente di primo piano della Confindustria
ed è molto vicino all'Ulivo e al premier Prodi (questa vicinanza a
Prodi e alla Margherita è stata già oggetto di critiche da parte
dell'ala sinistra della coalizione, Rifondazione e Pdci) ed è
difficile che il ministro Damiano, che ci tiene ad avere un rapporto
con la parte più dialogante e concertativa della Confindustria, non
ne tenga conto.
Atesia: sui diritti dei lavoratori niente sconti
Al di là della vicenda degli ispettori del lavoro, rimane aperta la
questione del rispetto dei diritti sindacali.
ZEUS News -
http://www.zeusnews.it/ -
24-08-2006
Atesia è la più grande azienda di servizi di call center in Italia,
parte di un gruppo (Almaviva, già gruppo Cos) che ha acquistato
Finsiel e gestisce i servizi di call center di Telecom Italia e Tim,
Wind, Alitalia, Barilla. Questo fa di Atesia un'azienda emblematica
per questo tipo di attività, un po' come la Fiat lo è stata per
l'industria metalmeccanica.
Gli ispettori del Ministero del Lavoro, dopo una lunga e
approfondita ispezione, hanno rilevato l'utilizzo anomalo dei
contratti a progetto, invece del rapporto di lavoro dipendente;
questa vicenda può costituire un precedente per tutta l'industria
dei call center italiani.
In questo momento le forze politiche e sindacali si stanno dividendo
in due fronti: quello più radicale (formato dalla Cgil, dai
sindacati autonomi come Cobas, Flmu, Snater e partiti politici come
Rifondazione) sostiene che tutto il lavoro nei call center debba
essere di carattere subordinato e tendenzialmente stabile, cioè a
tempo indeterminato, e vuole approfittare della vicenda Atesia per
mettere in discussione la stessa legge Biagi, che flessibilizza
ulteriormente il lavoro, sulla scia del pacchetto Treu.
L'altro fronte, più moderato (di cui fanno parte gli imprenditori,
il centrodestra e la Margherita, Cisl e Uil), ammette l'esistenza di
un problema di precarietà, ma che intende risolverlo con gradualità,
utilizzando soprattutto lo strumento degli accordi sindacali
aziendali.
Quello che non si può accettare è però il ricatto che comincia a
essere introdotto da alcuni imprenditori dei call center, la cui
filosofia è più o meno: se ci costringono ad assumere e a pagare di
più, andremo a portare i nostri call center all'estero, in Romania o
in Albania .
Negli Usa, dove la delocalizzazione dei call center (ma anche di
tante altre attività manifatturiere e di servizi) verso i Paesi del
terzo Mondo è iniziata da tempo, distruggendo milioni di posti di
lavoro anche in attività qualificate, la reazione è stata molto
dura: perfino conservatori come Bush hanno proposto leggi che
penalizzino chi porta all'estero la produzione e ci sono state
campagne di opinione pubblica molto violente per il boicottaggio dei
prodotti e dei servizi di aziende che aveva traferito il call center
all'estero.
Una cosa non dovrebbe invece distinguere i diversi approcci alla
flessibilità nei call center: il rispetto per i diritti sindacali
degli operatori, dal diritto di sciopero a quello di assemblea,
associazione e critica. Risulta invece che in Atesia siano stati
licenziati (o meglio, non confermati) alcuni militanti sindacali di
organizzazioni non confederali per aver indetto un'assemblea non
retribuita o aver stampato un foglio di informazione critico verso i
dirigenti.
Csa ancor più grave, tutto questo è avvenuto senza che le
organizzazioni confederali abbiano condannato gli episodi. Per
Atesia le motivazioni delle non conferme non sono nell'attività
sindacale svolta; tuttavia il clima di intimidazione, avvertito da
molti operatori, è forte e reale.
Chi crede nel metodo contrattuale dovrebbe essere il più sensibile
alle forme di discriminazione antisindacale, anche se in questo e
altri casi si sente la carenza di una legge sulla rappresentanza
sindacale che fissi regole chiare su chi e in che modo deve siglare
accordi che valgano per tutti i lavoratori di un'impresa, anche
quelli non iscritti al sindacato.
|