Sanità pubblica: liste di attesa e libera professione. Un pensiero sotto il solleone
Durante un’assemblea parrocchiale ero
stato invitato a parlare di questo argomento e cercavo di
dare alcune spiegazioni sul fenomeno. Dicevo che la loro
causa erano a volte le poche apparecchiature, a volte la
scarsa organizzazione, a volte i pochi medici che sono pieni
di lavoro. A questo punto si alzava di scatto dal pubblico
una giovane donna e mi interrompeva con decisione: ‘E no, mi
disse, pochi medici? E perché quando si va in studio privato
il tempo per accoglierci c’è e tutto diventa più semplice
compreso il ricovero e gli esami che altrimenti è difficile
eseguire?’. Subito mi accorsi, e ancora oggi ne sono
convinto, che la donna aveva colpito nel segno. Dissi che
anche l’agenda della libera professione doveva essere
gestita con il CUP dalla Ausl ma non credo di aver convinto
molto l’uditorio.
In questi mesi si è detto che spesso gli esami non sono
richiesti a ragion veduta, che le ausl neppure sanno quanti
apparecchi hanno a disposizione e quanto vengono usati, che
probabilmente si possono fare più visite e più esami negli
ambulatori pubblici, che servono più anestesisti per operare
e più operatori delle radiologie per eseguire esami. Altre
cose si possono fare a costo zero. Un gruppo di infermieri
nella ausl bat1 ha telefonato a casa dei pazienti prenotati
per alcuni esami e ha scoperto che molti avevano già
eseguito l’esame o vi rinunciavano per motivi diversi. Così
si sono potuti recuperare molti posti per altri ammalati
nonchè consigliare ad alcuni di rivolgersi a strutture della
stessa ausl con tempi di attesa più brevi.
Ma una volta fatte tutte queste cose, e bisogna farle, resta
il problema centrale. Può un servizio sanitario pubblico
accettare al suo interno una via di ingresso privata? Cosa
diremmo di un giudice che facesse velocemente un processo a
pagamento? O di un insegnante che impartisse lezioni private
ad un suo alunno? E gli esempi di pubblici dipendenti
potrebbero proseguire.
Si sta programmando di investire – e già si è speso in
questi anni – tanto denaro per costruire gli spazi per la
libera professione “intramoenia”, denaro pubblico
paradossalmente impiegato per far spendere soldi ai
pazienti. Con questi soldi invece si potrebbero pagare di
più i medici che rinunciano alla libera professione e gli
infermieri e i tecnici che collaborano con loro, mandarli in
altre realtà ad aggiornarsi e fare ricerca, migliorare i
nostri ospedali e i nostri ambulatori sia dal punto di vista
strutturale che da quello tecnologico (reti informatiche e
nuove apparecchiature).
13 agosto 2006
Maurizio
Portaluri
Direttore Generale AUSL BAT1
Andria