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Saggio di profitto e declino industriale del paese
Note sulla crisi italiana
di Giuliano Cappellini
L’attuale alto saggio di profitto esprime i reali rapporti tra le
forze sociali fondamentali. Tale saggio, che si determina in seguito
ad una particolare evoluzione della struttura produttiva nazionale,
condizionandola a sua volta, è il principale responsabile del
declino industriale del paese.
1. Una (lunga) premessa
Una strana forma di rimozione impedisce alla pubblicistica
specializzata di sinistra di aggregare i dati economici in modo da
leggere facilmente – oggi che a differenza dei tempi di Marx, le
fonti ed i dati statistici sono completi e generali – il dato
essenziale dello sfruttamento capitalistico della forza lavoro. È un
fatto sul quale bisogna riflettere, le scarse elaborazioni sui dati
ISTAT che si incontrano nella pubblicistica di sinistra mettono in
luce soprattutto il calo dei salari o l’aumento dei profitti di
questi anni, ma non parlano mai di “saggio di profitto”, come se il
semplice rapporto che contiene i due corni del rapporto di
produzione capitalista fosse ancora eccessivo per il grado di
elaborazione politica della nostra sinistra. Ma non divaghiamo,
riconosco piuttosto, la mia personale immodesta disinformazione
specifica. Trovo i dati disaggregati in un lavoro un po’ datato di
Andrea Ricci (1), responsabile nazionale del Dipartimento Economia
del PRC.
“Nel periodo 1980-82, scrive Ricci, la quota delle retribuzioni
lorde sul reddito primario privato era del 53,8%; nel periodo
2000-2002 è scesa al 47,9%. Analogo andamento per i redditi
attribuiti al lavoro autonomo: dal 23,8% si è passati al 19,8%.
Tutto a vantaggio dei redditi da capitale che hanno accresciuto il
loro peso sulla torta dei redditi di ben 10 punti percentuali,
passando dal 22,3% al 32,9%. Poiché, nel frattempo l’occupazione
totale è aumentata di circa il 10%, con due milioni di unità di
lavoro in più, l’effetto redistributivo è ancora più accentuato. Il
tasso medio di crescita dei redditi da capitale è stato del 4,6%
all’anno contro lo 0,4% dei redditi per unità di lavoro. Negli
ultimi vent’anni i profitti e le rendite sono aumentati di 12 volte
più rapidamente dei salari. Il capitale è così riuscito ad
appropriarsi della gran parte della maggiore ricchezza prodotta,
cresciuta di circa il 40%.
Le cause di questo enorme mutamento nella distribuzione del reddito
sono molteplici e complesse. Esse attengono, fondamentalmente alle
modificazioni strutturali dei rapporti di forza tra le classi…”.
Nel periodo 1980-82 il saggio di profitto, ottenuto rapportando la
quota dei redditi da capitale a quella delle retribuzioni, era
dunque del 41,4%. Nel periodo 2000-02, tale saggio era salito al
68,7%, con un aumento in vent’anni di 27,2 punti percentuali, ossia
in media dell’1,4% l’anno.
Il lavoro, del Ricci, come si nota, riporta i dati fino al 2002.
Tuttavia dal momento che, tra il 2002 ed il 2006, le cause
fondamentali del fenomeno indicate dall’autore non sono cessate (se
mai si sono accentuate) non si dovrebbe essere lontani dal vero
assumendo che il saggio di profitto sia cresciuto nello stesso modo
negli ultimi 4 anni. Ciò corrisponde ad un aumento di 5,6 punti
percentuali (5,6 = 1,4 x 4), col quale il saggio di profitto attuale
raggiunge il 74,1%. Il capitalista medio si appropria, quindi, di
ben il 42,6% del tempo di lavoro del lavoratore italiano medio (2)
sicché lo sfruttamento medio della forza lavoro è aumentato del
45,3% (3) in 25 anni. Il che ha significati diversi dai diversi
punti di vista, e da quello dei capitalisti che operano in Italia
rappresenta una “performance” economica di grande rilievo che li
porta molto dentro la media europea. Naturalmente secondo i nostri
governanti, quale che ne sia il colore, questa condizione è
propedeutica a massicci investimenti esteri, ossia è fondamentale
per l’economia e per uscire dalla crisi.
2. E invece…
E invece, nonostante la grande crescita dei profitti e l’esibizione
di un saggio di profitto che mostra come il capitale sia in grado di
fare, non episodicamente, la parte del leone nella suddivisione dei
redditi derivanti dall’aumento della produttività del sistema,
l’Italia industriale è in declino costante. Siamo, anzi, di fronte
ad un paradosso: 25-30 anni fa, con un saggio di profitto inferiore
di circa 30 punti percentuali il Paese raggiungeva un posto
internazionale rilevante tra quelli industrializzati; oggi, invece,
con un saggio che si attesta al 74,1%, le grandi aziende
manifatturiere scompaiono velocemente e un tessuto produttivo
autonomo si frantuma in una realtà di subfornitori, di contoterzisti
d’Europa. Ma i paradossi, ineliminabili nei sistemi formali, nel
nostro caso denunciano solo un’analisi superficiale.
In un precedente articolo su Gramsci Oggi, “Declino industriale e
conflitto sociale” (4), avevo segnalato la relazione tra l’aumento
del profitto e le modificazioni strutturali del sistema produttivo
italiano. L’aumento dei profitti, scrivevo, ha sollecitato
investimenti nei settori del lusso in cui l’Italia mantiene la
leadership mondiale e che rappresentano una quota rilevante del PIL
nazionale (il 19% senza considerare l’edilizia residenziale di lusso
e il suo indotto). Una siffatta struttura produttiva richiede
professionalità ma non ricerca e sviluppo e si realizza in un
tessuto di fabbriche di piccola e piccolissima dimensione. In buona
sostanza, il ritardo tecnologico dell’industria italiana è un
effetto della modifica strutturale sostenuta dall’aumento dei
profitti e non la causa del suo declino.
Ora tentiamo di allargare l’analisi visitando altre relazioni.
3. Un dato medio non dice tutto
Il saggio di profitto del 74,1% è un dato medio. Vi sono imprese che
lo superano di molto ed altre che sono molto al di sotto. Facciamo
un esempio. L’amministratore delegato della FIAT, Sergio Marchionne,
ha recentemente dichiarato che il costo del lavoro in FIAT incide
solo per il 6% degli investimenti. Se in FIAT il saggio di profitto
fosse quello medio (stimato) i profitti sarebbero del 4,45%. In
realtà tale saggio è molto maggiore non fosse per altro perché FIAT
partecipa al capitale della gran parte dei suoi fornitori, il che le
consente di lucrare pluslavoro anche su ciò che acquista (ma questo
profitto non compare a bilancio). Naturalmente quello dei fornitori
(partecipati dal capitale FIAT) è più basso. Il rapporto sociale
monopolistico esaspera la volatilità del saggio di profitto (5).
Ma, per una serie di circostanze FIAT non è l’azienda che oggi
distribuisce gli utili maggiori. Ai primi posti, con saggi di
profitto che superano il 100%, troveremo le holding nate dalle
privatizzazioni delle aziende IRI. Le privatizzazioni sono state
imposte dai grandi monopoli di oltralpe in quei settori strategici
delle infrastrutture che in Italia sostenevano il 70% della ricerca
industriale. Dismessi gli investimenti produttivi e riconvertite
alla mera gestione di servizi pubblici nei settori strategici dal
punto di vista dell’evoluzione delle tecnologie (comunicazioni in
senso lato e energia), le holding nate dalle privatizzazioni, in
virtù dell’utilizzazione massiccia e scientifica del lavoro precario
e della legge 30, realizzano quella condizione del saggio di
profitto che consente loro di sfruttare al meglio l’accesso ai
finanziamenti e di dominare le borse nazionali.
Per l’economia nazionale, l’enorme saggio di profitto così
realizzato, rappresenta la rinuncia ad una presenza autonoma della
grande industria manifatturiere nazionale nei settori industriali
strategici, a protezione degli investimenti dei colossi tedeschi.
Alle holding italiane rimane la gestione di servizi, con modalità di
monopolio privato entro i confini nazionali, ai monopoli d’oltralpe
la definizione tecnologia dei sistemi stessi. Chiunque sia fuori
dallo “scambio” non accede alle fonti di finanziamento fondamentali.
Ma ciò rende anche vulnerabili i nostri “monopoli nazionali
privati”, che si confrontano con quelli analoghi d’oltralpe, forti
perché storicamente legati alle aziende fornitrici delle tecnologie
dei loro paesi.
Il saggio di profitto italiano si frappone ad ogni progetto di
riqualificazione e di rilancio dell’economia italiana basato
sull’industria di qualità. Infatti se i profitti sono alti e sono
garantiti da un alto saggio di profitto, che bisogno c’è di
investire in ricerca? Meglio investire per sviluppare
un’organizzazione del lavoro che possa cogliere tutte le occasioni
della legge 30, ossia per schiacciare i salari e puntare sul saggio
di profitto.
Il paradosso dell’economia italiana (che uccide la gallina dalle
uova d’oro) resta tale solo per chi si ostina a non vedere in
concreto le contraddizioni specifiche della fase monopolista del
capitalismo, e riconduce ogni fenomeno economico e sociale negli
schemi astratti del post-fordismo, della globalizzazione, ecc., ove
tutti i gatti sono bigi (6). Ma non è così, l’alto saggio di
profitto di alcune holding nazionali si rivela essere, a tutti gli
effetti, la maggiore operazione di dumping dell’industria
dell’industria tedesca (francese e delle multinazionali) nei
confronti del sistema produttivo nazionale.
4. Se ci ostiniamo a parlare di saggio di profitto …
Se ci ostiniamo a parlare di saggio di profitto invece che
separatamente di salari e profitti, è perché questo dato ha un
rilievo strutturale marcato. Per ottenere alti profitti un
capitalista può sfruttare le circostanze occasionali più varie, ma
per mantenere un elevato saggio di profitto deve conseguire la
condizione di monopolista e deve investire molto. Pur pagando solo
il 6% al lavoro, FIAT delocalizza le produzioni all’estero, investe
cioè per pagare ancor meno la forza lavoro e così dividere maggiori
profitti. Questa è la condizione per contare qualcosa in Europa,
mostrare, cioè, che il saggio di profitto cresce, perché è su questo
dato strutturale che si conquista e si mantiene la fiducia degli
investitori più importanti. Ma per la nostra frammentata struttura
produttiva ciò è un handicap molto pesante. Non puoi produrre
oggetti di lusso con manodopera dequalificata e precaria o
parcellizzando il lavoro fino a rendere ogni lavoratore sostituibile
senza penalizzare i cicli di lavoro. Non puoi usare come vorresti le
vigenti leggi contro il lavoro nelle piccole aziende subfornitrici,
o contoterziste d’Europa perché i clienti richiedono un’alta qualità
dei manufatti. La mia modesta impressione è, ad esempio, che il
saggio di profitto corrente penalizzi il sud più della mafia.
5. La crisi italiana
Il tema politico fondamentale oggi sul tappeto è quello della
redistribuzione del reddito nazionale. Ma ridistribuire il reddito
nazionale significa riequilibrarne la distribuzione verso i salari e
non verso i profitti. Ciò implica modificare i rapporti di classe
correnti. Senza un tale cambiamento la manovra fiscale non
ridistribuire niente, riducendosi ad un mero trasferimento di
risorse che lo Stato preleva agli imprenditori per ritornarli agli
stessi o ad altri imprenditori.
Secondo i moderati di sinistra, invece, l’obiettivo è quello di
rincorrere quella maggiore produttività dei sistemi economici
d’oltralpe che consente redditi di lavoro più elevati. Quel che
serve, allora, è una manovra fiscale associata a efficaci strumenti
per aumentare la produttività del sistema, per stimolare la
competitività tra le aziende. Dunque, dentro questo paradigma, la
lotta contro il lavoro precario è, in fin dei conti, inutile, se non
dannosa perché per stimolare la competitività delle aziende italiane
bisogna aumentare ancora quella tra i lavoratori.
Ma la crisi politica italiana ha ricevuto un’accelerazione da quando
praticamente tutto il quadro politico di centro-sinistra ha
accettato la priorità del profitto. Gli enormi livelli di profitto
raggiunti in questi anni da aziende, banche, ecc. ha scatenato
appetiti sempre crescenti e condizionanti lo spazio della politica,
soprattutto da quando si è trovato conveniente perseguire la strada
dell’aumento del saggio di profitto, ossia si è passati all’attacco
dei salari, delle condizioni e dei rapporti di lavoro. Ma questa
situazione mette ora a nudo tutta la fragilità della struttura
produttiva nazionale.
Nonostante queste evidenze, la sinistra moderata sposa indirizzi di
politica economica che non contemplano neppure una moderata
redistribuzione del reddito e punta ad un’utopica integrazione
europea che non tiene conto della “specificità nazionale della
formazione della struttura industriale moderna”.
La costruzione dell’Unione Europea è avvenuta dichiarando una
sostanziale omogeneità delle strutture economiche dei principali
paesi europei. In realtà gli indici di omogeneità mostravano
situazioni molto differenti e il caso Italia era caratterizzato
dall’essere a pieno titolo un paese industrializzato che manifestava
la propria autonomia tramite una articolata presenza dello Stato nei
settori manifatturieri strategici ed era dinamico perché il saggio
di profitto era relativamente basso. Ad una dichiarazione forzata
per motivi politici (il varo dell’UE) sono seguiti atti per
conseguire forzatamente l’omogeneità col resto dell’Europa, in
particolare con le privatizzazioni e gli interventi nel mercato del
lavoro tesi a allineare gli standard del saggio di profitto
capitalistico nazionale a quello dei principali paesi europei.
Questo è, in buona sostanza, il perno dell’europeismo dei DS e del
centro sinistra. Il risultato ottenuto ha favorito alcune holding
nazionali, ha accentuato il predominio dei monopoli privati e delle
multinazionali a scapito del sistema manifatturiero nazionale, in
primo luogo della sua autonomia nei settori strategici. La crisi
economica ha dato altri colpi al sistema e la crisi politico-sociale
si è improvvisamente aggravata.
È la seconda volta in cent’anni che le classi dirigenti del nostro
paese, uno degli ultimi ad affacciarsi nel mondo delle rivoluzioni
industriali, tentano la carta dell’integrazione europea per
scardinare la resistenza popolare e del mondo del lavoro. La prima
volta fu quella della I^ Guerra Mondiale i cui esiti, alla fine,
portarono al fascismo. La seconda apre a scenari altrettanto
pericolosi.
6. Responsabilità della “sinistra d’alternativa”
Cercando una ridefinizione identitaria la “sinistra d’alternativa”
ha sollevato se stessa dall’obbligo di rappresentare le istanze
“generali” dei lavoratori, ai quali riconosce, al massimo, istanze
economiche in base ad un astratto principio egualitario.
Il problema nasce quando anche tali istanze non possono essere
soddisfatte senza incidere sulla struttura produttiva del paese. Ma
dove e con quali obiettivi? La “sinistra d’alternativa” che ha
rinunciato ad un programma autonomo, non si pone neppure il problema
ed ora subisce le “compatibilità di sistema” sfilacciando ancor più
i legami con la classe operaia. Rinunciando poi ad interpretare le
istanze di classe più generali, non parla più al paese.
Ma l’essenza delle “compatibilità di sistema” è nella conservazione
della direzione dei processi strutturali nelle mani di quelle classi
sociali che li hanno finora diretti e che difendono i propri
privilegi fino a mantenere aperta una minaccia eversiva. In ultima
analisi, quindi, la “sinistra d’alternativa” (7) non coglie il nesso
tra la battaglia attorno alla democrazia ed i processi che incidono
sulla struttura produttiva del paese, mentre ciò è ben chiaro alle
classi sfruttatrici, il cui programma comprende il logoramento della
democrazia italiana, in modo conclamato con le destre o “moderato”
col centro sinistra.
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