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Vince chi
delocalizza
Crescono gli utili,
diminuisce l'occupazione: il rapporto Mediobanca sulle imprese
Le 2010 imprese censite, fiore all'occhiello dell'imprenditoria
italiana, hanno realizzato nel 2005 circa 23 miliardi di utili. Il
settore pubblico e le aziende di sproprietà estera dominano
Galapagos
Non male
il 2005 per le grandi e medie imprese italiane del campione censito
da Mediobanca: l'anno si è chiuso con un utile complessivo di 23
miliardi di euro, apparentemente meno dei 28 miliardi del 2004. Ma
quei 28 miliardi erano per larga parte comprensivi di un trucco: il
«disinquinamento fiscale» che aveva prodotto 11 miliardi di proventi
straordinari. Escludendo, come fanno giustamente gli uomini di
Mediobanca, il regalo di Tremonti, il 2005 presenta «un incremento
di 6,4 miliardi di euro, ovvero il 37% in più rispetto all'anno
prima». E gli utili più grandi, ancora una volta vengono realizzati
dalle società pubbliche.
Mediobanca conferma che a fare buoni affari sono soprattutto le
imprese che delocalizzano che hanno saputo sfruttare meglio «la
favorevole congiuntura mondiale che ha caratterizzato gli ultimi
anni». Per l'occupazione, invece, le cose non vanno altrettanto
bene: negli ultimi tre anni sono stati distrutti 46.266 posti di
lavoro, oltre 43 mila solo nei settori industriali. La diminuzione
dell'occupazione e «il ritocco dei prezzi di vendita» non sono stati
sufficienti a far crescere la produzione per addetto: «nel 2005 la
competitività delle imprese sui margini è diminuita di 2,2 punti».
E' il risultato di imprese che non innovano.
Ma vediamo un po' più da vicino questo «manuale» del capitalismo
italiano la cui prima edizione risale al mitico 1968. L'indagine del
2005 è riferita a 2010 società italiane (in realtà parecchie di
proprietà estera) di grandi e medie dimensioni operanti
nell'industria e nel terziario. Sul complesso delle oltre 45 mila
imprese industriali con 20 e più addetti censite dall'Istat nel
2001, le imprese industriali rappresentano il 31 degli occupati, il
44% del fatturato, il 43% del valore aggiunto, il 55% delle vendite
all'export e il 49% degli investimenti. Per quanto riguarda, invece,
il fatturato del terziario, la copertura è pari all'86% nel servizi
pubblici, al 31% nei trasporti e al 19% nella distribuzione al
dettaglio. Insomma, un bel campione che ben rappresenta il
capitalismo italiano.
Ovviamente non tutto italiano: 604 delle società del campione sono a
controllo estero e realizzano il 31,1% del fatturato complessivo,
con una punta del 36,6% nell'industria manifatturiera e in
particolare del 58% nel settore chimico che comprende anche il
farmaceutico. Le imprese a controllo pubblico sono 154 e
rappresentano il 21,8% del fatturato, realizzato (55,8% nel settore
energetico) cui partecipano per il 47,1% le imprese a controllo
privato italiano. Nel terziario la presenza nel 2005 era pari al
30,9% e quella italiana era rappresentata in larga misura dai gruppi
maggiori (34,9%) e da quelli pubblici con il 20,2% del fatturato.
E, a proposito di fatturato, lo scorso anno per le 2.010 imprese è
aumentato complessivamente di oltre il 7% con andamenti diversi nel
settore industriale (+8,5%) e nel terziario (+2,8%) che sembra aver
risentito della flessione dei prezzi nelle telecomunicazioni e di
quella delle tariffe dei trasporti, in particolare i ferroviari.
Nell'industria è risultato in forte espansione il fatturato delle
imprese energetiche (+25,2%) e molto basso l'incremento nelle
costruzione (+1,6%, contro il 14,5% del 2004). Semplice la lettura
dei dati: «il settore energetico ha beneficiato nuovamente di un
doppio effetto prezzo/quantità». In seguito degli aumenti degli
idrocarburi (+160% dal '99) questi si sono trasferiti sui prezzi dei
prodotti trasformati, ma anche sulle tariffe dell'energia
distribuita.
A proposito della componente estera del fatturato relativamente ai
27 gruppi maggiormente interessati ai mercati esteri, Mediobanca non
ha dubbi: «il giro d'affari complessivo di tali gruppi è
significativamente superiore a quello delle attività italiane,
essenzialmente a causa del volume di vendite all'estero, pari a
quasi il triplo delle esportazioni dall'Italia». Questo significa
che «la favorevole congiuntura mondiale è stata intercettata in
buona misura attraverso attività detenute al di fuori dell'Italia».
Insomma, è vincente chi delocalizza.
Quanto agli utili, l'evoluzione del decennio mette in evidenza la
crescita dei profitti nei settori dell'energia e dei servizi
pubblici che «hanno assorbito il 68% dell'incremento complessivo» a
dimostrazione che i monopoli fruttano. Per le imprese pubbliche, nel
2005 il risultato corrente è aumentato dell'11,5%, toccando il
massimo storico, contro un incremento del 5,5% del complesso delle
2.010 società. Non va, invece, altrettanto bene l'occupazione: «nel
periodo 1996-2005, le 2010 società hanno registrato un'interrotta
riduzione della forza lavoro» che ha colpito in particolare gli
operai e gli intermedi diminuiti, per i quali negli ultimi 10 anni
sono stati bruciati 115 mila posti di lavoro, in particolare nel
settore industriale.
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