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BERTINOTTI
PROPONE IL PATTO SOCIALE. NON SONO D'ACCORDO
Credo che il punto centrale dell’intervista di Fausto
Bertinotti a Rina Gagliardi su Liberazione, non stia
tanto nel tema dell’allargamento parlamentare della
maggioranza di governo, ma nella proposta di un nuovo
patto sociale tra popolo della sinistra e borghesia
disposta ad andare oltre il liberismo. Per quanto può
valere, non sono proprio d’accordo.
Questa
proposta parte dalla constatazione delle difficoltà di
consenso e partecipazione, persino sul terreno del
simbolico, che ha oggi il centrosinistra. E si propone
di superarle dai due lati, con un “compromesso dinamico”
con il capitale più avanzato e con maggiore
partecipazione popolare alle scelte del governo. A me
pare che una scelta impedisca l’altra.
Le parole
e i temi usati ricordano molto l’impostazione data da
Enrico Berlinguer alla politica del compromesso storico
e poi a quella di unità nazionale. Quella politica
fallì, e Berlinguer ne prese atto scegliendo una linea
alternativa di duro conflitto politico e sociale. Oggi
le ragioni che sono alla base di quel fallimento a me
paiono ancora più forti di allora.
Vorrei
proporre anche una considerazione di metodo. Da oltre
trent’anni mi considero amico di Fausto Bertinotti e so
che uno dei punti fondamentali della sua cultura
politica è sempre stato il rifiuto del patto sociale e
dell’alleanza con la borghesia avanzata. Cosa gli ha
fatto cambiare idea e perché? Credo che sia necessaria
una spiegazione, anche per evitare di cadere in quella
tradizione comunista, che Fausto Bertinotti ha sempre
combattuto, nella quale la continuità ideologica delle
scelte del partito copre le più differenti scelte
strategiche. Senza un approfondimento delle ragioni dei
cambiamenti, si creano contrasti fondati solo sul
principio di fedeltà ai dirigenti, o su quello
all’ideologia, o a tutti e due assieme. Contrasti che
non servono a niente, quando non producono danni.
A me pare
che oggi, così come all’epoca del compromesso storico,
l’idea del patto sociale con la borghesia avanzata,
produttiva, antiliberista - i termini cambiano nel tempo
ma il concetto è sempre lo stesso - sia destinato a non
produrre buoni risultati per il popolo della sinistra.
Ma prima di tutto chi è la borghesia avanzata? Fausto
Bertinotti cita l’esempio del nuovo amministratore
delegato della Fiat, Marchionne. A me sembra una scelta
incauta. Sicuramente in Fiat le cose sono cambiate,
anche perché la gestione dei precedenti gruppi dirigenti
aveva portato il Gruppo sull’orlo della bancarotta. La
scelta di privilegiare l’auto e l’industria è
sicuramente migliore che quella di gettare i soldi nella
speculazione finanziaria. Tuttavia non basta questa
scelta per definire una prospettiva diversa dal
liberismo, che non vive solo di rendita, ma anzi in
tutto il mondo ha conquistato una precisa dimensione
industriale.
La Fiat è
il gruppo automobilistico europeo che ha più
delocalizzato. L’accordo con gli indiani di Tata fa
pensare che su questa via si voglia continuare ancora,
inseguendo più l’industrializzazione delle nuove aree ad
alto sviluppo, piuttosto che la crescita nei paesi
avanzati con una diversa qualità dei prodotti. Sarà un
caso che mentre si esalta il nuovo ruolo della Fiat,
spariscono dall’agenda del Gruppo gli interventi
sull’auto all’idrogeno e sulla mobilità nei paesi
industrialmente avanzati? Né sono molto cambiate le
relazioni industriali. Si certo c’è stato il rinnovo del
premio, ma i problemi sull’organizzazione e sulla
condizione del lavoro, e le difficoltà sindacali ad
affrontarle di fronte all’autoritarismo aziendale, ci
sono ancora tutti.
Con questo non si vuol dire che tutto è uguale ma
semplicemente che non è vero che la prospettiva che ha
questa borghesia industriale e finanziaria, a cui fa
riferimento Fausto Bertinotti, sia di andare oltre il
liberismo. Essa ha semplicemente fatto i conti con il
liberismo sfacciato e inconcludente di Berlusconi e
pensa ad un’altra via, al liberismo temperato e
concertato, per raggiungere gli stessi obiettivi.
Naturalmente è meglio per noi avere di fronte posizioni
più avanzate nella borghesia, più intelligenti. A
condizione però che con esse non si facciano patti, ma
che invece le si incalzi con lo sviluppo del conflitto e
della democrazia. Ecco se una cosa è chiara nella storia
italiana, è che il patto sociale distrugge la
partecipazione democratica dal basso. Così è avvenuto
con il più organico patto sociale stilato nel nostro
paese, quello del 23 luglio del 1993. Allora tutta la
sinistra sindacale e antagonista avversò l’accordo. E
aveva ragione. Perché se quel sistema, quell’alleanza ha
permesso un certo risanamento, non ha però arrestato,
anzi ha favorito, l’assorbimento del sistema economico
italiano in quello liberista internazionale. E,
soprattutto, quel patto sociale ha permesso la più vasta
redistribuzione della ricchezza ai danni del lavoro
degli ultimi decenni. Senza allargare in alcun modo la
partecipazione democratica alle decisioni dell’economia
e dell’impresa.
Nella storia italiana, dall’unità d’Italia ad oggi,
l’idea dell’alleanza tra le forze più avanzate della
borghesia e quelle popolari, non ha mai prodotto i
risultati che si prefiggeva. Forse perché nella
borghesia italiana gli interessi e i poteri sono sempre
amministrati in un regime ove le gerarchie e le
famiglie, alla fine si intrecciano sempre, anche quando
confliggono. Come nel calcio. Per cui se ti allei con
Marchionne, lo fai anche con Montezemolo, e poi magari
con Della Valle e poi, alla fine, anche con chi specula
in finanza. No, in Italia non c’è mai stata una
borghesia produttiva con la quale allearsi contro la
rendita perché alla fine rendita e profitto hanno sempre
vissuto assieme. Su questo è andato in crisi il
ragionamento di Giorgio Amendola. Negli anni Ottanta,
come segretario della Fiom di Brescia dovetti scontrarmi
con una buona parte del Pci che considerava
l’industriale siderurgico Luigi Lucchini un
interlocutore moderno, con il quale allearsi. Allora si
usavano gli stessi termini e la stessa ideologia che
oggi spingono Prodi alla “modernità”. Credo di aver
avuto ragione nel dire di no a quell’alleanza. Lucchini
si è rivelato un finanziere spregiudicato e alla fine ha
dovuto cedere le sue fabbriche alla multinazionale russa
Severstal.
L’alleanza che oggi propone Fausto Bertinotti è
politicamente assai più debole di quella che fallì
all’epoca dell’unità nazionale. Anche perché tutti i
possibili contraenti di essa, da Marchionne, a Draghi, a
Padoa Schioppa, a Basoli, sono già dentro il
centrosinistra. E alle elezioni quest’alleanza politica
che va dai vertici della Confindustria fino a una parte
dei centri sociali ha preso appena il 50%. No, per
questa via non si allarga la maggioranza ma, anzi, si
pongono le basi per un suo ulteriore restringimento. Con
le rotture che si possono creare verso quegli operai e
quei pensionati, quei lavoratori precari, che
sperimentano ogni giorno che non c’è un solo componente
importante della borghesia italiana che pensi davvero di
superare la politica della moderazione salariale o
quella della flessibilità del lavoro. Come peraltro è
testimoniato dallo stesso Dpef.
Sì, il liberismo sfacciato di Berlusconi, e di Bush, è
in crisi. Ma ancora non si vede un’altra politica in
campo, come dimostra la tragedia della vergognosa
impotenza della cosiddetta comunità internazionale di
fronte alla guerra e al terrorismo di stato di Israele.
No, non siamo ancora entrati nell’età del progresso e
delle riforme, ma purtroppo stiamo stagnando in un duro
momento nel quale rabbia e rassegnazione, incertezza e
fideismi ingiustificati, si intrecciano e si annullano
reciprocamente. Per questo c’è bisogno, prima di tutto,
di una nuova stagione di movimenti, che sia in grado di
spingere la politica verso un vero rinnovamento delle
pratiche e dei contenuti. Una stagione di patti
fermerebbe sul nascere la ripresa dei movimenti, come è
sempre avvenuto nella storia del nostro paese, proprio
perché congelerebbe tutto nelle difficoltà e nella crisi
attuale.
Per questo non sono d’accordo con Fausto Bertinotti e
spero, da vecchio amico, che egli abbandoni questa sua
nuova impostazione o che almeno ce la spieghi molto,
molto meglio.
GIORGIO
CREMASCHI, da
Liberazione del 3 agosto 2006
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