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Comitato Direttivo della Cgil 25 luglio 2006 Stralci della relazione introduttiva di Guglielmo Epifani
Il nostro paese dà segnali di ripresa economica e industriale, non che questo cambi in profondità la caratteristica della dinamica industriale degli ultimi anni, né allontani di per sé il rischio del declino industriale. Ma credo che faremmo male a non cogliere anche qualche elemento di novità, che rappresentano un episodio interessante sul quale lavorare. Permane una situazione dei conti pubblici negativa, come abbiamo detto per anni. Mentre il dato che mi pare più preoccupante del quale nessuno parla è la situazione del mezzogiorno: per il secondo anno consecutivo la crescita del Pil del Sud è negativa, e l’occupazione in termini reali tende a diminuire. Tutti i segnali che riguardano il mezzogiorno che pure è attraversato da situazioni abbastanza differenziate, ci presentano però un quadro omogeneo con un segno negativo. La dinamica dei consumi cresce ma in misura poco apprezzabile, siamo poco al di sopra dell’anno scorso, con una tendenza alla flessione più marcata per i consumi dei generi di largo consumo; per quelli medio alti o opulenti non ci sono segni di rallentamento. Per quanto riguarda la dinamica dei salari, il rapporto Ires mostra come con quest’anno accumulato 1.600 euro di stock di perdita negli ultimi quattro anni, legato soprattutto al mancato recupero del drenaggio fiscale che ne rappresenta i due terzi. E tutto questo con una dinamica dei prezzi in lieve ripresa.
Il dato sulla produzione industriale vuole dire che qualcosa in questi anni è successo: sul fronte internazionale dove c’è un ripresa della domanda tedesca ma più in generale della domanda che incrocia un po’ meglio la nostra offerta; una parte del nostro sistema produttivo ha incominciato a riorganizzarsi, prova a reagire alle difficoltà. La Fiat è un po’ l’emblema di questa volontà e capacità di riorganizzarsi. La Fiom ha già giudicato l’andamento dell’azienda e le sue prospettive, ma la Fiat è il simbolo di una verità che abbiamo già enunciato da tempo. Anche di fronte alle difficoltà del mercato globale, in un settore – a torto considerato maturo – se un’azienda crede e investe nel cuore della propria produzione, investendo in qualità, commercializzazione e sviluppo del marchio, può uscire dalle difficoltà che ha attraversato. E quello che vale oggi per la Fiat, può riguardare il nostro inero sistema produttivo. So che questo non mette la Fiat nè il nostro sistema imprenditoriale al riparo dl futuro, ma una inversione di tendenza così rapida rispetto ai dati di solo due anni fa, dimostra che la sfida può essere affrontata e vinta. Per noi questo è ancora più importante perché di questo processo e di questa funzione di stimolo, la nostra organizzazione è stata un elemento importante. Ma questo riguarda anche altri comparti, penso al tessile e calzaturiero che da qualche mese dà segnali di possibilità di riorganizzarsi.
Non un cambiamento di sostanza a cui ha fatto da leva un diversa politica industriale, ma una reazione da parte del nostro sistema industriale che mi fa dire che se a ciò venisse accompagnata una seria politica industriale che punti sulla qualità della nostra offerta, potremmo avere effetti e moltiplicatori importanti sul futuro del nostro sistema imprenditoriale.
Non sono in condizione di dire se il sistema delle costruzioni potrà continuare a crescere con i ritmi attuali o se il blocco degli investimenti, dovuti all’assenza di finanziamenti pubblici, ed il rischio dello sboom del valore edilizio, porteranno ad un rallentamento.
La situazione più seria però è nel comparto dei servizi, in particolare in quei settori che in questi anni sono stati lasciati a se stessi e sui quali urgono politiche di sistema di segno diverso: trasporti (dalle ferrovie, alle strade, ai porti, al trasporto aereo), ma anche settori come le telecomunicazioni. Ci sono settori che danno segni di crescita importante: tutto il comparto dell’energia, il sistema del credito e delle assicurazioni; qui c’è la crescita più rilevante del nostro sistema produttivo.
Ho voluto partire da questa analisi di scenario, perché sia il DPEF che la Finanziaria, ma qualsiasi azione di politica economica dovranno fare i conti con queste realtà. Abbiamo già detto nel passato CD quello che pensiamo del DPEF, con le sue luci e le sue ombre; quando afferma la contestualità fra sviluppo, redistribuzione e risanamento il Dpef incrocia le nostre convinzioni. Così come politiche indiscriminate di tagli alla spesa pubblica, nel welfare, nella formazione, nella ricerca, nell’università, nei servizi alle persone o ai territori incontrerebbero il nostro dissenso.
La legge finanziaria si deve quindi muovere tenendo conti di queste nostre valutazioni e di questo contesto. E ci pone il problema di come attrezzarci per una fase che non si presenta facile. Ribadisco che tutta la Cgil deve essere convinta e consapevole della difficoltà che abbiamo di fronte. A Serravalle ho parlato di una strada stretta, strettissima da percorrere. Riconfermo questo giudizio per alcuni motivi che provo a spiegare.
Il primo riguarda l’unità e l’efficacia dell’azione della maggioranza di governo. Il governo incontra molte più difficoltà di quello cui saremmo aspettati. Avevamo già segnalato le difficoltà che avrebbe provocato lo spacchettamento delle attività dei ministeri; e avevamo detto che questo avrebbe reso più difficile l’azione di coordinamento per filiere di politica omogenea.
Tra le varie materie di fibrillazione l’ultima è quella dell’indulto. Voglio dire con chiarezza inequivoca che per noi è importante che dallo sconto di pena vengano escluse le materie che attengono a reati compiuti contro il lavoro. Mi riferisco in modo particolare a quelle condizioni in cui per responsabilità degli imprenditori muoiono lavoratori e si segna la sicurezza delle persone, penso in particolare al caso dell’amianto.
Noi viviamo un riflesso diretto di questa difficoltà nella quantità di incontri che si fanno, ma in assenza di tavoli formali, nei quali affrontare nella maniera giusta la risoluzione dei problemi che poniamo o il governo pone a noi. Venerdì ci sarà un primo incontro con il governo.
Questa situazione deve cambiare rapidamente: non si può affrontare con la forza necessaria non dico la riprogettazione del paese – che chiedemmo al congresso – ma neppure la fase che il paese ha di fronte se il governo non recupera un’unità di intenti ed una efficacia della propri azione. Che abbia come fondamento il programma e come metodo quello del confronto corretto con le parti sociali, gli enti locali, e i sindacati.
Tutto ciò non ci impedisce di apprezzare quanto di buono il governo ha fatto. Mi riferisco ai provvedimenti relativi alle liberalizzazioni. Per convinzione e per interesse abbiamo l’esigenza di apprezzare questa svolta importante. Perché per la prima volta non si affronta il nodo partendo solo dal lavoro dipendente, dalla sua condizione, dalla sua flessibilità, o dalla condizione degli anziani e dei pensionati. Negli anni precedenti quando si trattava di parlare di competitività, si è sempre parlato ad un pezzo del lavoro, in particolare a quello che noi rappresentiamo: ma abbiamo anche interessi più diretti: introdurre concorrenza nei servizi viene incontro agli interessi dei lavoratori, degli anziani o dei giovani consumatori.
Fin qui per quello che riguarda il merito. Per quello che riguarda il metodo, a mio avviso, avrebbe dovuto essere capovolta la sequenza fra il momento della scelta, quello del confronto e quello del dibattito parlamentare. Forse sarebbe stato meglio seguire l’aurea regola: avere un punto di partenza del governo, confrontarlo con le associazioni interessate eppoi di fronte all’eventuale impossibilità di arrivare ad una intesa, assumersi come governo la responsabilità della scelta. Preferisco questo metodo non solo per non generare una asimmetria rispetto al modo con il quale si discute con noi. Ma perché c’è un elemento più profondo: per evitare una deriva corporativa e rendere più trasparente la posta in gioco, il metodo del confronto preventivo è decisamente il migliore.
Nel Dpef c’è la con testualità fra risanamento, redistribuzione e sviluppo. Da questo punto di vista apprezzo la manovrina, che ha portato una lieve correzione dei conti pubblici per il 2006 ed una più consistente per il 2007 agendo prevalentemente sul recupero di base imponibile legata all’Iva sugli immobili. Il segno è stato quello di evitare di intervenire per frenare quei timidissimi segnali di ripresa che il nostro paese sta attraversando.
L’equità deve essere il segno distintivo e visibile – in discontinuità con quanto avvenuto prima – ma bisogna fare i tutto perché questa non venga annullata da una politica di tagli indiscriminati alla spesa.
Sarebbe ovviamente preferibile – ferma restando l’importanza del risanamento dei conti pubblici non in ossequio a Maastricht ma per poter disporre di investimenti pubblici per i prossimi anni e decenni – non computare in un solo anno fiscale tutti i vantaggi attesi dall’intervento sulla spesa. Dobbiamo chiedere che attorno a questo il governo assuma una iniziativa più forte; non solo per dividere per due l’entità della manovra, ma perché con qualsiasi governo quando si è trattato di operare razionalizzazioni se non veri e propri tagli alla dinamica di crescita della spesa pubblica, abbiamo sempre chiesto che a questo venissero accompagnati processi di riforma. E questo rapporto richiede tempi più lunghi che un solo anno.
Per me, come per ognuno di noi, non può esistere la coppia governo amico – nemico. Noi restiamo una forza rigorosamente autonoma, per questo non ci sono governi né amministrazioni amiche, ma non siamo né possiamo essere – in ragione dell’autonomia delle nostre scelte - indifferenti ai programmi. Perché l’indifferenza porta a definire come tutto uguale, ciò che uguale non è.
Il metodo migliore per affrontare la fase che abbiamo di fronte, anche in ragione delle difficoltà che creano le divisioni nella maggioranza, è di avere un tavolo di confronto che operi come una regia, un coordinamento fra i diversi tavoli di cui abbiamo bisogno per sviluppare il confronto. In questa nuova regia dobbiamo tenere insieme una nuova politica di redistribuzione dei redditi, lo sviluppo, il welfare, senza la quale i singoli tavoli non produrrebbero risultati concreti e duraturi, oppure mancherebbe quella visione d’assieme imprescindibile.
I tavoli di cui abbiamo bisogno sono: in tema di politiche di sviluppo, affrontare le politiche per sostenere il mezzogiorno (come definito dal documento sottoscritto con le regioni del sud e Confindustria), le politiche per il settore dei trasporti e delle infrastrutture, serve un tavolo sulle politiche e gli investimenti per la conoscenza (formazione, ricerca, università), ricostruire l’embrione di una politica industriale e ambientale degna di questo nome. Senza trascurare il tema della casa, per cui si rende necessaria la proroga degli sfratti, ed una politica per le locazioni.
Per il welfare bisognerà tenere assieme il complesso delle politiche: sanità, assistenza, previdenza.
Per quanto riguarda le politiche di redistribuzione dei redditi (come abbiamo detto nel documento unitario) servono tavoli su fisco, prezzi e tariffe, condizione degli anziani e pensionati, il cuneo fiscale.
Sono questi i punti di merito sui quali dobbiamo essere in condizione di costruire le sedi ed i tavoli di confronto con il governo, in un quadro di rapporti unitari con Cisl e Uil che ci metta in condizione – laddove non ci sono ancora posizioni definite – di avere comunque proposte unitarie. Queste ci devono servire non solo per il confronto di merito con il governo, ma anche come base di discussione e dibattito all’interno delle nostre strutture ma anche con lavoratori e pensionati.
Il fine ultimo di questo nostro metodo di lavoro deve essere quello di avvicinare alle nostre priorità le posizioni del governo e del parlamento. In ragione di ciò abbiamo bisogno di far vivere accanto e contestualmente a questo, i grandi temi sociali e del lavoro, anche quelli sui quali – fino ad oggi – non abbiamo una posizione unitaria con Cisl e Uil. Penso in particolare alle politiche di riforma nel campo dell’immigrazione: per noi è un risultato importante la nuova regolarizzazione dei nuovi 350mila migranti (proposta che proprio noi avevamo lanciato), ma dobbiamo chiedere al ministro Amato di tenere in autunno una conferenza sulla condizione dei migranti ed in quella sede risolvere la grande questione del diritto di cittadinanza per i lavoratori migranti e per i loro figli, come abbiamo detto con forza al congresso.
Il governo deve dare risposte al grande tema della precarietà. Nei primi atti del governo non vedo la forza necessaria per mettere questo tema al centro della sua attività; capisco le difficoltà, con Confindustria e in parte con Cisl e Uil. Ma Prodi aveva detto che questo doveva essere un capitolo centrale dell’azione del suo esecutivo. E ci sono azioni che possono essere fatte: intervenire sulla precarietà nel settore pubblico, nella scuola, nella ricerca, nell’università, negli enti locali, nella sanità per arrivare a quelle politiche del lavoro che vanno riscritte in profondità come obiettivo di legislatura.
Vorrei che il governo assumesse esplicitamente l’obiettivo di riscrivere, risistemare la legislazione sul lavoro come obiettivo di questa legislatura, partendo dalla cancellazione e riforma di quegli istituti sui quali è possibile costruire politiche più avanzante. Su questo, come su quei punti su cui non dovessimo avere risposte adeguate, non dobbiamo smarrire la nostra capacità di pressione e di iniziativa autonoma. Se sulla precarietà del lavoro nona avessimo risposte adeguate, non intendo lasciare a nessuno – che non sia la nostra organizzazione – la gestione di iniziative coerenti e conseguenti con questo obiettivo. Perché so che se le governiamo noi, potranno restare in un tracciato che tiene assieme l’unità ed il rigore confederale.
Come sulle politiche sulla sicurezza sul lavoro è necessario che il governo offra risposte e comportamenti coerenti. Non c’è bisogno solo di una nuova produzione legislativa, ma di tante cose, come ci ricorda il Presidente della Repubblica. La sicurezza di chi lavora deve diventare un tema fondamentale di attenzione, di sfida e di pressione; ci sono leggi da cambiare, comportamenti, modifiche degli appalti, su cui le nostre categorie (a partire dagli edili, i più esposti) stanno lavorando.
Sono consapevole delle priorità, penso che possiamo ragionevolmente pensare di avere entro la pausa estiva la riunione di impostazione generale, quella sul mezzogiorno e la cabina di regia sui trasporti. Il resto partirà da settembre.
Ho un dubbio sulla durata dei tempi di questo confronto. Ci sono materie che hanno scadenze precise, altri tempi più lunghi, ma non è detto che con il CDM di fine settembre termineranno i tavoli sulle materie di competenza della Finanziaria. Sbaglieremmo se circoscrivessimo tutto nelle tre settimane di confronto a settembre.
Riassumiamo brevemente le nostre priorità sui vari tavoli. Il fisco: una politica ancora più incisiva contro l’evasione, l’elusione il sommerso, il lavoro nero; una armonizzazione dei prelievi sulla rendite finanziarie, sulla base del modello europeo; il ripristino dell’imposta di successione sulle grandi ricchezze e sui grandi patrimoni; il ripristino della progressività dell’imposizione sul reddito delle persone fisiche, che il secondo modulo della riforma Tremonti aveva fortemente limitato e compromesso. In positivo c’è da rivendicare la restituzione del drenaggio fiscale per lavoro dipendente, equiparazione della no tax area fra lavoratori dipendenti e pensionati, e un intervento sulle pensioni.
Bisogna lavorare per il rinnovo dei contratti del settore pubblico, definendo o prima o contestualmente la risoluzione dei problemi della previdenza integrativa per i settori pubblici, che ancora oggi ne sono sprovvisti; e - insieme – quel tavolo che ci metta in condizione di affrontare quel rapporto fra i pensionamenti, la stabilizazione del rapporto di lavoro precario e l’apertura ai giovani in tutti i settori pubblici, compresa la scuola.
Dobbiamo dare risposte agli anziani ed ai pensionati, innanzitutto per i non autosufficienti; e dare ai pensionati un tavolo specifico di confronto sulla situazione e la dinamica dei redditi da pensione, per dare risposte alle tre organizzazioni dei pensionati.
Così come sarà complicato il confronto sulla sanità. Ci sono stati e ci sono confronti difficili con le regioni che negli anni scorsi non hanno operato quelle politiche di riforma e razionalizzazione necessarie. Non conviene a nessuno avere situazioni regionali così differenti e sperequate, e ci sono esempi virtuosi. Ma se vuoi mantenere livelli di assistenza sanitaria omogenei per tutto il paese non si può scendere sotto dati livelli: non è la stessa cosa fissare il tetto di finanziamento della spesa sanitaria al 6,6% del Pil, oppure fissarlo al 6,2%. Con quest’ultima cifra nessuna regione, neppure quelle virtuose, ce la possono fare a mantenere i livelli di assistenza adeguati. Ci sono margini di risparmio, ma vanno cercato altrove; penso alla farmaceutica, al rapporto con le aziende private che in molte regioni sono una parte importante della spesa sanitaria e regionale. Per non parlare della corruzione che dilaga in diverse regioni.
Anche sulla previdenza il rapporto fra riforma e razionalizzazione della spesa è fondamentale. Non ci devono essere automatismi nella trasformazione dei coefficienti previsti dalla Dini, soprattutto perché questo determina effetti molto pesanti sul valore delle pensioni del futuro; l’abolizione del gradone ha per noi il significato di tornare alla logica della riforma Dini. Troveremo modo nel mese di settembre di fare discussione e approfondimento, che abbiamo già avviato con Cisl e Uil. Il punto più delicato è la natura del patto intergenerazionale che la riforma Dini e la sua applicazione ci consegnano. Introduco solo il titolo: come riuscire a coniugare la difesa dei diritti acquisiti con le legittime aspettative delle generazioni che verranno.
Politica redisrtibutiva. Dobbiamo chiedere al governo (anche se so che non siamo al 1992) una politica di dissuasione e di intervento sui prezzi e sulle tariffe, in cui le liberalizzazioni se controllate hanno effetti positive; torna la vecchia questione del carico impositivo sui prezzi dei derivati petroliferi; c’è bisogno che il governo di un segnale forte in questa direzione. Non so a che livello può attestarsi l’inflazione, con una monta forte come l’euro non c’è da attendersi grandi salti, ma proprio per questo ci vuole molto per far scendere di beni, generi e servizi.
Non è indifferente per noi avere una inflazione programmata all’1.7% o al 2%. Noi abbiamo chiesto al governo – e credo che abbiamo fatto bene e- di indicare nel Dpef una inflazione programmata più vicina possibile a quella reale. Alla fine la situazione è questa: inflazione programma per quest’anno 2%, 1,7% per gli anni a seguire. Una situazione priva di logica. Ma quel 2% è importante perché è un segnale lanciato alle imprese: c’è una pressione salariale che non intendiamo contrastare. Il 2% di inflazione programmata non ostacola le categorie più forti a rinnovare i contratti sull’inflazione attesa (cosa che io stesso auspico), ma anzi costituisce un riferimento importante per tutte le categorie, soprattutto quelle più deboli. Non è una gabbia, è una opportunità in più per difendere le condizioni dei più deboli.
Sul Mezzogiorno, la piattaforma presentata è particolarmente interessante. La scommessa è corretta: nella ristrettezza di risorse non vadano tutte la nord dove è più facile cantierare. L’intervento sulle aree urbane è la vera priorità.
Se venerdì parte il confronto, questo darà una spinta anche al lavoro unitario. Allora potremo definire per settembre un appuntamento dei tre organismi unitari per approvare a larghe linee questi titoli, proposte e linee guida su cui apriamo una discussione intanto nei gruppi dirigenti in giro per l’Italia, eppoi verso i lavoratori ed i pensionati. C’è una grande domanda, c’è disorientamento, c’è bisogno di una vasta discussione a cui è giusto venga offerto un punto di riferimento unitario sul quale discutere.
Siamo preoccupati per l’allargamento del conflitto in Medio Oriente: gli interventi degli hezbollah su Israele, al risposta di Israele, il suo ingresso nel territorio libanese per smantellare queste basi. Una miccia che può diventare esplosiva. Il tempo ci dà ragione: nella nostra contrarietà all’intervento in Iraq avevamo previsto questi sviluppi; avevamo dettosi parta dall’interposizione fra Israele e palestinesi, eppoi si provveda in altro modo a far cadere Saddam Hussein. La guerra in Iraq avevamo detto avrebbe provocato disastri incalcolabili e difficilmente prevedibili, come ha notato da ultimo Madleine Albright. Tutto quello che sta avvenendo in Iraq ha conseguenze pesantissime, con un effetto potenzialmente destabilizzante per tutto il Medio Oriente. Dobbiamo chiedere – come abbiamo fatto ieri insieme alla Tavola della Pace – che si fermi l’escalation del conflitto, per ragioni umanitarie, perché i civili e gli inermi soffrono di più; occorre davvero una interposizione anche con una presenza significativa della UE, per troppo silenziosa ed divisa. Dobbiamo essere rigorosi nel difendere le ragioni dello Stato di Israele, nel continuare a dire due popoli, due stati, due sicurezze; ma quello che sta avvenendo oggi è un’altra storia: voglio scindere le responsabilità dei palestinesi dalle azioni degli hezbollah; poi si potrà discutere se è eccessiva la reazione di Israele, ma non è in discussione il diritto di Israele alla difesa, come non può essere in discussione il diritto dovere della comunità internazionale a frenare l’esclation ed evitare un confitto di dimensioni incalcolabili.
Per questo è necessario che la Conferenza di pace che si apre domani a Roma possa avere un esito positivo. In ogni caso essa sarà il segno tangibile del ruolo nuovo che ha assunto il nostro paese e che lo rimette in condizione di svolgere una azione positiva per la prospettiva di pace, che per la Cgil resta l’obiettivo fondamentale.
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