Comitato Direttivo della Cgil

Roma, 25 luglio 2006

 

Conclusioni di Guglielmo Epifani


 

Provo a rispondere a quegli elementi della discussione che hanno sollevato valutazioni diverse da quelle contenute nell’introduzione, scontando il fatto che la gran parte degli interventi mi sembra abbia colto e condiviso l’impianto e il merito proposto alla discussione e alla riflessione.

Io, nel definire una delle caratteristiche della fase che si apre - dicendo che è molto difficile, chiedendo al Comitato Direttivo di essere avvertito di questa difficoltà perché talvolta può capitare anche a me di incontrare (soprattutto all’inizio, adesso via via sempre meno) una qualche tranquillità in eccesso e anche una delega in eccesso da parte dell’organizzazione nell’indicare le caratteristiche di questa strada stretta che dobbiamo percorrere- ho molto insistito sulle difficoltà interne al quadro politico di maggioranza. Ho detto che abbiamo esempi territoriali e nazionali, ne ho citati due (quello di Milano, quello di Roma), potrei aggiungere le cose che sono capitate nelle Marche: un accordo di concertazione firmato da tutti tranne che dalla Cgil e dalla Cisl sulle politiche di sviluppo e di investimenti nella regione. E mi fermo perché davvero vi prego di credere avrei un elenco particolarmente lungo, particolarmente complesso.

Da questo punto di vista, non c’è dubbio che dobbiamo trovare, a un certo punto, magari anche dedicando la riunione dei segretari generali che pensavo di fare all’approfondimento dei temi di merito, oggetto della relazione di oggi, anche un’occasione per provare a incrociare questi approfondimenti di merito di carattere generale e nazionale con le realtà e le situazioni che, territorio per territorio, si vivono. Non c’è dubbio, ad esempio, che è complicato risolvere tutta la partita della sanità solo con i saldi del finanziamento del sistema sanitario nazionale, perché dobbiamo anche incrociarli con le diverse situazioni che sono in campo, con le diverse vie di velocità attraverso cui si prova o non si prova a risanare il debito pregresso e anche sulla capacità che abbiamo noi di stimolare, territorio per territorio, questa situazione.

Davvero sono convinto che se quelle regioni un po’ meno virtuose sulla politica sanitaria non fanno i passi nella direzione giusta (mi riferisco alla Campania, al Lazio, alla Sicilia e mi fermo qui, solo per dire tre regioni che per numero di abitanti e dimensioni dei debiti parlano di situazioni molto complesse), poi diventa difficile qualsiasi discorso nazionale ed anche per noi la battaglia vinta sul referendum per dare più forza all’omogeneità dei livelli essenziali nazionali, finisce davvero per essere poca cosa se la sanità, da una parte, funziona e dà prestazioni di qualità e riduce i costi e, da un’altra parte, non funziona, dà meno servizi di qualità e aumenta i costi, gli sprechi e gli sperperi; perché non esistono battaglie a diverse velocità attorno a queste questioni.

Dicevo quindi di queste difficoltà interne al quadro della maggioranza. Tant’è vero che mi capita di incontrare sempre di più, anche oggi, molti compagni che mi dicono: “Ma durerà questo governo?”. Sta serpeggiando non fuori di noi, non su “il Corriere della Sera” che da tre giorni si è inventato, su proposta di Buttiglione, Rutelli presidente del Consiglio di un governo di salute pubblica, ma tra di noi serpeggiano questi interrogativi perché, giorno dopo giorno, si fa la somma. Se dopo un mese succede questo, un mese e due settimane questo, due mesi questo, come facciamo come paese, come fa il governo, come maggioranza ad affrontare una prova così?

E quando mi si dice: “Perché hai detto solo luci e ombre? C’è una parte critica”, volete che io non la legga, non la veda la parte critica che c’è nel Documento di programmazione economica e finanziaria? Pensate davvero che non avverto, anche in ragione delle mie funzioni e delle mie responsabilità, la difficoltà della situazione? Se io vi dovessi dire che a oggi ancora non si sa se l’incontro di venerdì si fa separato prima con Cgil, Cisl e Uil e poi con il sistema delle imprese e gli enti locali e/o si fa tutti assieme, in ragione del fatto che il governo ancora non ha deciso.

E quando io mi chiedo: “Come può essere?” e provo a darmi delle risposte e poi capisco perché: c’è di mezzo il voto sull’indulto; perché c’è di mezzo la fiducia sulla manovrino; perché poi c’è l’incognita dell’Afghanistan; posso anche provare a darmi una risposta sul perché probabilmente anche la ripresa del confronto con le parti sociali non ha avuto fino a oggi quell’attenzione e quella determinazione necessaria. Ma questa risposta che mi do, e che serve a consolarmi e a consolarci, ovviamente non fa i conti con una realtà: che se non si cambia registro, quel percorso stretto diventa così stretto che poi, alla fine, non ci si passa.

Per questo tengo una linea di serenità di giudizi, non perché non capisca i punti di criticità (vi prego di credermi, forse ne so anche qualcuno in più di quelli che ovviamente dico) ma perché penso che dobbiamo lavorare per provare a rimettere in sesto le responsabilità di chi governa e il modo corretto di relazionarsi con il movimento sindacale. Quando ho sempre insistito, da tempo, e mi avete sentito, a dire che non è il ‘92-’93; non lo dicevo solo perché le ragioni di fondo sono diverse, cioè lì c’era la bancarotta e l’inflazione a due cifre, oggi abbiamo un altro tipo di problema; non era solo questo, ma perché, rispetto ad allora, la politica accetta molte meno supplenze e rispetto ad allora il peso dell’interlocuzione con il movimento sindacale, per essere espliciti, probabilmente assunto a parole, non lo è fino in fondo assunto nei comportamenti. Questa è una parte vera della realtà che abbiamo di fronte a noi.

Da questo io non ne assumo come conseguenza quella di accentuare la criticità o gli allarmi. No, un’altra strada: quella di segnare con rigore e con coerenza i punti che noi riteniamo essenziali nel metodo e nel contenuto per dare forza al confronto perché o si supera questo ostacolo o non si esce da questa situazione.

Anche a me, e lo dico parlando di un ministro che stimo, quando leggo le cose che dice, qualche problema mi si crea perché prima di dire che lui vorrebbe anzi un po’ di conflitto sociale e un po’ di scioperi, questo lo possiamo dire noi. Noi che, nella nostra idea di autonomia, contempliamo anche questa possibilità, ma io non ce lo vedo un ministro della Repubblica che contemporaneamente sta in piazza con noi contro il governo del quale fa parte; perché delle due l’una: o si batte fino in fondo o, se sta in piazza con noi, non può stare lì. Ma come può essere questa situazione?

E aggiungo – l’ho fatto poco nella relazione – che è anche l’ora di finirla che si vada al confronto con il sindacato con sette posizioni interne al governo e altrettante in mezzo al Parlamento e alla sua maggioranza, perché così non si negozia. Non con me o con noi: non si negozia, perché se devo arrivare a un punto di compromesso su una questione, quando e come lo si spende? Dove? Con chi? Con quali garanzie? Arriveremo a un punto in cui si dovrà decidere se si fa una cosa o l’altra. Dove lo si decide? Con chi? Con quali garanzie? Con quali affidamenti reciproci? Se concordiamo una cosa, quella cosa resta per il Consiglio dei ministri, o ci troviamo nel Consiglio dei ministri qualcuno che poi la cambia? E cosa succede poi relativamente al Parlamento come impostazione del governo (poi il Parlamento è libero ovviamente di decidere come crede)?

Sono questi gli interrogativi che ci poniamo. Per questo la cautela con la quale proviamo a costruire i tavoli di confronto.

Perché, in questi giorni, ho insistito tantissimo per tenere l’incontro prima delle ferie? Perché non voglio arrivare alla ripresa così, perché, se arriviamo a settembre senza niente, ci troveremo in quindici giorni a decidere un sì o un no; e io non voglio arrivare a decidere un sì o un no: voglio arrivare ad aprire dei tavoli che hanno dei contenuti, dei percorsi sui quali poi diremo le cose che pensiamo, faremo i confronti, decideremo noi i tempi che ci interessano e arriveremo alle conclusioni che riterremo possibili. Se non facciamo in questo modo, davvero arriviamo a un punto in cui o prendere o lasciare e, nel prendere o lasciare, noi non prendiamo e salta il banco.

Siccome questa è la posizione, per questo uso questi argomenti e per questo uso queste valutazioni.

Di tutte le cose che ci sono state dette, non ho difficoltà a dire che la parte del Dpef più delicata, più critica, quella che non ci convince è quella sui tagli alla spesa pubblica. È evidente. Lo possiamo ripetere, ma è la prima cosa che dal primo secondo (lo sanno i compagni con i quali abbiamo condiviso questo), abbiamo detto a tutti: come pensate di fare tagli di questa dimensione in ragione di qualche mese o di un anno? Sono letteralmente impossibili. Non sono possibili perché tagli di quella dimensione non esistono nella natura delle cose. Volete provarci il contrario? Avete voi l’onere della prova, non ce l’abbiamo noi.

Per questo ho insistito nel rapporto tra risparmi e politiche di riforma, perché è stato sempre il modo corretto con il quale noi abbiamo affrontato la questione della razionalizzazione della spesa pubblica. In questi anni la spesa pubblica è aumentata di due punti e mezzo. Siamo tornati a un livello di incidenza della spesa pubblica (non sto parlando della spesa sociale) sul Pil davvero a livelli molto alti e con un tendenziale di crescita forse non sostenibile rispetto a una dinamica del Pil che non è più quella di un tempo. Per questo c’è un problema di attenzione alla dinamica della spesa. E quando insisto nel dire: “Guardate, non è solo Maastricht”, non lo faccio per illudere quella parte dei compagni che non condivide Maastricht: lo faccio per impostare - secondo me correttamente - la questione della sostenibilità finanziaria del nostro bilancio pubblico.

Ragioniamoci un momento. Ho letto anche il documento degli economisti che si propongono di spostare il saldo in anni sempre più avanti. È evidente. Se noi non abbiamo un volano che ci ridà disponibilità di spesa o investimenti pubblici, delle due l’una: o questi investimenti e questa spesa si fanno a prezzi crescenti, stante la situazione dei tassi di interesse, oppure, di fronte all’assenza di investimenti pubblici, sarà giocoforza ridare spazio e primato agli investimenti privati. Una politica di attenzione alla sostenibilità finanziaria è funzione del nostro discorso del primato dell’investimento del ruolo pubblico. E non ci vuole tanto per capire che, se poi non hai risorse pubbliche, ti inventeranno qualche strumento di finanza creativa, di project financing, di spazio ai privati, di riduzione del welfare per cui, alla fine, tutta la componente privatistica tenderà a crescere.

C’è – mi scuso per la banalizzazione – una lettura davvero “nostra”, davvero di sinistra (intendendo per sinistra quello che parla ai nostri valori, ai nostri interessi, alla nostra rappresentanza) nel non considerare la dinamica della spesa come una variabile indipendente perché arriva un punto in cui l’equilibrio salta. E quando salta l’equilibrio, sei costretto a scaricare sul nuovo che arriva queste cose. E un paese che non ha investimenti pubblici per il futuro, è un paese che parla al linguaggio dei giovani, dei nuovi bisogni, delle nuove domande in maniera diversa da come ha parlato, nel bene o nella male, alle generazioni che abbiamo alle spalle.

Il sistema previdenziale non ci dice nulla? Lo dico fuori da qualsiasi calcolo di interesse sul tema. È evidente che siamo di fronte a una divaricazione crescente tra la condizione che aspetta i giovani e quella che è la situazione in essere oggi, ma questo è soltanto uno degli aspetti che ci possiamo ritrovare se non stiamo attenti a questa dinamica della finanza pubblica.

Per questo insisto nel dire: teniamo assieme risanamento, sviluppo, redistribuzione. E anche sulla redistribuzione, perché ho insistito anche con Cisl e con Uil, e troverete nel testo del convegno dell’altro giorno questa nostra nuova dizione che abbiamo sempre usato: nuova politica dei redditi, nuova politica di redistribuzione dei redditi? Perché oggi il problema redistributivo deve spostare risorse e redditi dalle rendite, dai patrimoni, dal capitale nei confronti del lavoro dipendente e dei pensionati.

In questo è nuova, non perché oggi non è quella del ’92, ma perché oggi c’è un problema di redistribuzione nei confronti di quella parte del paese che in questi anni è andata indietro. Questa è la funzione della politica redistributiva.

Da questo punto di vista, io credo che con nettezza bisogna dire al governo – non a caso ne ho parlato subito – che sul fisco ci vuole il completamento di una politica riformatrice davvero che faccia giustizia. Sono le cose che abbiamo detto in questi anni, una dopo l’altra: che il secondo modulo non andava bene. Che termine abbiamo usato, cancellare? Abbiamo usato questo termine, perché non assicurava più la progressività. Abbiamo detto che non potevi trattare le rendite finanziarie alla metà di quanto tu trattavi o risparmio postale o un’altra situazione. Abbiamo detto che gridava letteralmente vergogna affrontare la questione dei capital gains così come era successo in una parte degli scandali che si sono succeduti, per cui guadagnavi miliardi di euro senza pagare una lira di imposta.

Quando affronteremo la questione della previdenza, pensate che non penseremo, come abbiamo già pensato, nel dire: “Guardate che, prima di mettere mano a qualsiasi cosa, proviamo a vedere cosa sta succedendo dentro i comparti della spesa previdenziale”? Quel miliardo e sette che ci costa la previdenza dei dirigenti di impresa (ve la ricordate la questione della previdenza dei dirigenti d’impresa che, contro la nostra opinione, il governo precedente ha fatto confluire nei conti dell’Inps?), quel miliardo e sette di disavanzo dirigenti di impresa chi lo paga? Dove esiste un modello di solidarietà (così, per sapere…) per cui i poveri parasubordinati che avranno una pensione di 300 euro, dopo trenta/quarant’anni, pagano loro la copertura ai dirigenti di impresa, i quali – apro e chiudo la parentesi – fino a ieri potevano denunciare ai fini fiscali un trattamento e avere stock option miliardarie assolutamente esentasse? È questo il modello di equilibrio? È questo il modello di solidarietà?

Ho provato a fare questo esempio solo per segnalare il tipo di lavoro che già stiamo facendo, sul quale dobbiamo continuare a ragionare perché, quando arriveranno i tavoli del confronto, il nostro problema non sarà di dire: “Non alziamo di sette anni, di un anno, di un mese…”, ma il nostro problema innanzitutto sarà quello di fare i conti con le iniquità presenti, anche nei costi. E va da sé che, anche quando parliamo di previdenza, dovremo parlare del contributo del lavoro autonomo; ci sarà il problema di un corrispettivo diverso se aumenti i contributi dei parasubordinati rispetto alle loro prestazioni, un complesso di questioni e di temi. Per questo la riforma sui risparmi di spesa perché, senza riforma, queste questioni non si pongono. Ci sarà lo spazio solo per un sì o per un no. Innalzamento dell’età: sì o no?

Questo schema non è mai stato il nostro. Sì o no: la risposta è no dentro un processo di riforma in cui non si vede qual è il quadro delle iniquità, come si pagano, come si affrontano e quali spazi negoziali si aprono. E se dall’altra parte c’è accortezza e non sciatteria e non disinvoltura, probabilmente quella strada stretta si riesce ad affrontarla, ma è un’ipotesi, è la nostra ipotesi.

Quello che vale per la previdenza, vale ovviamente per l’insieme delle questioni di cui abbiamo parlato.

Così come non c’è dubbio che abbiamo bisogno di avere dal governo una proposta attorno ai temi della precarietà e della condizione di lavoro. Quando dicevo che è un tema non solo che non possiamo abbandonare ma per noi vivo, lo dicevo sapendo quello che vuol dire, le difficoltà che ci sono, i problemi che possiamo avere con Cisl e Uil, ma sapendo che noi non possiamo abbandonare questo terreno. E non lo può, secondo me, abbandonare il governo che, nel suo programma, comunque, al di là delle soluzioni che prospetta, indica con chiarezza che questo è uno dei grandi temi della propria legislatura, della propria azione, della propria funzione.

Da questo punto di vista, dobbiamo solo avere l’intelligenza di far emergere le contraddizioni, cogliere i punti di partenza. Perché insisto molto sulla questione del precariato del settore pubblico? Perché, in realtà, alla fine pare che nessuno sapesse la verità fondamentale: il grosso polmone della precarietà in questo paese sta nei settori pubblici. Gli stock stanno prevalentemente lì.

Allora sarà chiaro che se ci sarà una risposta su questo fronte, si cambiano le condizioni materiali, si comincia a incidere. È chiaro che il tempo determinato così non va bene. Prima o poi il governo ci dovrà dire che così non va, che bisogna rimettere in moto una contrattazione virtuosa e non negativa perché, se non aggredisco quest’altro nodo, nel settore privato e anche nel settore pubblico non risolvo niente. Provo intelligentemente a cogliere i punti di partenza che mettano il luce contraddizioni, crepe.

Questo è il lavoro che stiamo facendo, il lavoro che dovremmo fare sapendo che, su una parte di questo, non incontriamo forse Cisl e Uil, ma non mi rassegno a provare di vedere se anche con Cisl e Uil, magari su talune di queste questioni attinenti una legislazione sbagliata e la contrattazione non ci sia la possibilità di lavorare assieme. Perché vedo che le categorie unitariamente, di fronte al tempo determinato, provano a ragionare su ipotesi diverse. Questo solo per dire come, secondo me, va sviluppato il lavoro.

Quindi, da questo punto di vista, c’è anche la logica di percorso che ho proposto. Non posso essere più preciso perché, dalle cose che ho detto, noi abbiamo con Cisl e Uil raggiunto un’intesa su un percorso di massima: provare a costruire insieme delle linee guida, delle proposte, farle approvare dai tre organismi nazionali e, sulla base di ciò, aprire una consultazione che, partendo dai gruppi dirigenti, deve arrivare, secondo me e per le cose che ho detto, ai lavoratori e ai pensionati.

Oggi questo lavoro non è compiuto, c’è una disponibilità politica. Venerdì abbiamo il primo incontro con il governo. Va da sé che immediatamente dopo venerdì, se si struttura un po’ questo tavolo, il nostro compito sarà con Cisl e Uil di costruire questi pezzi di ragionamento che, vi prego di credere, pur se non formalizzati in questi incontri informali stiamo provando a mettere in piedi.

Quanto detto da Podda sul documento dei tre sindacati pubblici, noi lo assumeremo come punto di riferimento unitario. Stiamo così costruendo, in tutte le modalità possibili, dove troviamo delle convergenze, questo percorso nella convinzione - non è tattica - che una posizione unitaria di Cgil, Cisl e Uil, nella situazione di oggi (non è sempre stato così), è destinata a pesare di più nella definizione di scelte più corrispondenti a quello che pensa il movimento sindacale e la Cgil. E per i punti dove non sarà così, vedremo come far stare in campo l’iniziativa della Cgil, con l’accortezza che questo richiede e dopo aver sperimentato fino in fondo la possibilità di un’intesa unitaria con gli altri anche sui punti che ci vedrebbero in dissenso.

Sono d’accordo ci sia bisogno di tenere un Comitato Direttivo prima dei tre direttivi unitari; nel nostro CD faremo la discussione con tutti i mandati necessari come si compete; in più - aggiungo - avverto il bisogno di avere una sede un po’ seminariale, che probabilmente può essere costituita dalla riunione dai segretari generali in forma allargata, come facciamo in questi casi, perché abbiamo bisogno di una sede di approfondimento di merito che un Comitato Direttivo in quanto tale non sempre consente. Sono ipotesi di lavoro, che assumiamo nei confronti del Direttivo per provare a costruire il percorso.

Perché poi ho detto: non mi fermerei a settembre? Perché non voglio starci in questo schema angusto. Su alcuni processi di riforma, ma come? Chiedo due anni perché coi processi di riforma c’è bisogno di un tempo lungo e poi lo decido in dieci giorni? Se il governo avverte questo, si assuma la responsabilità. Non è la mia opinione, né credo quella della Cgil.

Dovremo, questo sì, e questo è inutile che ce lo nascondiamo, ve lo dichiaro subito come normalmente sono portato a fare, probabilmente non ce la facciamo a giocare di rimessa questa volta, cioè per una serie di situazioni su talune di queste questioni sarà probabilmente giocoforza che noi proviamo ad avanzare qualche proposta, proviamo a misurarci con qualche risposta di riforma. Se sarà così, se ci sarà il consenso e se ci sarà il merito, non credo che ci tireremo indietro perché onestamente, per il groviglio dei problemi in cui si è determinata la situazione, non vedo altri che lo possano fare con la nostra competenza di merito, con la nostra serietà e con il nostro rigore; se noi aspettiamo potrebbe arrivare un tempo in cui non capita assolutamente nulla o quello che capita non è esattamente quello che noi vogliamo. Non penso in generale: penso a quei due o tre punti di merito su cui probabilmente questo si renderà necessario.

Per questo penso anche – capisco anche la modalità con cui è stato chiesto – che convenga chiudere, se il Direttivo vorrà, questa nostra riunione dell’organismo direttivo assumendo la relazione, i contributi in modo da far circolare, nella nostra organizzazione, il pezzo scritto dell’introduzione, le conclusioni in modo che diamo un orientamento largo, ritenendoci impegnati, in ogni caso, in una discussione formalmente impegnativa del nostro Comitato Direttivo, quando però ovviamente il percorso di merito e il percorso di metodo unitario con gli altri troveranno una sua definizione più precisa.

Chiuderemo il Comitato Direttivo con un ordine del giorno sull’indulto, che la segreteria ha già preparato, perché lo riteniamo un fattore assolutamente importante. Per quanto riguarda le questioni dell’aggravamento della politica internazionale, Gianni Rinaldini ha fatto un ragionamento al termine del quale c’era l’idea di trovare un’occasione in cui riflettere sul rapporto tra l’uso della guerra, i fondamentalisti, gli effetti, le modalità di stare in campo con un’altra opzione. Io non ho nulla in contrario, vedo soltanto un mese di settembre che già molto impegnativo, però colgo il ragionamento. Trovare una sede non tattica, non contingente, cioè legata a quello che succede in Parlamento o nelle zone attraversate dai conflitti, per ragionare un po’ sul rapporto, ad esempio, tra fondamentalismo, terrorismo e risposte ai fondamentalismi; come deve poter funzionare la reciprocità nel diritto internazionale; quali priorità.

Voglio solo dire che se, per caso, la conferenza che si apre domani a Roma dovesse segnare l’avvio di un percorso che portasse (uso tanti condizionali ipotetici) a un’intesa che prevede una forza di interposizione in quella zona del Libano - vera interposizione e non come quella di rispetto delle vecchie risoluzioni che era affidata al bon ton - questo davvero stabilirebbe un principio di qualche importanza, probabilmente utilizzabile anche di fronte a quello che succede tra palestinesi e Israele, perché non c’è dubbio che, da questo punto di vista, con la forza con la quale mi sono espresso in favore delle ragioni alla difesa di Israele, con la stessa forza penso non solo che non si deve abbandonare, ma che vanno sostenuti e riconosciuti i diritti legittimi del popolo e della condizione palestinese.

Voglio però anche aggiungere – e su questo davvero termino – che, così come è giusto essere anche duri nella critica, però sarebbe sbagliato non apprezzare i cambiamenti. Io vedo anche parzialmente nella nostra discussione le cose che cambiano positivamente vengono messe da parte e quelle che non vanno bene, enfatizzate. Si può dire tutto, ma la conferenza di domani, rispetto a quello che era stato fino a tre mesi fa, è come la notte e il giorno. La decisione di uscire dall’Iraq, ci usciremo un mese dopo, un mese prima, però culmina in una presa di posizione autonoma del nostro paese, dopo gli anni passati. Lo dico soltanto perché ognuno di noi sia equilibrato nei giudizi.

Avete visto, sono stato molto severo in alcuni passaggi ma, come ho fatto per le liberalizzazioni, come ho detto per la vicenda della manovrina, sarebbe davvero sbagliato se noi non apprezzassimo i cambiamenti che intervengono. Per una ragione semplice: sono cambiamenti per i quali un’organizzazione come la nostra, la nostra gente si è battuta e ha lottato. Non mi piace l’idea di un’organizzazione che, se ottiene dieci, quel dieci lo mette da parte. No: quel dieci lo prende e dice che è anche merito suo, e poi passa a risolvere il novanta che manca.