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Sul Dpef il governo sta
subendo le pressioni di Confindustria
Tagli alla spesa, moderazione salariale: il più classico dei
liberismi temperati
Giorgio Cremaschi
Mario Monti, sul Corriere della Sera, rilancia la campagna per le
liberalizzazioni e le privatizzazioni, anche se poi chiede al
governo più cautela nell’uso dei decreti. L’ex commissario europeo e
tutti coloro che credono nelle virtù magiche del mercato e del
privato dovrebbero forse riflettere un poco sul fatto che nel giorno
della chiusura per protesta delle farmacie, le uniche aperte erano
quelle comunali che tanti vorrebbero privatizzare. Chi ha detto che
il pubblico è meno efficiente e meno favorevole ai consumatori del
privato e delle liberalizzazioni?
Ma nonostante i fatti la campagna continua. Il ministro
dell’Economia, pochi giorni fa, in un forum su la Repubblica
raccontava che sua figlia lavora in Francia con contratti rinnovati
di tre in tre settimane. Ammetteva che quel rapporto di lavoro può
distruggere i nervi, ma poi sosteneva che in Francia in fondo le
cose vanno bene perché le leggi garantiscono regole chiare e
trasparenti, anche sul piano contributivo e fiscale. Per il ministro
dell’Economia, la precarietà diventa accettabile flessibilità,
purché non sia lavoro nero. Sarà per questo che sul Dpef, rispetto
alla Legge 30, si scrive che essa sarà sottoposta a “rivisitazione”
(che vuol dire?) e non si adopera in alcun modo quella parola:
“superamento”, che pure era scritta a chiare lettere nel programma
dell’Unione.
A sua volta il governatore della Banca d’Italia ha di nuovo spiegato
che bisogna alzare l’età pensionabile. Per lui è quasi una mania
ricorrente riproporre l’allungamento del tempo di lavoro, in un
paese ove gli infortuni aumentano, le condizioni lavorative
peggiorano, chi lavora sul serio invecchia prima. Giustamente il
presidente della Camera ha bollato come un crimine sociale
l’innalzamento dell’età della pensione.
I borghesi buoni allora sono improvvisamente tornati cattivi? No, la
questione è un’altra. Sicuramente la classe borghese che sta
emarginando i rampanti nati negli anni ottanta e novanta, da
Berlusconi in giù, ha una visione diversa della società. Essa
proclama la necessità di regole forti e combatte i conflitti
d’interesse. Pare quasi che qua e là riemerga una buona borghesia di
stampo liberale einaudiano. Sicuramente meglio di quella sfacciata e
pecoreccia che ha imperversato in questi ultimi anni. Se poi questi
nuovi liberali siano davvero anche buoni, questo riguarda la loro
coscienza e non noi. Il punto però è un altro: l’impianto
programmatico dei borghesi buoni, per affrontare la crisi del paese,
non va oltre gli orizzonti del più classico dei liberismi temperati.
L’impianto complessivo del Dpef è esemplare al riguardo. Quel
documento ammette sì la necessità della lotta all’evasione fiscale,
di una competitività fondata sulla qualità e sull’innovazione, di un
rapporto meno aggressivo con i sindacati e i lavoratori. La parola
equità, che non a caso per i liberali ha sostituito eguaglianza e
giustizia, compare sovente nel testo. Ma la sostanza è quella di un
programma che parte dalla necessità di tenere rigidamente fede ai
dettati liberisti di Maastricht, del Patto di stabilità, e anche dei
loro interpreti privati, cioè le varie agenzie di rating. Per questo
su due punti cardine delle politiche sociali il Dpef è persino
brutale. Dice: non illudetevi, la lotta all’evasione fiscale e agli
sprechi è necessaria, ma non basta per riequilibrare i conti
pubblici.
Occorrono precisi interventi sulla spesa per le pensioni, per la
sanità, degli enti locali, per il pubblico impiego. La manovra di 35
miliardi di euro sarà dunque anche pagata così. Scompare ogni
ipotesi di aumento della spesa sociale. Eppure se proprio si vuol
guardare all’Europa, bisognerebbe ricordarsi che l’Italia spende per
lo stato sociale almeno 30 miliardi di euro in meno all’anno della
media europea.
Poi il governo ripropone la moderazione salariale, legandola a tassi
di inflazione programmata, il 2% per il 2007, l’1,7% nel 2008,
l’1,5% nel 2009, largamente inferiori all’inflazione reale. Paiono
discorsi d’altri tempi quelli che quasi tutti facevano, solo poco
tempo fa, sulla sindrome della quarta settimana che colpisce i
lavoratori e i pensionati che non ce la fanno ad arrivare alla fine
del mese.
In sintesi, nel nome del risanamento, si colpiscono ancora
lavoratori e pensionati, anche se si promette che questa volta non
saranno i soli a pagare. Questa è la vera differenza con Berlusconi,
che, sfacciatamente, pretendeva che il bene dei ricchi fosse anche
quello dei poveri. Oggi invece, devono pagare un po’ tutti, nel nome
di quel liberismo temperato, rispetto al quale si sostiene che non
vi sarebbero alternative.
Più di cinquanta economisti di valore hanno invece spiegato, in un
lucido appello, che un’alternativa c’è. Essa non è la rivoluzione
socialista né la messa in discussione dell’economia di mercato.
Semplicemente gli economisti propongono di invertire il rapporto tra
risanamento, sviluppo e giustizia sociale, costruendo obiettivi
sociali e di sviluppo più giusti e adeguando ad essi il percorso del
risanamento. La stabilizzazione del debito, cioè un percorso che
eviti quella forma di usura di stato per cui si taglia la spesa
sociale per pagare i creditori del debito pubblico, è un percorso
possibile. Ma richiederebbe un governo convinto e capace di
sollevare a Bruxelles una istanza sulla quale a parole in tanti si
dicono d’accordo, anche se poi essa ufficialmente viene negata, e
cioè che l’Europa può ben permettersi una politica economica meno
brutale di quella monetarista.
Invece il governo sta sempre più subendo la pressione della
Confindustria, dei poteri forti, dei centri dell’economia liberista,
della grande stampa d’opinione che vogliono tornare alla politica
economica degli anni Novanta. A quel 1992 tanto esaltato dal
ministro dell’Economia e tanto dannoso per i lavoratori. A quella
politica che ci ha consegnato tante contraddizioni e tanti nodi non
risolti, ben prima dei danni di Berlusconi.
Per equilibrare questa pressione liberista è allora necessaria una
pressione di segno opposto dei sindacati e dei movimenti, che
rivendichi una vera svolta di politica economica.
I sindacati confederali inizialmente avevano chiesto un’altra
impostazione del Dpef. Anch’essi avevano proposto di diluire nel
tempo il risanamento del debito in maniera che fossero solo gli
strumenti giusti, la lotta all’evasione fiscale in primo luogo, a
reperire le risorse. Ora pare invece che anche il sindacato
confederale sia disposto a farsi coinvolgere in una concertazione
che appare caricaturale. Perché in essa non sono in discussione gli
obiettivi, ma solo il modo di realizzarli. Nella sostanza non è in
discussione se tagliare o no le pensioni o le spese per la sanità,
ma solo a chi e dove tagliarle.
Per realizzare davvero una politica economica e sociale di svolta
per il paese, più che di borghesi buoni, c’è bisogno di sindacati
più cattivi.
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