Siamo ostaggi di un sistema
dove chi guida la danza sono i servizi segreti, dove
i diritti hanno subito un logoramento sostanziale,
dove l'informazione è nelle mani dei potenti. La
democrazia liberale è finita da tempo, sostituita da
riti formali, imposti come validi per tutti sotto
tutte le latitudini , cioè privi di senso per
immense moltitudini asservite. Si chiamano elezioni
in regime di occupazione militare. Altrove, negli
Stati Uniti per esempio, dove l'occupazione militare
formalmente non c'è, i risultati elettorali si
decidono, da due elezioni presidenziali in qua,
prima che gli elettori vadano alle urne
elettroniche. Ma anche in questo caso il motto della
stampa e nei media americani, proiettato su tutto il
pianeta, è il noto proverbio secondo cui “il
silenzio è d'oro”. E tutto questo lo dobbiamo ai
gestori dell'11 settembre 2001.
La madre di tutte le menzogne - 3-7-06
Le cose vanno male, per Bush. Non c'è più solo l'Irak,
adesso anche l'Afghanistan emerge come problema irrisolto.
Tra poco arriveremo ufficialmente (in realtà ci siamo già
arrivati da tempo) a tremila morti americani nel deserto
iracheno: per inciso, tanti quanti ne morirono l'11
settembre.
Così si può già rispondere, dati alla mano, a coloro che,
posti di fronte alla domanda su cosa è realmente accaduto
l'11 settembre, rispondono indignati che è impossibile che
“qualcuno” diverso da Osama bin Laden abbia potuto ammazzare
(o lasciar ammazzare) tremila persone innocenti.
E i tremila morti americani in Irak chi li ha mandati a
morire in base a una gigantesca frottola, seconda soltanto a
quella che ci hanno raccontato sull'11 settembre? Dunque
perché stupirsi e scandalizzarsi quando qualcuno pone la
domanda? In fondo si tratta delle stesse, identiche persone,
che con tutta evidenza si muovono sulla base delle stesse
logiche.
Ma quello che sta accadendo, sotto i nostri occhi, è
un'offensiva potente e multilaterale che sta davvero
cambiando il nostro panorama esistenziale. A partire da quel
fatidico 11 settembre, in cui tutti hanno creduto di
“vedere” la verità, l'evidenza, tutte le regole sono state
cambiate, o stanno cambiando. Siamo già tutti un po' più
prigionieri di quanto non fossimo “prima”, cioè prima
dell'11 settembre.
E' una miriade di piccoli e grandi cambiamenti. Tutti, in
varia misura, motivati con la grande lotta al terrorismo
internazionale cominciata con l'11 settembre. I voli segreti
della Cia, i rapimenti di presunti terroristi, le carceri
segrete sparse per il mondo intero, inclusa l'Europa, i cui
governi fanno finta di non saperne nulla, mentre sapevano
tutto. I principi sacri delle convenzioni internazionali –
come quella per i diritti umani, o come quella contro la
tortura, o come quella di Ginevra per i diritti dei
prigionieri di guerra – sono calpestati ogni giorno mentre
vengono proclamati come universali ad ogni stormire di
fronde.
La guerra contro il terrorismo procede con qualche,
periodica, esecuzione esemplare, di cui tutti i media
gioiscono per qualche giorno, felici dello scorrere del
sangue secondo le nuove leggi del far west, in cui i must
wanted vengono giustiziati sotto i riflettori e nel mezzo
degli applausi delle folle. E, mentre la conta dei morti si
allunga, ecco apparire singolari , nuove “rivelazioni”, di
cui non si conosce l'autore e che vengono date in pasto a un
pubblico manipolato per preparare, con ogni evidenza, nuovi
misfatti. Il presidente Ahmadinejad dice cose guerriere, ma
il Memri (istituto di Washington diretto da un ex agente del
Mossad) gli mette in bocca cose che non ha mai detto (vedi
l'accuratissima analisi di Johnatan Steele sul Guardian),
come quella di “cancellare Israele dalla mappa”. E tutto il
mondo, tutti i leader del mondo occidentale, si tuffano
sulla falsa notizia, esecrando, maledicendo, minacciando a
loro volta.
E' evidente che c'è chi prepara la guerra contro l'Iran,
secondo i canoni classici con cui si sono preparate quella
del Kosovo, quella afgana e quella irachena. La lotta contro
il terrorismo va male? Ecco che non solo si mostra lo scalpo
di Zarkawi, ma lo si fa precedere e seguire da nastri
registrati di Al Zawahiri . L'autenticità di queste
improvvise esternazioni è pressoché nulla. In ogni caso
nessuno si preoccupa di verificare. I grandi organi
d'informazione ripetono, pubblicano, commentano, di cose su
cui non hanno il minimo controllo.
Si viene a sapere, da una smagliatura (ce ne sono sempre)
che la National Security Agency sta raccogliendo dati sulle
telefonate private di quasi tutti i cittadini americani:
quattro grandi compagnie telefoniche americane su cinque
(con l'unica eccezione della QWest) hanno accettato
l'ingiunzione della NSA. E quando un deputato democratico e
alcune organizzazioni non governative per i diritti umani
protestano e chiedono l'apertura di un caso giudiziario per
violazione della privacy, la risposta che viene dal ministro
della Giustizia, Gonzales, e dai capi dei servizi segreti è
questa: chi pone domande del genere viola gravemente la
sicurezza nazionale degli Stati Uniti d'America.
Improvvisamente veniamo a sapere che il vero ideatore, la
mente e il capo dell'operazione 11 settembre non fu Osama
bin Laden, ma fu Khaled Sheikh Mohammed (insieme a
Binalshibh). Come? Le Monde, un tempo giornale decente,
pubblica per esteso la sua “confessione” dettagliata. La
Stampa, in Italia, la riprende. Né l'uno né l'altro giornale
dicono come e da chi hanno ricevuto il documento. Non dicono
quando esso è stato scritto, in quali condizioni Khaled
Sheikh lo abbia firmato, se abbiano , o meno, idea sul luogo
in cui si trova, se siano certi che è ancora vivo.
Pubblicano, beati loro, lo scoop, incuranti non solo del
ridicolo, ma soprattutto delle conseguenze logiche. Perché
se è vero che Khaled Sheikh è la mente e l'organizzatore
dell'11 settembre, allora bisogna dedurne che George Bush e
Tony Blair mentirono quando dissero ai governi alleati
dell'Occidente (era il 2 ottobre 2001) di avere la prova,
the smoking gun, della responsabilità di Osama bin Laden.
Infatti quei curiosoni di Muckraker Report – uno dei siti
ficcanaso degli Stati Uniti - vanno a vedere, sul sito
ufficiale dell'FBI, la lunga lista dei ricercati più
ricercati del globo terracqueo, e scoprono con grande
sorpresa, anche loro, che Osama bin Laden è tra i must
wanted , è ben vero, ma solo per gli attentati di Al Qaeda
del 1998 nelle ambasciate africane degli Stati Uniti. Non
figura per niente, tra i capi d'accusa, l'11 settembre.
Eppure Donald Rumsfeld aveva detto - dopo avere diffuso il
primo, famosissimo filmato di Osama bin Laden che si
autoaccusava dell'11 settembre – che quella era solo la
ciliegina sulla torta: “la verità ci è nota da tempo”, aveva
commentato. Come dire che questa ulteriore conferma serviva
solo a convincere i più testardi scettici.
Sfortunatamente, per lui, quel filmato storico risulta
essere falso: nel senso che il personaggio barbuto che
proclama la propria responsabilità assoluta dell'11
settembre non è Osama bin Laden. E non è nemmeno Khaled
Sheikh Mohammed. Diciamo che è un discreto attore, ma il suo
naso, i suoi occhi, la sua bocca, la sua testa, le sue
guance, non sono quelle dell'Osama che tutti ormai
conosciamo a memoria. Quando si ha fretta, si commettono
errori. Anche perché si è certi che il grande mare magnum
dei giornalisti asserviti o imbecilli non si preoccuperà di
controllare e berrà la storia senza fiatare.
Ma, stanti così le cose, scusate, risulta che gli alleati
degli Stati Uniti, la Nato, le Nazioni Unite, sono stati
tutti menati per il naso. Le prove contro Osama bin Laden
non c'erano neanche allora. E, poiché esse furono alla base
dell'attacco contro l'Afghanistan – attacco che gli Usa
avevano predisposto, com'è noto, ben prima dell'11 settembre
- significa che la legittimazione Onu che fu data alla
guerra è oggi completamente invalida dal punto di vista
giuridico, della legalità internazionale.
Altro trucco, altra corsa. Anche la versione ufficiale
dell'11 settembre fa acqua da tutte le parti. E' ormai un
dato di fatto, sebbene i media mondiali abbiano
scrupolosamente taciuto per cinque interi anni. Sebbene
anche parecchie persone oneste e qualificate abbiamo
dimenticato di occuparsi del problemino che ha cambiato la
storia del mondo, altre non si sono distratte e hanno
proseguito le indagini, in direzioni diverse da quelle
ufficiali del complotto di Al Qaeda. Naturalmente ben
sorvegliate, a distanza, dai depistatori dislocati nei
ministeri, nei servizi segreti, nei giornali più importanti,
nelle televisioni che contano, e anche sul web.
Così, all'improvviso (queste cose succedono sempre
all'improvviso) ecco uscire fuori un “presunto” nuovo
filmato che eliminerebbe tutti i dubbi sull'aereo del
Pentagono, sul famoso volo Boeing 757 che si sarebbe
schiantato sulla parete sud-ovest. Tutti i giornali e tutte
le tv spiegano che, “finalmente” si vede l'aereo, la cui
presenza, per prima, aveva negato il povero Thierry Meyssan,
messo alla gogna da tutta la stampa francese e poi mondiale,
per avere rivelato la elementare constatazione che ciò che
aveva colpito il Pentagono non era e non poteva essere –
“per la contraddition che nol consente” avrebbe detto
Galileo Galilei – un Boeing 757, né un aereo di line di
analoghe dimensioni.
I titoli sono univoci: è la fine delle teorie
complottistiche (diverse dalla teoria complottistica
principale, cioè quella dell'Amministrazione Usa). Poi ci si
prende la briga di andare a controllare e si scopre che
hanno aggiunto uno o due fotogrammi, dove non solo non si
vede un Boeing 757, ma si vede la punta di qualcosa d'altro,
che è molto più piccolo e affusolato.
Quei fotogrammi non chiariscono nulla, ma servono a smorzare
l'impatto di alcuni film appena usciti sul web, in cui le
tesi ufficiali sono smontate una ad una. Di nuovo (quasi)
tutti ci cascano. E verrebbe da esclamare: ma davvero i
media sono tutti così imbecilli? Se non fosse che già
viviamo da tempo nel regime della censura imperiale, cioè se
non sapessimo che la verità non può più essere detta (ovvero
non può più essere detta senza correre qualche pericolo).
Siamo ostaggi di un sistema dove chi guida la danza sono i
servizi segreti, dove i diritti hanno subito un logoramento
sostanziale, dove l'informazione è nelle mani dei potenti.
La democrazia liberale è finita da tempo, sostituita da riti
formali, imposti come validi per tutti sotto tutte le
latitudini , cioè privi di senso per immense moltitudini
asservite. Si chiamano elezioni in regime di occupazione
militare. Altrove, negli Stati Uniti per esempio, dove
l'occupazione militare formalmente non c'è, i risultati
elettorali si decidono, da due elezioni presidenziali in
qua, prima che gli elettori vadano alle urne elettroniche.
Ma anche in questo caso il motto della stampa e nei media
americani, proiettato su tutto il pianeta, è il noto
proverbio secondo cui “il silenzio è d'oro”.
E tutto questo lo dobbiamo ai gestori dell'11 settembre
2001.
di Giulietto Chiesa
da ''Galatea'' di luglio 2006 |