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«Abolire le leggi che precarizzano» |
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Verso l'assemblea dell'8 luglio. Paolo
Beni, leader Arci Via la 30, Bossi-Fini e Moratti. L'Unione
cambi la rotta
Antonio Sciotto
All'assemblea dell'8 luglio «Stop precarietà ora» (Roma,
teatro Brancaccio) ci sarà anche il presidente dell'Arci
Paolo Beni. L'Arci è un'associazione mastodontica: 1 milione
e 100 mila iscritti, una sede in ogni provincia italiana,
5600 tra circoli, case del popolo e associazioni culturali.
Un «popolo» anti-precarietà che potrebbe dare grande impulso
alla lotta contro le tre leggi targate Berlusconi: la 30, la
riforma Moratti e la Bossi-Fini, su cui l'Unione (il governo
e la maggioranza) è chiamata a dare delle risposte. «La
legge 30, la Bossi-Fini, la Moratti - spiega Beni - sono
leggi-simbolo di un modello di sviluppo basato
sull'individualismo, la privatizzazione, l'esclusione e
l'emarginazione dei più deboli: è il cuore del berlusconismo.
Per questo chiediamo di abolirle a questo governo e a questa
maggioranza: sarebbe un atto politico e simbolico di una
chiara inversione di tendenza. Ovviamente, passando poi
all'elaborazione di leggi alternative».
Perché un'associazione come la vostra si interessa della
precarietà del lavoro?
Perché la precarietà, ormai, tocca l'intera cittadinanza, i
giovani e non solo loro: il lavoro e la sua stabilità, la
sicurezza che esso può garantire, sono il cuore stesso
dell'attuale condizione di cittadino. Si parla di dignità
della vita, dal punto di vista materiale, ma anche di
realizzazione sostanziale della democrazia, di quello che è
un diritto costituzionale basilare. Non a caso il primo
articolo della nostra Costituzione si incentra sul lavoro.
L'Arci è un po' il sindacato della cittadinanza: senza voler
togliere il ruolo di concertazione alle parti sociali, la
necessaria responsabilità in capo al parlamento e al
governo, noi cerchiamo di allargare l'approccio al tema
della precarietà facendolo uscire dal campo ristretto delle
relazioni sindacali, perché si deve fare nel paese una
grande mobilitazione culturale su questo tema. Per invertire
la rotta rispetto ad anni in cui il berlusconismo è stato al
centro, abbassando i diritti della cittadinanza,
restringendo lo spazio del pubblico, aprendo alla
privatizzazione e all'individualismo. Le tre leggi di cui
parliamo nel nostro appello, la 30, la Bossi-Fini, la
Moratti, non sono altro che la traduzione di questa cultura
che divide i cittadini.
In concreto cosa bisognerebbe fare?
Innanzitutto dare un chiaro segnale di inversione di rotta,
con le politiche economiche e sociali. Investire e
rilanciare il welfare, puntando decisamente sul pubblico,
incrementandone lo spazio e le risorse. E' chiaro che per
fare questo bisogna cambiare politiche fiscali, tassare le
rendite e i patrimoni, far pagare chi si è arricchito fino a
oggi, riequilibrando invece rispetto a chi sta in basso, i
pensionati e i lavoratori innanzitutto. Combattere con
decisione l'evasione e l'elusione fiscale, che sottraggono
risorse ingenti al pubblico.
Per gli immigrati cosa proponete?
Anche in questo caso, una decisa inversione di tendenza:
abrogare la Bossi-Fini, chiudere i cpt, riscrivere le norme
sui flussi, puntando su programmazioni pluriennali,
governando gli ingressi secondo le dimensioni reali del
fenomeno e non strumentalizzando la paura dello straniero
per giustificare misure repressive e proibizioniste.
Soprattutto serve una nuova legge sulla cittadinanza: non
hai la cittadinanza perché sei nato qui, ma perché lavori,
paghi le tasse, vivi stabilmente in Italia. Parliamo di una
svolta culturale oltre che politica.
Il lavoro è l'altro tema «caldo».
Sì, la nostra assemblea propone di abrogare la legge 30, per
passare alla scrittura di una nuova legge sul lavoro. Le
politiche liberiste di questi ultimi anni hanno puntato
sulla divisione e sulla precarietà: hanno spinto gli
occupati contro i disoccupati, i lavoratori forti contro i
deboli, i produttori contro i consumatori. Ma è sbagliato
parlare di precarietà pensando solo ai giovani e alla loro
difficoltà di trovare lavoro, ai lavoretti cui sono
costretti, insicuri e malpagati. L'insicurezza riguarda
tutti, a cominciare dai pensionati, ma riguarda anche la
gran parte della fascia media, del lavoro dipendente, che
viene spinto a lambire la povertà. Il rapporto a tempo
indeterminato deve tornare centrale, il lavoro a termine
deve essere una pura eccezione, più costosa di quello
stabile. Quanto al lavoro a progetto, anziché essere
utilizzato per rapporti autonomi e limitati nel tempo,
retribuiti più di quelli stabili, è stato utilizzato dalle
aziende per risparmiare sui costi, mascherando dei rapporti
subordinati: oggi tutto questo non è più accettabile.
Però l'Unione è sorda da questo orecchio. Non percepite la
distanza tra quello che chiedete voi e quanto si propone il
governo?
Noi non facciamo un'opposizione a priori: i ministri e la
maggioranza facciano le loro proposte, le parti sociali
concertino. Il governo di centrosinistra ha appena iniziato
e si deve vedere cosa proporrà. E' vero che il programma
dell'Unione non è un manifesto anti-liberista, ma non è
neppure un manifesto liberista, come era invece quello della
Casa delle libertà. Ecco, in questo spazio di mezzo ci
mettiamo noi come soggetti sociali, perché nella
realizzazione delle scelte dell'esecutivo si punti sempre
più in alto, e per fare questo, per ottenere una vera
alternativa, non si può delegare tutto al solo governo o ai
soli partiti, non si può lasciare tutto alla mediazione con
la Confindustria. Noi dobbiamo premere dal basso, operare
una spinta con la mobilitazione, per invertire la rotta. La
partecipazione dei cittadini è fondamentale, questa capacità
di autorappresentarsi si può dare solo dal basso, ma è
questo movimento che dà vita alla politica, che la può
spingere verso l'alto. Verso un'alternativa.
Note: il manifesto \ 04 Luglio 2006
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