Questa sinistra tanto americana
(3 luglio 2006)
Il decreto Bersani, contenuto nella
manovra bis che il governo si appresta a varare è il primo
atto di una certa rilevanza messo in essere da questo
esecutivo e si rivela quanto mai indicativo della linea di
tendenza che il governo Prodi intende perseguire nell’ambito
di materia economica.
Liberalizzare al fine di favorire la concorrenza è stata fin
dall’inizio degli anni 90 la parola d’ordine attraverso la
quale le forze politiche di ogni colore hanno tentato di
scimmiottare il modello americano, ottenendo in verità
pessimi risultati e peggiorando talvolta la situazione
preesistente.
Il consumatore che avrebbe dovuto essere il soggetto
deputato a fruire dei benefici di liberalizzazioni e
concorrenza si trova infatti oggi in una situazione molto
più complicata e sfavorevole di quanto non lo fosse 15 anni
fa.
Anche in questo caso Bersani strizza l’occhio ai
consumatori, attaccando gli interessi corporativi nel nome
del libero mercato e della libera concorrenza. Leggendo le
cose in questo modo non ci sarebbe nulla de eccepire e
sembrerebbe che il decreto sia in grado di coniugare il
pensiero di sinistra con la moderna realtà della società
capitalista occidentale.
Se entriamo però nel merito del decreto stesso scopriamo che
la realtà si rivela molto differente rispetto ai nobili
propositi propagandati.
La liberalizzazione delle licenze dei taxi ed il permesso
dato ad un unico soggetto di possedere e gestire più taxi è
senza dubbio il punto che colpisce più di ogni altro e sta
già iniziando a suscitare polemiche.
I tassisti innanzitutto, pur risultando nella nostra
normativa come imprenditori o liberi professionisti, non
somigliano neppure da lontano ad una classe privilegiata
detentrice magari di grandi capitali. Chi possiede un taxi
in Italia ha pagato la propria licenza a caro prezzo e si
spende in un lavoro duro all’interno di città caotiche ed
inquinate, con il solo risultato di riuscire a sbarcare il
lunario alla stessa stregua della maggior parte dei
lavoratori dipendenti.
Non occorre essere dotati di una mente eccelsa per
comprendere che la liberalizzazione metterà in ginocchio
molti tassisti, i quali mentre stanno ancora pagando il
debito relativo all’acquisto della licenza si ritroveranno
con il valore della stessa diventato uguale a quello della
carta straccia e la redditività del proprio taxi
profondamente diminuita grazie all’enorme aumento dei mezzi
concorrenti. Così come appare lapalissiano che il permesso
per un unico soggetto di gestire più taxi comporterà
automaticamente la concentrazione del mercato nelle mani di
pochi soggetti con disponibilità economiche elevate, alla
stessa stregua di quanto è già avvenuto in passato in molti
settori del commercio.
La bella favola secondo la quale tramite la concorrenza si
abbasseranno le tariffe sarà come sempre destinata a
rimanere una chimera, poiché nessun soggetto imprenditoriale
sarebbe così folle da operare senza ottenere un minimo
margine di guadagno e l’ampliamento della quantità di taxi
circolanti avrà già ridotto al minimo il margine stesso.
Nasceranno insomma le grandi compagnie di taxi che nel medio
e lungo periodo costituiranno un cartello e porteranno
gradualmente verso l’alto le tariffe, così come è già
avvenuto per le banche e le assicurazioni.
I farmacisti come categoria non sono certo assimilabili a
chi guida un taxi, essendo innanzitutto la redditività delle
loro imprese di gran lunga più elevata, ma anche in questo
ambito dietro al mistificatorio velo di buone intenzioni si
può intravedere un disegno di segno ben diverso.
La liberalizzazione introduce la possibilità per un unico
soggetto di essere titolare di più farmacie, associarsi,
gestire attività all’ingrosso e al dettaglio, senza vincoli
territoriali all’attività.
Anche in questo caso senza l’ausilio di molta fantasia è
facile apprezzare l’apertura del settore alle economie di
scala e ai grandi capitali, laddove oltretutto soggetti
economicamente preminenti potranno costruire veri e propri
“imperi” grazie alla commistione fra catene di punti vendita
e ingrossi farmaceutici. Per quanto concerne gli ingrossi
farmaceutici scompare inoltre l’obbligo di detenere almeno
il 90% delle specialità in commercio (per i medicinali non
ammessi al rimborso da parte del SSN) con ricadute certo non
positive per il consumatore finale che in questo caso è
spesso un soggetto debole in quanto afflitto da problemi di
salute.
La possibilità data ai supermercati di vendere i farmaci da
banco, se da un lato favorirà i consumatori in termini di
comodità e possibilità (tutta da verificare) di ottenere
sconti sugli stessi, dall’altro li priverà dell’assistenza
di una figura competente in grado di consigliarli al meglio
(stiamo comunque sempre parlando di farmaci) e soprattutto
sposterà un mare di miliardi nelle tasche della grande
distribuzione. Le varie COOP, Auchan, Carrefour, Panorama e
tutta la lobby degli ipermercati sono in realtà gli unici
soggetti che gongolano in virtù della novità.
La soppressione della distanza minima tra un esercizio
commerciale e l’altro e la liberalizzazione delle merci che
possono essere tenute in un negozio, così come quella
riguardante la produzione di pane fanno da corollario al
tutto, contribuendo a smantellare quelle poche nicchie in
ambito commerciale che ancora erano riuscite a sottrarsi
all’oligopolio della grande distribuzione.
Le associazioni dei consumatori si dicono soddisfatte dai
provvedimenti, forse ostentando troppa fretta nel prendere
una posizione. I consumatori, come gli automobilisti sono in
realtà una categoria omnicomprensiva della quale fanno parte
anche i tassisti, i commercianti, i farmacisti e qualunque
categoria trarrà dal decreto Bersani grossi svantaggi, senza
contare che i benefici vanno apprezzati quando si traducono
in realtà e non sono soltanto ventilati ipoteticamente sulla
carta. Le sorprese in questo senso sono state talmente tante
da avercene fatto perdere il conto.
Togliere reddito alle categorie medie per introitare tale
reddito nelle casse di chi detiene il grande capitale non mi
sembra in tutta sincerità un pensiero di sinistra, al
contrario risulta in sintonia con il modello americano,
proprio quel modello che il centrosinistra nostrano insegue
pedissequamente inneggiando ogni giorno a miti ormai desueti
quali crescita, sviluppo, concorrenza, modernizzazione,
competitività.
Un risultato sicuramente il nuovo governo targato Romano
Prodi lo ha già ottenuto, rubando al centrodestra tutte le
idee che in 5 anni ha avuto timore di tradurre in realtà, lo
ha messo nella condizione di non avere i mezzi per prodursi
in alcun tipo di opposizione.
Marco Cedolin
fonte: m.cedolin@tin.it