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Guerra e pace :
No alla sindrome da
complotto.
Sull’Afghanistan
discutiamo nel
merito |
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Ripropongo la
domanda di qualche
giorno fa e alla
quale non ho avuto
risposta: cosa fanno
i parlamentari e le
forze politiche che
votarono no qualche
anno fa ora che sono
al governo? Se si
vuole cambiare
missione sono
necessari atti
concreti: bloccare
l’azione della Nato,
oppure ritirare le
truppe
Giorgio Cremaschi
Non mi convince il
modo con il quale su
Liberazione Rina
Gagliardi e, in
alcune interviste,
Franco Giordano,
stanno rispondendo
al problema di cosa
fare di fronte al
rinnovo delle
missioni militari
italiane, in
particolare di
quella in
Afghanistan. Siamo
sicuri che si debba
rispondere a dubbi e
domande evocando
complotti e
chiamando tutti a
non favorire
l’ascesa di Casini,
essendo Berlusconi
al tramonto? Davvero
si possono accusare
i vertici della Fiom
di voler far cadere
il governo, oppure
Giorgio Cremaschi di
volerlo fare, seppur
in isolamento con il
resto della sua
organizzazione? Non
è un bel modo di
discutere. E
soprattutto non
credo che serva
ricorrere alla
vecchia tradizione
comunista del
ricompattamento
nella fortezza
assediata, per
affrontare le
difficoltà del
presente.
Torno dunque alla
questione di merito,
per me decisiva, e
sulla quale finora
non ho avuto
risposta. Ripartiamo
dai fatti.
Quando, nel novembre
di alcuni anni fa,
fu votata per la
prima volta la
missione militare in
Afghanistan,
insediato da poco il
governo Berlusconi,
le forze che si
richiamano all’Ulivo
votarono sì assieme
a quelle della
maggioranza. Si
opposero a quella
missione
Rifondazione, i
Verdi, il Pdci,
alcuni esponenti
della sinistra Ds.
Il fronte politico
delle forze
pacifiste. A me pare
che la validità di
quel voto contrario
resti confermata non
solo per una ragione
di principio, ma per
come concretamente
si sono sviluppati i
fatti.
La guerra in
Afghanistan, seppure
con tempi diversi,
ha assunto sempre
più una fisionomia
simile a quella in
Iraq. I liberatori
sono diventati
occupanti e il
conflitto si è
esteso. Oggi lo
stesso primo
ministro di un
governo che
controlla solo
alcuni quartieri di
Kabul chiede alle
truppe occidentali
di finirla di
uccidere i civili.
Come abbiamo già
detto e come ormai è
nella realtà delle
cose, la guerra, in
tutte le sue forme,
non solo è ingiusta,
ma aggrava tutti i
problemi che
proclama di voler
risolvere. La
stagione delle
guerre per la
democrazia, contro
il terrorismo e per
i diritti umani,
iniziata nel 1991 in
Iraq, sta producendo
un disastro su scala
mondiale, che
nessuno è in grado
di affrontare se non
se ne interrompe la
causa principale: il
meccanismo stesso
della guerra.
Non credo che ci
possano essere
dissensi su questa
analisi nel mondo
delle forze
pacifiste. Il punto
è un altro e non può
essere considerato
di poco conto.
Ripropongo quindi la
domanda di qualche
giorno fa: cosa
fanno i parlamentari
e le forze politiche
che votarono no
all’Afghanistan
qualche anno fa, ora
che sono al governo?
Finora si è risposto
che la missione in
quel paese deve
cambiare. Bene, ma
cosa vuol dire? Le
truppe italiane sono
sotto comando Nato
e, come nella guerra
per il Kosovo, una
volta entrati sotto
quel comando ai suoi
ordini bisogna
stare. Se si vuole
cambiare missione,
cioè non partecipare
né direttamente né
indirettamente alla
guerra per la
riconquista del Sud,
che forze Usa e Nato
stanno
intraprendendo, sono
necessari atti
concreti e
conseguenti.
Bisogna, come soci
dell’Alleanza,
bloccare l’azione
della Nato, oppure
ritirare le truppe
da quel comando in
attesa di definire
la loro
collocazione.
Io sono per il
ritiro delle truppe
da quel teatro di
guerra, ma capisco
che modifiche reali
nelle regole
d’ingaggio della
missione e nei suoi
concreti obiettivi
sarebbero un fatto.
Tutto questo però
non è nell’aria. I
ministri più
direttamente
competenti su questa
materia, quello
degli Esteri e
quello della Difesa,
hanno sinora
accreditato la tesi
per cui al rientro
dall’Iraq
corrisponderebbe una
conferma o,
addirittura, un
incremento
dell’impegno in
Afghanistan.
Leggo sui giornali
che, con certa
solita furbizia, si
direbbe di no ai
cacciabombardieri
Amx, ma sì agli
aerei senza pilota
Predator, che
farebbero lo stesso
lavoro. In ogni caso
non vedo
all’orizzonte atti
formali che
modifichino il senso
di quella missione
rispetto a come fu
inizialmente votata
alcuni anni fa. Non
è così? Le forze
della sinistra
pacifista riescono
ad ottenere un
cambiamento reale,
una vera moratoria e
non un cappello di
facciata che
spieghi, come si è
sempre fatto per
tutte le missioni di
guerra, che gli
italiani sono là per
la pace? Bene, se ci
sono modifiche reali
le valuteremo. Ma se
non ci sono? Questo
punto non può essere
saltato, anche
perché il problema
della coerenza, in
questo caso,
riguarda solo ed
esclusivamente le
forze pacifiste.
Perché, ripeto,
l’Ulivo il sì alla
guerra
all’Afghanistan lo
aveva già votato. In
questo caso io penso
che si debba votare
comunque no alla
missione, e che il
centrosinistra debba
prendere atto di
questo no.
Ci sono questioni
sulle quali non si
può mediare e direi
che il no alla
guerra è la prima di
tutte. Il rifiuto di
essa non è per noi
una questione
identitaria, che va
oltre qualsiasi
calcolo politico
sugli schieramenti e
sulle maggioranze di
governo? Se non è
così, vuol dire
allora che siamo
disposti a dare
valore diverso ai
principi a seconda
che siamo al governo
o all’opposizione. E
questo per me è
distruttivo. Penso
infatti che le
generazioni che in
questi anni sono
scese in piazza per
la pace senza se e
senza ma non
capirebbero un
cambiamento di
posizione delle
forze pacifiste al
governo. Sarebbe una
lezione negativa,
che porterebbe a un
ulteriore distacco
di tante persone
dalla politica.
Ecco, queste sono le
mie domande. Ho
messo molti punti
interrogativi, e non
ho usato punti
esclamativi, così
evito, spero, il
rimbrotto di
Sansonetti che mi
chiede di non
urlare. Anche se,
come ci ricorda
Halloway, l’urlo è
la prima forza del
cambiamento. Ora
credo che saranno i
fatti, e la
trasparenza delle
scelte rispetto ad
essi, che
risponderanno alle
mie domande.
Note: Liberazione
\ 24-Giugno-2006
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