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Dopo i diktat delle agenzie di rating
e le voci sui tagli alla spesa sociale |
Mercoledì, 14 Giugno 2006 - 23:25
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di Giorgio Cremaschi
Il governo minaccia la manovra aggiuntiva ma il vero
pericolo sono le due destre
La decisione del governo di attuare una manovra aggiuntiva
nel bilancio dello Stato, è una scelta negativa. La prima in
politica economica. Se fossimo un po' all'antica, per
qualificarla basterebbe il fatto che tutti i sindacati,
anche i più moderati, hanno espresso il loro disaccordo,
mentre la Confindustria ha manifestato appoggio.
Naturalmente nel futuro succederà anche il contrario, e cioè
che le misure del governo raccoglieranno l'approvazione dei
sindacati e il no della Confindustria, però intanto si è
cominciato così.
C'era un'alternativa? Sì. Come avevano chiesto i sindacati
il governo avrebbe potuto andare a Bruxelles e chiedere più
tempo per rientrare nei limiti di deficit previsti. Avrebbe
avuto a suo vantaggio il fatto che la Commissione europea
aveva approvato il piano di rientro del governo di
centrodestra e quindi era stata per lo meno benevola con le
operazioni sui conti pubblici di allora. Il fatto che
improvvisamente quelle stesse persone scoprano dopo le
elezioni che i conti italiani sono molto peggio di come essi
stessi li avevano considerati, francamente è un po'
sospetto. Il governo italiano, senza tante polemiche sui
vuoti lasciati dalle amministrazioni precedenti, avrebbe
potuto semplicemente far valere presso la Commissione
europea quanto quella Commissione aveva già precedentemente
definito. Perché non l'ha fatto? Per paura.
Il direttore di Liberazione ha scritto che è in atto
un'offensiva dei poteri forti e di forze conservatrici e
confindustriali, per condizionare pesantemente il governo.
Ha ricordato l'estate del 1964, quando il governo di
centrosinistra dovette rinunciare ai suoi propositi
riformatori per le pressioni di quelle stesse forze e anche
per le minacce golpiste di una parte degli apparati dello
Stato.
Oggi non ci sono tintinnii di sciabole di qualche generale o
colonnello esuberante, che possano condizionare il governo.
Nell'epoca della globalizzazione liberista le minacce alla
stabilità vengono dalle agenzie di "rating", cioè da quelle
società private che giudicano la solvibilità degli stati,
delle aziende, delle operazioni finanziarie. Queste agenzie,
da Standard & Poor's a tutte le altre, nel passato non sono
state molto attente a vigilare sui conti di Enron, e, qui da
noi, di Cirio, Parmalat, Finmek, ecc. Però sono sempre state
molto concentrate sulla spesa sanitaria, sulle pensioni,
sulle spese sociali degli stati. Qui non perdono una mossa.
E per l'Italia hanno fatto capire che senza una politica di
tagli, ci sarebbe un declassamento del loro giudizio sul
debito pubblico. Nella sostanza, di fronte a questo giudizio
- di agenzie d'affari private, lo ripetiamo - lo Stato
potrebbe essere costretto ad aumentare i tassi di interesse,
cioè a pagare di più chi gli presta soldi e quindi a
peggiorare ancora i suoi conti. Ecco, è bastata la minaccia
delle agenzie di rating di rivedere il giudizio sul debito
italiano, perché il governo decidesse di pagare subito un
ticket alla sua credibilità sui mercati internazionali.
E' una scelta rischiosa perché può dare avvio a una strada
dalla quale non si esce più. Infatti già oggi i commenti
dell'establishment economico e finanziario sono tutti dello
stesso tipo: "bravi, ma non basta". D'altra parte, già
trovare 10 miliardi di euro, di questo più o meno si tratta,
non è semplice su due piedi. I tempi più lunghi sarebbero
serviti anche ad organizzare con giustizia il reperimento
delle risorse. Solo in tempi medi si può pensare, infatti,
di colpire davvero l'evasione fiscale e contributiva, di far
pagare chi non ha mai pagato. Reperire invece 10 miliardi di
euro pronto cassa non è semplice. La tentazione di andare a
cercare i soldi là dove sono da sempre pronti e disponibili,
sarà molto forte. Si ha un bel dire che si agirà con
giustizia. Dove si vanno a prendere in due mesi questi
soldi? Non a caso era stata ventilata l'ipotesi di un
aumento dell'Iva, una misura iniqua che colpisce sempre e
solo i redditi più bassi con il conseguente aumento dei
prezzi. Una misura adottata dalla signora Merkel in
Germania, che proprio a causa di essa subisce sempre più
forti contestazioni da parte del mondo del lavoro.
Attendiamo di vedere in concreto quali misure verranno
adottate. Certo, se alla fine la manovra aggiuntiva finisse
per ripercorrere le orme di tutte le analoghe misure dei
passati governi di centrodestra e di centrosinistra - tagli
a raggio largo nella spesa pubblica e indistinto aumento
della pressione fiscale - saremmo di fronte a una vera
ragione di scontro.
Marco Revelli anni fa ha scritto che esistono due destre.
Una populista e autoritaria, l'altra tecnocratica e
liberale. Le due destre sono alternative, sia sul piano
della democrazia e dei valori, sia sul piano delle scelte
economiche di riferimento. Tuttavia hanno un mito in comune:
i governi della signora Thatcher che negli anni Ottanta, in
Gran Bretagna, distrussero stato sociale e potere
contrattuale dei lavoratori.
Mi pare che quanto stia avvenendo in questo periodo in
Italia riproponga il tema delle due destre. Sconfitta la
destra populista di Berlusconi, ricompare subito l'altra.
Essa è ben rappresentata dalla relazione del nuovo
governatore della Banca d'Italia. Privatizzazioni,
flessibilità del lavoro, tagli allo stato sociale e alle
pensioni sono, in quella relazione, gli strumenti per far
ripartire lo sviluppo. Naturalmente questa seconda destra è
più intelligente ed aperta di quella populista. Per questo
essa si propone di raggiungere i suoi obiettivi con il
consenso. La Confindustria di Montezemolo, che nelle sue
assemblee raccoglie chi non riesce ancora ad accettare la
Resistenza nelle fabbriche, però continua a parlare di
concertazione. Parola con la quale si vuole semplicemente
chiedere al sindacato di accettare con buone maniere che le
imprese abbiano i finanziamenti pubblici, la flessibilità
del lavoro e i buoni profitti, e il lavoro niente.
Dopo la svolta moderata del primo centrosinistra furono
l'azione del Pci e, soprattutto, il movimento di lotta, che
cambiarono le cose. Mi pare chiaro che se vogliamo evitare
una deriva sempre più moderata nella politica economica del
governo, anziché di concertazione occorre parlare seriamente
di conflitto sociale.
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