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Confindustria, assemblea annuale
Ciò che è emerso nell'assemblea annuale
della Confindustria di maggio è una lista dei problemi che i
padroni chiedono al Governo di risolvere, per rilanciare
l'economia dal punto dal loro punto di vista. Chiaro? Il problema oggi è che chi è
in grado di fare profitti (il nord-Italia) è bloccato da un
apparato di infrastrutture inadeguato. Occorrono più strade,
ferrovie, ponti e tutto quanto serve a far giungere le merci
a destinazione nel minor tempo possibile. La competitività
oggi sembra proprio che si giocchi sulla velocità di
consegna. Compito del Governo dovrebbe quindi essere proprio
quello di fare in modo che quanto iniziato da Berlusconi non
vada disperso, mettendo a tacere con le buone o con le
cattive, in nome del profitto, i movimenti popolari che si
sono messi di traverso per impedire la devastazione del loro
territorio. E soprattutto non far mancare alle
industrie private le enormi commesse per la costruzione
delle infrastrutture. I padroni chiedono in pratica a Prodi
di essere un po' più chiaro quando dice di voler ridurre il
cuneo fiscale e contributivo. Dicono in sostanza che se il
Governo riuscirà a mettere in atto dei provvedimenti che
ridurranno la differenza tra il costo del lavoro lordo e
quello netto (che sembra la più alta d'Europa*), i soldi che
si renderanno disponibili dovranno affluire nelle loro
tasche. Il ritornello padronale quindi è sempre lo stesso:
compito del Governo è reperire le risorse (leggi: togliere
soldi ai lavoratori) da destinare allo sviluppo (leggi: per
darli ai padroni). Solo così saranno possibili nuovi
investimenti con il conseguente rilancio dell'economia. E il
fatto che in campagna elettorale Prodi non sia mai stato
esplicito su questo problema (a vantaggio di chi si deve
ridurre il cuneo fiscale?) ci fa sospettare che forse anche
questa volta si metterà male per i lavoratori. Se a questo
aggiungiamo che i ministeri chiave che dovranno gestire la
partita sono in mano a Padoa Schioppa e Damiano, c'è poco da
stare allegri.
*Il cuneo fiscale Retribuzioni (flessibilità
aziendale e produttività) Dopo avere parlato del costo del lavoro
ecco la questione della contrattazione. In sostanza per i
padroni è inaccettabile, ad esempio, dover dare ai lavoratori
dei soldi che vengono contrattati in due ambiti diversi (col
contratto nazionale e col contratto aziendale); delle due l'una.
Se i sindacati intendono difendere il contratto nazionale,
allora abbandonino quello aziendale, o viceversa. In ogno caso
Montezzemolo dice su quale questione in particolare è opportuno
che si tratti centralmente e non localmente: la
flessibilità/precarietà del lavoro. Risponde ad una esigenza
fondamentale per gli imprenditori disporre di accordi e leggi
che consentano il massimo dello sfruttamento della forza lavoro,
ma questi accordi non devono trovare ostacoli nell'attuazione
frapposti dalle organizzazioni sindacali di categoria (come la
Fiom), o peggio ancora dalle rappresentanze di base dei
lavoratori. Dicono ai Sindacati:"voi volete la centralità del
contratto nazionale?.. la vogliamo anche noi....e allora quello
che decidiamo a Roma non lo vogliamo più ridiscutere da
nessun'altra parte....quindi mettete a tacere le teste calde che
avete al vostro interno..." Lavoro (non toccare la legge
Biagi) Anche questa richiesta a Prodi è molto chiara. La legge Biagi non va abolita, ma anzi occorre crearle attorno un corollario di leggi che ne consentano l'applicazione senza fare arrabbiare troppo i lavoratori; occorre quindi che quando un lavoratore viene lasciato a casa possa accettare di buon grado la sua condizione di disoccupato e tocca pertanto al Governo mettere in atto dei provvedimenti (ammortizzatori sociali) che gli consentano di sopravvivere in attesa di un altro posto d lavoro. Ai padroni il compito di esercitare lo sfruttamento finchè è possibile, allo Stato il compito del sostentamento in attesa di un altro ciclo di sfruttamento. Ma questo modo barbaro di intendere il rapporto di lavoro sarebbe inattuabile senza il consenso dei sindacati; ecco quindi la richiesta di un ritorno alla "concertazione". Quei bellissimi tavoli triangolari (Confindustria, governo, sindacati) che, in tempi non lontani, hanno partorito cose come il lavoro interinale, l'inflazione programmata, la moderazione salariale, ecc. Fisco (l'evasione zavorra
per lo sviluppo) Anche i padroni sono quindi contro l'evasione fiscale e contributiva. Anche loro sono per il "pagare tutti per pagare meno"; come si fa a non essere d'accordo? Il problema però è del pulpito da cui parte la predica. Sono loro i grandi evasori, i "furbi". E se il Governo dovesse cominciare ad agire secondo giustizia nel'ambito fiscale, dovrebbe necessariamente partire col tassare proprio lor signori e i loro patrimoni, visto che l'80% delle imposte sono a carico del lavoro dipendente e i lavoratori possiedono meno della metà del reddito nazionale. La vera rivendicazione dei padroni, che si legge tra le righe, è in realtà quella di un maggiore rigore fiscale nei confronti di chi già paga, affinchè il fisco possa disporre di un maggior volume di risorse da devolvere per lo sviluppo (cioè metterle a disposizione dei padroni). Credito (maggior concorrenza
e banche più grandi) Con grande chiarezza i padroni chiedono che il sistema bancario italiano sia meno caro e possa quindi finanziare a bassi interessi i necessari investimenti per il rilancio della competitività del sistema industriale italiano. Se vogliamo, si tratta di una richiesta coerente e che è dentro al discorso più generale della riduzione dei costi che i padroni portano avanti da anni. Energia (emergenza costi) Il costo dell'energia rappresenta un
elemento importante nell'insieme dei costi di produzione (gli
altri sono: il costo degli impianti, il costo delle materie
prime e il costo del lavoro) che i padroni devono sostenere. E'
evidente che più bassi sono i costi, più alta è la competitività
e maggiori sono i profitti. Per i padroni quindi, la richiesta
di agire in un contesto dove i costi sono contenuti significa in
altima analisi tutelare i propri interessi di classe. Nel caso
specifico dei costi energetici, quello che loro vorrebbero non è
di pagare di meno l'energia in quanto tale (il prezzo infatti
dipende da contesti internazionali) ma di godere di una
"esenzione" del pagamento dei carichi fiscali sull'energia, che,
come sappiamo, in Italia sono tra i più alti d'Europa. Se il
Governo dovesse accondiscendere a questa richiesta dovrebbe
decidere di conseguenza di recuperare i minori introiti fiscali
aumentando le tasse dei lavoratori, o riducendo le spese che lo
stato sostiene per garantire i servizi (scuola, sanità,
pensioni) alla popolazione. Cosa farà Prodi? Istituzioni (olte il
referendum, le riforme necessarie) La questione della riforma istituzionale è risolta dai padroni in modo molto semplice. Ciò che a loro serve è un quadro istituzionale in cui può liberamente dispiegarsi la legge della concorrenza. Questo perchè rappresenta l'unico ambito in cui i capitalisti possono tenere in vita i meccanismi della realizzazione del profitto. Dicono quindi che la questione non sarà risolta con il referendum del 25 giugno, ma che invece tutta la partita dovrà essere ridiscussa al di là di quale sarà il risultato. Questo significa che Confindustria non vede nelle modifiche della destra alla Costituzione elementi che intervengono sia a rendere la concorrenza più libera sia a limitare l'intervento dello Stato nell'economia. Vi è quindi da una parte una dichiarazione implicita di astensione rispetto il si o il no, e dall'altra la proposizione di un quadro istituzionale di tipo neoliberista. Cosa questo può significare per i lavoratori e per i settori più deboli della popolazione è facilmente intuibile: uno stato sociale, una scuola, una sanità, ecc.. in mano ai privati, accessibili a chi se li può pagare e sottoposti alle ferree leggi del mercato. Quindi con il fine dell'attivo di bilancio al di là della qualità della prestazione. Concludendo |