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LE TANTE TRAPPOLE DEL «REDDITO
GARANTITO»
IL MANIFESTO
Giovanna Vertova *
E' uscito recentemente il libro Reddito garantito e
nuovi diritti sociali, frutto di una ricerca
dell'Assessorato al Lavoro, Pari Opportunità e Politiche
Giovanili della Regione Lazio. L'idea è di offrire delle
linee guida alle amministrazioni regionali che intendono
proporre forme di basic income. Il volume è importante
per due motivi. Formula una proposta politica precisa di
reddito garantito, all'interno di una visione più
complessa che mira alla revisione ed all'aggiornamento
di un sistema di welfare per adeguarlo al nuovo
capitalismo flessibile. Fornisce, inoltre, una
dettagliata analisi di simili iniziative a livello
europeo.
La proposta nasce dall'esigenza di pensare ad un nuovo
sistema di welfare che tenga conto della precarietà,
ormai dilagante. La nuova organizzazione del lavoro nei
paesi a capitalismo avanzato mette in discussione la
distinzione netta tra tempo di lavoro e tempo libero,
occupazione e inoccupazione. Occorre, quindi, inventare
nuove forme di protezione sociale. Nel capitolo «Il
reddito per chi, quando, quanto, come e da chi» si
suggeriscono le risposte alle domande che un
amministratore dovrebbe porsi nel caso volesse
introdurre una simile misura: per chi? quanto? quando?
come? da chi?. Per chi: a «coloro che vivono sotto una
certa soglia di reddito (sia esso il salario minimo, la
pensione sociale o altro)» (p.76). E, comunque, per
tutti i precari in condizioni di non lavoro e per i
soggetti in stato di povertà sotto una soglia minima
accettabile. Si pensa così di riuscire anche a frenare
la corsa verso il basso dei salari reali: i lavoratori
avrebbero l'opportunità di rifiutare lavori servili e
poco remunerati, riducendo l'offerta di lavoro e
spingendo la retribuzione del lavoro «tradizionale»
verso l'alto. Quanto: non viene data una risposta
precisa, ma si ricorda che l'ammontare deve essere
calcolato tenendo in considerazione i suoi effetti sul
livello della spesa pubblica. Quando: «nei casi di
squilibrio sociale indotto dalla precarietà, laddove gli
individui sono posti di fronte ad una disuguaglianza di
opportunità dovuta all'assenza di un reddito adeguato»
(p. 80). Come: «l'erogazione potrebbe comporsi sia di
una parte monetaria, sia di una parte offerta in natura»
(p. 93). Il reddito garantito dovrebbe essere articolato
sia come diretto (erogazione monetaria) che come
indiretto (erogazione di beni e servizi primari),
includendo l'allargamento delle tradizionali forme di
garanzia del lavoro così detto «fordista» (ferie,
malattie, maternità, etc.) ai lavoratori precari. Da
chi: le Regioni sarebbero maggiormente attive sul piano
dell'erogazione dei beni e servizi primari, lo Stato
centrale sul piano dell'erogazione monetaria.
Condivido l'urgenza di ripensare un sistema di welfare
adeguato al nuovo cosiddetto «capitalismo flessibile».
Se ci si muove nella direzione del basic income mi
sembrerebbe però più ragionevole pensare ad un reddito
di esistenza per tutti, incondizionato. Si tratta, è
chiaro, di un'idea di difficile applicazione in Italia,
perché richiederebbe un sistema fiscale molto
progressivo, capace di combattere davvero evasione ed
elusione. La proposta, tuttavia, non convince né
teoricamente né politicamente. Dal punto di vista
teorico, rilevo i seguenti limiti. Erogare un reddito
garantito solo ad alcune categorie di soggetti rischia
di aumentare la frammentazione del lavoro. Il nuovo
capitalismo è riuscito pienamente a dividere il lavoro,
ad individualizzare la prestazione lavorativa e a
mettere in contrapposizione gli interessi dei
'garantiti' (quantitativamente decrescenti) con quelli
dei 'precari'. Occorre piuttosto ricomporre il mondo del
lavoro e disegnare interventi politici che sottolineino
come la precarizzazione, sia pure in forme diverse, sia
un fenomeno trasversale. Bisogna evitare la divisione
della società in due sfere, poiché la precarietà non
colpisce solo certe fasce di popolazione. Siamo di
fronte ad una precarizzazione generale. Se si vuole
capirne il significato, non ci si può limitare a
registrare che i nuovi entranti sul mercato del lavoro
sono sempre più figure con contratti atipici. Infatti, a
seconda del ciclo economico, è possibile che si abbia
una successiva regolarizzazione di questi lavoratori: e
si rimane sguarniti rispetto ad obiezioni alla Ichino
(Corriere della Sera, 15/05/06) che chiedono una
riduzione delle garanzie dei lavoratori a tempo
indeterminato per combattere davvero la precarietà dei
«giovani». La vera funzione della precarizzazione sta in
altro: nello stabilire un permanente potere di ricatto
che rende poco contestabile il comando del capitale
dentro il processo di valorizzazione, dentro i luoghi di
lavoro. Quale che sia la qualità del lavoro, e talora
addirittura quale che sia il salario.
Si può aggiungere che il reddito garantito rischia di
spingere tutta la struttura dei salari verso il basso,
contrariamente a quanto sostenuto nel volume. I
«padroni» avrebbero tutto l'interesse a ridurre i
salari, visto che il lavoratore percepisce anche il
reddito garantito. Si indebolisce così, contro le
intenzioni, la capacità contrattuale di tutti i
lavoratori. Si favorisce, di conseguenza, l'istituirsi
di un compromesso malsano tra lavoratori e padroni: i
primi offrono salari e posti saltuari, i secondi li
accettano perché intanto c'è il reddito garantito. Così
i 'lavori buoni' spariscono e i 'lavori cattivi'
dilagano. Oltretutto, misure redistributive di questo
tipo (come il reddito garantito, di esistenza, di
cittadinanza, etc.) assumono, più o meno esplicitamente,
che il capitalismo contemporaneo produca valore e
plusvalore in modo stabile, e si basano su
interpretazioni del medesimo quanto meno approssimative,
anche se diventate ormai luoghi comuni (l'economia della
conoscenza, il post-fordismo, etc.). Le classiche forme
di redistribuzione hanno funzionato quando collocate in
un contesto macroeconomico ben più sostenibile di quello
presente. Basti ricordare i ricorrenti fenomeni di
instabilità sia reale che finanziaria che si sono
susseguiti negli anni più recenti, che rendono le misure
meramente redistributive alquanto illusorie, come quella
che così si possa davvero sostenere la domanda
effettiva. Si riproduce così un vecchio errore del
sottoconsumismo, e si dimentica che la dinamica
macroeconomica è sostenuta dalle componenti autonome
della domanda: investimenti, esportazioni nette, spesa
pubblica, il consumo gestito oggi «dall'alto» dalla
politica monetaria. La redistribuzione potrà spingere
verso l'alto la domanda effettiva solo dentro una
politica economica alternativa caratterizzata da una
ridefinzione strutturale molto più forte della domanda e
dell'offerta, ben diversa dalla pallida ri-regolazione e
politica industriale per incentivi e disincentivi, di
cui il nuovo governo sembra farsi promotore.
Misure come il reddito garantito possono forse rendere
più sopportabile la precarietà nel breve periodo, ma non
la eliminano: semmai la cristallizzano e la congelano.
Determinano condizioni di maggior debolezza per i
lavoratori, poiché rendono più accettabile la
frammentazione del lavoro e conducono all'abbandono
della lotta per un lavoro vero e garantito per tutti.
Politicamente un impianto del genere sembra fatto
apposta per creare le basi di uno scambio con la
sinistra «moderata»: accettazione più o meno dichiarata
della flessibilità in cambio di un qualche sostegno al
reddito. Magari affiancata alla riduzione del cuneo
fiscale che, ancora una volta, riproduce una idea di
ripresa basata sul basso costo del lavoro e che scarica
gli effetti sulle politiche, appunto, assistenziali. La
triste storia del programma dell'Unione circa la Legge
30 (superamento o cancellazione?) ci insegna qualcosa?
* prof.ssa - università di Bergamo
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