A Milano contro
la legge 30 e la precarietà Rinaldini: «Riscrivere tutto, diritti al
centro»
La Fiom
vuole un altro lavoro
Manuela Cartosio (da il Manifesto del
2-6-006)
Con un denso
convegno alla Camera del lavoro, è partita da Milano la campagna
nazionale della Fiom contro la precarietà. Definita «il male sociale
della nostra epoca», nella relazione introduttiva di Giorgio
Cremaschi. «Il problema sociale numero uno», nelle conclusioni di
Gianni Rinaldini. «Invasiva e permanente, la precarietà varca i
confini del lavoro e condiziona la vita non solo dei più giovani»,
dice Maria Sciancati, segretaria della Fiom milanese. Come
l'inflazione, la precarietà «percepita è assai più alta di quella
«ufficiale», fotografata dalle statistiche. C'è la precarietà «in
entrata», «in uscita» e pure quella «di ritorno». La precarietà,
inoltre, investe e condiziona la «prestazione» lavorativa. Fissa i
giovani - per citare il compianto Claudio Sabattini - «in un eterno
presente».
«Ma la sbornia è finita», afferma con una botta di ottimismo il
segretario generale della Fiom, in tutta Europa si è aperta una fase
nuova, l'egemonia politica e culturale del neoliberismo scricchiola.
In Francia i giovani hanno fatto le barricate contro il contratto a
termine, in Spagna Zapatero ha cominciato a invertire la marcia
nella legislazione del lavoro, in Danimarca gli studenti occupano le
università, in Italia l'esperienza della precarietà ha convinto
tanti giovani a votare per l'Unione.
La Fiom intende essere protagonista di questa nuova fase.
Valorizzando la contrattazione, utensile fondamentale del suo
mestiere. Partecipando a una mobilitazione più larga di movimenti e
associazioni. Sviluppando un'azione politica verso il governo «per
ottenere una nuova legislazione sul lavoro, che parta dalla
cancellazione della legge 30». La parola fatidica - «cancellare» -
compare nella relazione di Cremaschi. E' un punto fermo nella
girandola lessicale - superare, abrogare, migliorare, cambiare,
integrare - sulla legge Biagi. Ma la Fiom considera la legge 30 come
l'approdo di una lunga stagione, iniziata prima dell'arrivo a
Palazzo Chigi di Berlusconi. Fermarsi a quella «non è di per sé
sufficiente». E' necessario «riscrivere l'intera legislazione del
lavoro». Questa è la richiesta della Fiom al governo Prodi. «Il
nostro agire non è contro il governo», tiene a precisare Rinaldini,
«è a sostegno di scelte coerenti con il programma dell'Unione». Il
segretario della Cgil Fulvio Fammoni viaggia con il ponderoso tomo
appresso. «Attuare quel che c'è scritto sul lavoro nelle 200 e rotte
pagine configura di per sè una nuova legislazione», dice. Aggiunge,
in sintonia con la relazione di Cremaschi, che non è vero che un
lavoro precario è comunque meglio di un lavoro nero. «I dati
dimostrano che sono cresciuti entrambi».
Resta da vedere quanti degli 11 punti elencati da Cremaschi per
contrastare la precarietà siano condivisi da tutta la Cgil. Di certo
non saranno condivisi da tutta l'Unione: aggrediscono il cuore del
problema, il contratto a termine, e una filofia che dal pacchetto
Treu in avanti conta molti supporter nel centro sinistra. Tanto
Cremaschi che Rinaldini hanno stoppato qualsiasi scambio tra
precarietà e orario. Mossa tentata da Federmeccanica nell'ultimo
rinnovo contrattuale. Rimessa in pista dal presidente di
Confidustria Montezemolo: mano libera alle imprese sull'orario in
cambio di qualche modifica della legge 30. La Fiom non ci sta.
Franco Focareta, uno dei giuslavoristi intervenuti al convegno, ha
spiegato che «l'attacco alla cittadella sempre più ristretta del
lavoro cosiddetto garantito» passa dall'orario. Un tema «occulto» in
una discussione «sempre più incentrata sull'inessenziale, come il
job on call o la staff leasing». Introddotti dalla legge 30,
utilizzati pochissimo. Chi si limita a dire che, tolti quelli, la
Biagi va bene non dà un grande contributo alla lotta alle
precarietà.
Emilio Viafora, segretario di Nidil-Cgil, ha richiamato le
organizzazioni di categoria alla coerenza. Tutti i contratti
«sforano» le percentuali consentite di interinali e precari. «Questa
è ipocrisia bella e buona, i giovani meritano coerenza». Rinaldini
gli ha dato ragione, ha ammesso che qualche volta anche la Fiom
pecca.
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La Fiom presenta un pacchetto di
11 proposte per ribaltare la legislazione del lavoro. E
dice: non esiste la flessibilità buona. Confindustria (e i
“draghisti”) si schierano sul versante opposto:
flessibilità, riduzione della spesa sociale, blairismo
riveduto |
Metalmeccanici e
Confindustria
E’ battaglia sulla rotta del governo |
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Stefano Bocconetti (da
Liberazione del 2-6-006) |
L’obiettivo è portare tanto di Londra a Roma. Non è detto,
non è così scontato, tanto più se di mezzo ci si mettono i
metalmeccanici. Ma il rischio è quello: che il blairismo,
inesorabilmente sulla via del tramonto in Inghilterra, possa
essere resuscitato dalle nostre parti. Blairismo di risulta,
insomma. Se si mettessero insieme i due, tre «fatti» di
ieri, non ci sarebbe alcun dubbio: la direzione sarebbe
quella. Lo raccontano le cronache, le cronache economiche di
una giornata chiave. Con l’apertura del Festival
dell’Economia di Trento - il giorno dopo la relazione di
Draghi - dove si sono riuniti quelli che Riccardo Bellofiore
chiamerebbe i «social liberisti». La sinistra della
Confindustria, insomma, e le parti politiche più attente
alle loro ragioni. Si sono riuniti in una grande kermesse,
un po’ spettacolare forse, ma molto di sostanza: per dire,
per ribadire che nessuno deve più confondere l’opposizione
delle imprese all’ultima fase del governo Berlusconi, con
chissà quali innovazioni. Per ribadire che la Confindustria
vuole mettere l’imprinting sui primi cento giorni del nuovo
governo. Certo, anche loro, esattamente come Draghi lunedì,
usano quello che molti hanno chiamato linguaggio da
«liberismo soft». L’aggettivo fa discutere, non tutti
trovano «morbida» la ricetta del governatore di Bankitalia
sulla legge 30, sulle pensioni, sui modi per rientrare dal
deficit. Ma resta comunque, per tutti, il sostantivo. Resta
la ricetta, insomma. E resta anche a Trento. Dove
l’attenzione a non comprimere più di tanto i salari, dove
l’insistere sulla flessibilità contrapposta chissà perché
alla precarietà, servono da moneta di scambio per un cuneo
fiscale da destinare alle imprese. Servono da premessa per
una nuova politica dei redditi, per una nuova concertazione.
Che alla fine sempre lì andrà a parare: la riduzione del
costo del lavoro.
E di blairismo, qualcuno dice, parla
anche l’altro fatto di ieri. Le decisioni economiche del
primo consiglio dei ministri dell’epoca post-berlusconiana.
Dove Padoa Schioppa ha assicurato che non ci sarà alcuna
manovra-bis. Davanti ai conti disastrosi, lasciati dalle
destre, però, si procederà con rigore. Con rigore, rigore,
rigore (ormai se l’indicazione non si ripete tre volte,
secondo il lessico borrelliano, non viene presa sul serio).
Si passerà al setaccio tutta la spesa pubblica, la si terrà
costantemente monitorata. Sulla base però dei criteri di
contenimento previsti dalla vecchia finanziaria, quella
varata dal governo di destra. Un annuncio indolore che -
come direbbe qualsiasi osservatore - cambia di poco il
quadro. Perché la partita, la partita vera, Padoa Schioppa
se la giocherà nella finanziaria. Quando il superministro
dell’Economia dovrà predisporre i documenti per ripagare,
finalmente, l’apertura di credito della Confindustria: e
dare concretezza al cuneo fiscale. Cinque punti subito,
dieci ne chiede Montezemolo entro la legislatura. Soldi che
andranno alle imprese. Almeno per due terzi, se non di più.
Finanziamenti, soldi per ridurre il
costo del lavoro. In un sistema segnato da un forte
squilibrio commerciale: compriamo troppo e vendiamo a poco.
In un sistema in cui le imprese italiane non ce la fanno a
reggere la concorrenza internazionale sulla qualità dei
prodotti. Finanziamenti, soldi alle imprese per ridurre il
costo del lavoro. Una ricetta antica. La ricetta che però
pretende Montezemolo: e a proposito perché nessuno ha notato
che negli ultimi convegni, e neanche a Trento, la
Confindustria parla più di “ricerca”, di investimenti nella
ricerca? Quelle erano autocritiche buone per la campagna
elettorale. Ora, a giochi fatti, si ritorna al solito leit
motiv. Attenuato nelle espressioni ma concreto,
concretissimo nelle richieste.
C’è poi l’ultimo fatto di ieri.
L’unico a non parlare il linguaggio del blairismo:
l’assemblea di seicento delegati metalmeccanici a Milano.
Assemblea che non ci sarà sui giornali che contano, o se sì,
lo sarà solo per definirla roba del secolo scorso. Che
comunque si occupa di vicende di questo millennio, di questi
anni. Di adesso: con un pacchetto di proposte - destinatari:
Prodi, Damiano e quant’altri - che rifanno da cima a fondo
la legislazione del lavoro. Perché la precartietà - e perché
non dirlo? - la precarietà e la flessibilità, insomma tutta
la legge Biagi sono dentro quella filosofia confindustriale.
Di chi pensa ancora di poter competere risparmiando sul
costo del lavoro. Sul costo dei diritti.
Ma quell’assemblea senza eco sui
media, da sola non potrebbe cambiare il senso della
giornata. Non cambierebbe la spinta al blairismo. Non la
cambierebbe da sola. Perché una giornata come quella di ieri
è segnata da tante presenze e da tanti discorsi ma anche da
un’assenza. Che proprio i metalmeccanici, la Fiom, quel
sindacato antico, ha deciso di riempire. Per capire: la
partita in queste settimane si gioca sul segno che dovranno
avere le prime misure del governo. E a spingere verso un
liberismo, temperato solo nei modi di presentazione, sono
forze potenti. Che non hanno bisogno di scendere in piazza.
Hanno tutto dalla loro parte. Hanno anche gli editoriali del
maggior quotidiano italiano che chiedono - senza giri di
parole - di abbandonare il «modello renano», il welfare come
l’ha conosciuto l’antico continente, e sposare il modello
anglosassone. Tatcheriano-blairiano, appunto. Spingono per
spostare di là il baricentro dell’iniziativa del governo. E
da quest’altra parte? I metalmeccanici, gli antichi
metalmeccanici, hanno cominciato a ragionare su come
intervenire. E lì sono risuonate parole ancora più antiche:
cortei, manifestazioni, scioperi. Movimento, insomma.
L’unico capace di riportare il «pallino» da quest’altra
parte. Sapendo che il governo dovrà comunqnue mediare. Ma un
conto è se il boccino è di là, un conto se è di qua. Dalla
parte della redistribuzione. |
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