| Cgil, il
segretario Fulvio Fammoni spiega i progetti del sindacato.
Via i cocoprò, devono restare in piedi massimo 6-7 tipi di
contratto . L'indeterminato deve tornare la forma normale.
L'articolo 18 non si tocca: no al «Cpe all'italiana».
L'impresa non deve più competere sul costo del lavoro
Antonio Sciotto
«Andremo al tavolo del governo con le
nostre proposte, sostenendo le nostre tesi, sapendo che c'è
il programma della coalizione, ma anche ben coscienti su un
punto chiave: una volta applicato quel programma dovrà
esserci in Italia una nuova legislazione sul lavoro, perché
la legge 30 ha creato precarietà, facendo aumentare nello
stesso tempo il lavoro nero». Fulvio Fammoni, segretario
confederale Cgil con la delega al mercato del lavoro - in
pratica il vice di Guglielmo Epifani su questo settore - non
usa mezzi termini e spiega il punto di vista della Cgil
sulla legge 30: «Va riscritto tutto, serve una nuova legge
costruita organicamente, e non fatta con un aggiustamento
ogni tanto». Una presa di posizione significativa
all'indomani della relazione del presidente Montezemolo
all'assemblea di Confindustria, che aveva lanciato a Prodi
un messaggio finale: «la Biagi non si tocca». Obiettivi
fondamentali: il ritorno al tempo indeterminato come tipo
normale di contratto, la riduzione a massimo 6-7 forme
alternative dalle attuali 40, l'abolizione dei cococò e
cocoprò, il parasubordinato che maschera lavoro dipendente.
Partiamo innanzitutto dai dati. Secondo gli imprenditori, lo
stesso Montezemolo, la gran parte del lavoro è già stabile e
la precarietà è quasi un falso problema.
Stiamo ai dati ufficiali, quelli dell'Istat e della Banca
d'Italia: il 2005 è stato il primo anno in cui le assunzioni
precarie hanno superato la soglia del 50% rispetto al
totale, superando dunque quelle a tempo indeterminato. E non
si calcolano le partite Iva monocommittenti, o gli associati
in partecipazione, la gran parte falsi autonomi che
alzerebbero certamente la percentuale. C'è poi il lavoro
nero: è aumentato del 3-4% nel 2005, a dimostrazione che non
è vero che quanto più si abbassano i costi delle assunzioni,
tanto più lavoro emerge. Con la legge 30 è aumentato
contestualmente il numero dei lavoratori precari e dei
sommersi, il che sfata anche il mito secondo cui «va bene
qualsiasi lavoro, purché sia un lavoro», propagandato dal
governo Berlusconi negli ultimi cinque anni.
Come giudicate le proposte che
circolano su una parziale rinuncia all'articolo 18 in modo
da flessibilizzare il mercato ed aprirlo ai più giovani? Può
funzionare un «Cpe all'italiana»?
Le recenti mobilitazioni europee,
quello che è accaduto in Francia, hanno dimostrato che il
tema del licenziamento libero non può essere disponibile: è
meglio lasciare stare l'articolo 18, perché se si confonde
con il nodo della precarietà impedisce di fare una
discussione seria. C'è ormai un mercato del lavoro duale,
fatto di inclusi ed esclusi, analisi su cui concordiamo: ma
la soluzione è estendere le garanzie. Tra gli esclusi, a
parte i precari, ci sono anche i disoccupati e i lavoratori
in nero: noi abbiamo proposto alle imprese l'introduzione
dell'«indice di congruità», il personale dichiarato deve
essere congruo rispetto al lavoro prodotto. Già su questo
fronte ci aspettiamo segnali concreti. Ora Confindustria ha
detto di volere un'impresa «buona»: l'intendimento c'è, ne
prendiamo atto, ma ancora non vediamo chiaramente
l'applicazione concreta. Per noi «impresa buona» vuol dire
cambiare il punto di vista affermato fino a oggi: non
competere più sull'abbassamento dei costi del lavoro, ma
sulla qualità, l'innovazione, la ricerca. Quanto alla
flessibilità, non va assolutamente confusa con la
precarietà: la flessibilità non riguarda mai e non può
riguardare i tipi di contratto con cui si assume, ma
riguarda l'organizzazione del lavoro, gli orari, le
mansioni. Che si possono anche modificare, ma passando
sempre - sia chiaro - attraverso la contrattazione e i
lavoratori.
Montezemolo propone però di saltare il passaggio con le Rsu
e dare la possibilità, nel contratto nazionale, di ordinare
gli orari in azienda. Dice che questa è la vera
flessibilità, perché velocizza i rapporti secondo le
esigenze immediate di mercato. Concordate?
No, ribadiamo che la flessibilità deve essere contrattata:
io personalmente ho contrattato molte modifiche di orari. Il
sindacato c'è sempre quando un'azienda ha dei motivi
fondati, lo dimostrano centinaia di accordi oggi operanti.
Ma per farlo ci vuole una reale volontà da entrambe le
parti.
Sulla precarietà dunque accettate
di discutere al tavolo della concertazione che verrà aperto
dal ministro del lavoro Damiano. Con quale «piattaforma» vi
presenterete?
Sono alcuni semplici capisaldi. 1) Il
tempo indeterminato deve tornare la forma normale di lavoro:
oggi non è più così perché la legge 30 ha messo tutti i
contratti sullo stesso piano. Ogni forma di sovvenzione,
credito di imposta o anche una quota-parte del taglio del
cuneo fiscale, deve essere indirizzata esclusivamente a chi
attiva questo tipo di contratti 2) Cancellare le 40 e più
forme di tipologie alternative, lasciando in piedi - ma in
una formulazione nuova - al massimo 6-7 tipi di contratti
«atipici». Ovvero il part time, il tempo determinato,
l'interinale, un contratto di carattere formativo. Devono
tornare, ovviamente, le percentuali e le causali, in modo da
rendere il ricorso a queste alternative motivato ed
eccezionale. 3) Quanto al cocoprò, si parla oggi di alzare i
contributi. Non crediamo che basterebbe per eliminare gli
abusi. Noi puntiamo alla cancellazione di questo tipo di
contratto, modificando l'articolo 2094 del Codice civile,
per far restare solo il lavoro economicamente dipendente -
ugualmente tutelato in tutte le sue forme - e l'autonomo. 4)
Sui contratti a termine, bisognerebbe introdurre un divieto
alla reiterazione oltre un certo numero di volte.
Interessante, ad esempio, è quello che ha fatto Zapatero: in
Spagna addirittura si vuole stabilizzare il posto di lavoro
stesso, che l'azienda deve rendere a tempo indeterminato
anche qualora vi circolino diversi lavoratori in un certo
periodo di tempo. 5) Sugli appalti bisogna rendere le
aziende che cedono il lavoro corresponsabili della sorte dei
lavoratori per un certo numero di anni. 6) Sul lavoro nero
c'è la proposta dell'«indice di congruità». 7)
Sull'immigrazione si deve intervenire sulla Bossi-Fini,
perché lì è previsto l'assurdo che se denunci il tuo
sfruttatore vieni espulso. Al contrario, bisogna
regolarizzare gli oltre 300 mila lavoratori che hanno fatto
domanda e oggi sono esclusi dai flussi; si deve introdurre
il permesso di soggiorno per la ricerca di lavoro e il
permesso temporaneo per tutti gli immigrati che denunciano
il proprio stato di lavoratori in nero. Molti di questi
punti sono già nel programma dell'Unione, altri - come
quello sui cocoprò - ci piacerebbe che fossero aggiunti.
Insomma, una volta applicato il programma, si deve arrivare
ad avere una nuova legislazione del lavoro.
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