Formula Montezemolo
Gabriele Polo
Il capo di Confindustria ha piazzato la sua macchina nel mezzo della piazza, al centro della scena. E' una fiammeggiante «sportiva», anche se ilmotore batte un po' in testa. Pure il pilota non è un granchè. Ma il luccichio affascina, offre un'immagine di ricchezza, potenza e coesa sicurezza. Forse è più apparenza che sostanza, però fa effetto. E, per questo, Montezemolo chiede, pretende, con quel tono sicuro con cui solo i ricchi sono capaci di mascherare le debolezze più intime. Gli spettatori cui si rivolge rischiano di uscire abbagliati dallo spettacolo, di chinare la testa sorridendo. Il messaggio del pilota arriva forte e chiaro: l'impresa privata è tutto, il mondo ci gira attorno, l'intevento politico è come un «pit stop di Formula Uno» (parola di Luca), serve a far benzina e cambiare le gomme: la pubblica rappresentanzanonè altro che ungruppo di meccanici. Chi nonsi adegua rischia grosso.Nel nomedi questa centralitàMontezemolo ha presentato al governo Prodi il suo conto; di più, ha indicato unadirezione, hamesso dei vincoli. L'assemblea di Confindustria di ieri non è paragonabile al matrimonio d'amorosi sensi tra Berlusconi e D'Amato andato in scena a Parma cinque anni fa: piuttosto una promessa di fidanzamento pesantemente condizionata alla dote che la politica dell'Unione dovrebbe portare con sé.Una«lista di nozze» precisa: privatizzazioni, tagli alla spesa sociale, investimenti pubblici al servizio del privato (a partire dalle infrastrutture), conferma della legge 30 sul lavoro. E persino il nucleare. Come dire che sulla macchina confindustriale ci potrà salire solo chi accetta il primato assoluto del profitto d'impresa, che la correzione rispetto al duo Berlusconi-D'Amato è sull'efficacia delle ricette,perché ilmercato da solo non ce la fa, ha bisogno di sostegno pubblico. Deimeccanici. Ma alla guida ci sono sempre loro, altrimenti si resta a piedi e la vettura dei confindustriali proseguirà per conto proprio. Magari verso la Cina. E' sulla modalità degli interventi che si può concertare avvitando i bulloni, non sul merito profondo: questo è il margine d'autonomia che imprenditori diversi e divisi tra loro permettono a se stessi e lasciano alla politica. La risposta di Prodi e Bersani - in diretta - non è stata esaltante, divisa tra un programma elettorale da rispettare (che solo in parte rispecchia i desiderata confindustriali) e la paura di essere investiti dalla luccicante vettura. La replica delle altre componenti Unioniste - in differita - ha rispecchiato l'eterogeneità della coalizione. Di certo non è emersa un'idea, non diciamo alternativa,maalmenounpo' precisa. Senonaltro per inchiodare gli industriali alle loro responsabilità di liberisti assistiti. Aungoverno neonato si può concedere il beneficio della giovanissima età. E attenderlo alla prova dei fatti. Ma è un po' triste pensare che l'ultimo governante italiano che abbia saputo sgridare gli imprenditori nostrani di fronte a un consesso confindustriale fu Bettino Craxi. Accadeva a Torino, ma più di vent'anni fa e in sala c'era l'avvocato Agnelli. Attorno al Lingotto un mare di Fiat Uno: mediocre carrozzeria, ottimo motore.