|
«Niente più
scambi, la legge 30 va abolita»
Intervista al
segretario Fiom Giorgio Cremaschi: il tempo della concertazione è
finito, ora i lavoratori devono solo rivendicare. L'Unione potrà
deludere, ma il vero ruolo lo devono giocare la Cgil e i movimenti
Antonio Sciotto
Giorgio
Cremaschi, segretario nazionale Fiom e leader della Rete 28 aprile
Cgil, si prepara a un lungo lavoro di mobilitazione nel paese -
obiettivo l'abolizione della legge 30 - e alla definizione di
un'area critica in Cgil, che faccia uscire il sindacato dall'ipotesi
della «concertazione» con la Confindustria e il governo del
centrosinistra, verso la scelta dell'«indipendenza». Obiettivi per
niente facili. «I lavoratori hanno dato abbastanza, ora è arrivato
il momento di rivendicare: non è più il tempo degli scambi». E
sull'Unione: «Dobbiamo essere "spietati" - ci dice sottolineando il
termine - Fare sconti adesso non aiuta nessuno, prima di tutto chi
si dispone a fare scelte fondamentali per il paese».
Cominciamo dalla legge 30.
Credo che
bisogna abrogarla: non lo dico per motivi ideologici, nonostante sia
cosciente del valore simbolico che ha quella legge, della forza che
consegna in mano alle imprese anche solo quando trattano, prima
ancora di applicarla. Il fatto è che in Italia c'è un processo
legislativo ormai più che decennale che ha portato al disastro della
precarietà a vita. Penso non solo al privato, ma anche al pubblico
impiego: si entra a termine e si rimane tali per sempre. La legge
30, con il suo coacervo di dispositivi e di rimandi, con le nuove
regole sugli appalti, ha portato al coronamento di questo processo.
Senza dimenticare la legge 368 sui contratti a termine, che ha
permesso a tutti contratti sotto i 7 mesi di essere ripetibili a
vita. Ecco, se queste leggi non si abrogano, penso che sia
impossibile riscrivere seriamente una nuova normativa del lavoro:
sradicando la legge 30, si troveranno molte radici intrecciate al
pacchetto Treu. E' per questo che la parte più moderata del
centrosinistra non vuole abrogarla. Ma non ci può essere discorso
serio di lotta alla precarietà se non si sgombra il campo dalla
legge 30: Prodi, parlando di «revisione», è andato ancora più
indietro dello stesso programma dell'Unione, che chiede il
«superamento». Noi siamo per la «cancellazione».
Il nuovo ministro del
lavoro Damiano contrappone la «precarietà cattiva» alla
«flessibilità buona». E' una distinzione sensata?
Credo di
no: la flessibilità non è mai «buona», per i lavoratori è sempre
«subita». Prendiamo i cococò e i cocoprò, ad esempio: dovrebbe
essere una tipologia di contratto totalmente abolita, perché chi
lavora per una sola impresa, e dipende economicamente da essa, è
chiararmente un lavoratore subordinato. Gli interinali e i contratti
a termine dovrebbero essere usati solo in casi eccezionali: quando
c'è un'improvviso bisogno per un'azienda, non come normale forma di
assunzione. Quando un'impresa vuole rinnovare la sua forza lavoro, e
assume giovani che poi sono destinati a rimanere per anni nello
stesso posto, di cosa stiamo parlando? E' chiaro che si tratta di
lavoro strutturale dell'azienda: qualsiasi altro contratto fuori dal
tempo indeterminato non avrebbe senso. Proposte come quelle di Boeri
ed Ichino, con le quali non concordo, hanno avuto un merito: hanno
chiarito che la precarietà non è altro che uno stato di prova
permanente. E' il principio «precariare meno, precariare tutti»:
meno precarietà formale, nelle leggi, in cambio di una rinuncia
all'articolo 18. E' quello che ci proponevano nel contratto dei
metalmeccanici: ok, assumiamo meno precari, ma i tempi indeterminati
devono essere disposti a tutto in campo di orari. Questa non è
flessibilità, è «disponibilità»: l'impresa vuole che lavori di più,
chiedi meno, non ti iscrivi al sindacato e non scioperi. Sono scambi
inaccettabili.
Dunque non
si tratta?
Penso che
sia finito il tempo della concertazione, del moderatismo sindacale.
Finora i lavoratori hanno solo dato, ora è il momento di
rivendicare. Penso non si debba trattare per il rinnovo del modello
contrattuale: il sindacato deve fare piattaforme e lottare per
affermarle. Quanto alla legge 30, con la Fiom stiamo preparando un
convegno per il primo giugno alla camera del lavoro di Milano, ma
stiamo anche discutendo per una mobilitazione con il Forum sociale
europeo. Non bisogna fare sconti al governo, anche se tutti abbiamo
voluto che vincesse questa coalizione per cacciare Berlusconi. Ma
adesso sta ai movimenti, alla Cgil, segnare la differenza e muoversi
per sottrarre il governo dalla morsa delle imprese e della parte
moderata dell'Unione, sovrarappresentata nella composizione
dell'esecutivo rispetto al suo reale peso elettorale e politico. E'
un fatto di pratica sindacale: la Cgil dovrebbe concretizzare le
affermazioni contro la legge 30 ritirando la firma al contratto
Atesia, che peggiora la legge 30, e mettendo in discussione l'ultimo
contratto dei chimici, che deroga al contratto nazionale. Ma è anche
un rapporto più generale di «indipendenza» rispetto alla politica:
oggi l'opinione pubblica è più disposta a fare sconti al governo,
perché vede dall'altro lato Berlusconi. Ma dalla Cgil si aspetta di
più: non dobbiamo deluderli.
|