Cgil, la Rete 28 aprile prova a crescere
Assemblea nazionale a Roma il 12 giugno
(19 maggio 2006)
Riparte l’attività politica, con un
nuovo governo, continua l’attività sindacale di chi con
questo governo dovrà confrontarsi. Stiamo parlando della
rete 28 aprile, nata il 28 aprile (appunto) 2005 come
“contenitore” delle diverse anime della sinistra della Cgil.
La «rete per l’indipendenza e la democrazia sindacale» è
stato il luogo di discussione, adesso la Rete lancia
un’assemblea nazionale per «discutere e definire obiettivi e
forme della continuità dell’iniziativa, al fine di
sviluppare partecipazione e democrazia nella vita
dell’organizzazione», come scrivono nel documento di
presentazione.
Appuntamento per il 12 giugno a Roma “Democrazia” e
“partecipazione”, ossia le due parole chiave delle
rivendicazioni della Fiom all’ultimo congresso nazionale
della Cgil, contenute anche nelle due tesi del segretario
generale Gianni Rinaldini.
Allora la Rete 28 aprile ha sostenuto i documenti di
Rinaldini che si presentava al congresso di Rimini forte di
un 15% di consensi ottenuti nei congressi di base e uscito
però con una rappresentanza del 10% nel direttivo nazionale
Cgil. Adesso, dopo le conclusioni del congresso «le
esperienze più avanzate nella Cgil si devono confrontare per
costruire obiettivi comuni». A formalizzare la nascita della
Rete 28 aprile sono stati più di un anno fa cinque
componenti dell’ex direttivo della Cgil: Carlo Baldini,
Wilma Casavecchia, Giorgio Cremaschi, Ferruccio Danini e
Jole Vaccargiu.
Da allora vari nomi della sinistra del sindacato confederale
hanno abbracciato questa esperienza, tanto che non è da
escludere che l’assemblea nazionale del 12 serva, oltre che
ridare linfa alla piattaforma della Rete, anche come
tentativo di costruire una vera e propria area del sindacato
che si collochi naturalmente a sinistra, magari dove una
vola stava Lavoro e Società.
Gli spunti di dibattito contenuti nella piattaforma (dove
c’è spazio anche per il ripudio della guerra e la richiesta
di ritiro di tutte le truppe all’estero) d’altronde vanno in
questa direzione. Si parte dal riconoscere che «la sconfitta
elettorale della destra dà più speranze e possibilità di
cambiare le cose» (senza però dimenticare di citare le
pressioni esercitate da subito dalle «forze conservatrici»),
si arriva a rifiutare la pratica della concertazione.
In mezzo c’è la fotografia dei lavoratori di oggi: precari o
in via di precarizzazione; insicuri, perché «la salute e la
sicurezza sono messe a rischio e la flessibilità selvaggia
dà il controllo delle loro vite alle imprese» e impoveriti,
perché «la precarietà riduce anche i salari». Per ovviare a
questo, il sindacato deve puntare sulla «contrattazione
nazionale e su una nuova forma di scala mobile», su una
nuova pratica sindacale «che faccia dell’indipendenza e
della democrazia gli strumenti per organizzare una nuova
fase di conflitto sociale» e su una nuova iniziativa
sindacale, slegata dal concetto di “governo amico”.
E’ infatti lo steso Cremaschi a bacchettare Prodi al suo
secondo giorno da premier: «Il programma dell’Ulivo parla di
superamento della legge 30. Il Presidente del Consiglio ha
parlato di revisione che è una cosa diversa. Sono parole
deludenti».
Andrea Milluzzi (Liberazione 19 Maggio 2006)