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"L'accordo
Atesia è pessimo"
inviato da: Rsu Slc-Cgil Cos Roma e Lazio · il 23/4/2006 · alle:
11:15 ·
email:
I DELEGATI DEL GRUPPO COS
«L'accordo Atesia è pessimo. Adesso serve un referendum»
*Sentiamo la necessità di esprimere la nostra condizione, visto che
la discussione ha preso vita sul manifesto, giornale che ha seguito
dall'inizio la nostra vertenza, il caso Cos-Atesia.
L'11 aprile è stato siglato un'ulteriore accordo con Atesia, call
center oggetto di grande discussione, di conflitto sindacale e di
dibattito politico pre-elettorale, questo soprattutto grazie al
clamore sviluppatosi con le lotte degli ultimi 2 anni. La sua
grandezza è legata innanzitutto ai numeri: 25.000 giovani sono
passati in 15 anni per questa società, producendo super guadagni per
i padroni, nel 2003 gli utili sono stati pari a 10 milioni 612.557
di euro su un fatturato di 94 milioni 387.459 di euro.
Ci riferiamo a un'anomalia sviluppata ben prima della legge 30,
nella Holding Almaviva, capofila del gruppo Cos, composta da:
1) Finsiel Spa (società d'informatica acquisita
da Telecom);
2) Gruppo Cos (che con diverse società tra cui
Cos e Atesia, svolge attività esternalizzate di call center).
L'Italia Cos: uno su quattro non ha diritti.
Facciamo allora il quadro dell'andamento e della qualità del lavoro:
1) Alla Cos di Roma è in corso una cassa
integrazione per diverse decine di persone che ormai si protrae da
più di 6 mesi (ultima proroga firmata dalle strutture di categoria
del Lazio, nonostante il parere negativo dei delegati), che segue a
una procedura di mobilità aperta nel 2004.
2) Alla Cos Napoli lo scorso anno è stata aperta
una cassa integrazione per 6 mesi per diverse decine di persone e
sono presenti centinaia di cocoprò.
3) Xcos nel Lazio è stata messa in liquidazione
licenziandone il personale a tempo indeterminato, 36 persone che non
hanno neanche avuto accesso alla mobilità.
4) Per le diverse società che compongono Finsiel
spa dopo le dichiarazioni dell'azienda su costi eccessivi ci sono
timori per i possibili esuberi e per un cambiamento contrattuale
(sono metalmeccanici).
5) Alla Alicos di Palermo (proprietà 60% Cos,
40% Alitalia) ci sono forti tensioni tra i lavoratori che hanno il
contratto dei trasporti.
6) Su un altro call center Cos di Palermo si è
stipulato un accordo che fa vivere 1300 lavoratori contrattualizzati
part time al 50% con circa 2000 lavoratori cocoprò a cottimo.
7) Al call center Inaction di Milano si
susseguono le iniziative di lotta per la stabilizzazione, anche qui
ci sono moltissimi cocoprò.
8) Nel call center Cos di Catania lavorano 900
cocoprò e per questo ci sono fortissime tensioni e lotte.
Insomma, in tutta Italia solo un quarto dei
12.000 lavoratori Cos sono subordinati con diritti sindacali, la
prospettiva di una pensione, la malattia e le ferie. Per rimanere
nel Lazio, negli ultimi 2 anni si è passati da 830 a 610 dipendenti,
e dopo la fusione prospettata per il 2007 tra Cos e Atesia su Roma
si avranno quindi: 836 lavoratori a tempo indeterminato; 294 assunti
a tempo indeterminato con l'accordo in questione, part time a 5 ore
e reddito 650 euro lordi; 426 inserimento lavoro (18 mesi, 650 euro
lordi); 1100 apprendisti (36 mesi e 650 euro lordi). I restanti
lavoratori Atesia, cioè circa 2680 persone rimarranno cocoprò, a
cottimo e senza diritti per svolgere la stessa attività dei colleghi
subordinati. Più la possibilità per l'azienda, come è stato
sottoscritto, di poter continuare ad assumere a progetto.
I lavoratori sottoposti alla trasformazione contrattuale avranno
stipendi più bassi di quelli che percepivano prima e orari peggiori,
saranno considerati disponibili 24 ore su 24 e avranno la clausola
di flessibilità prevista dalla legge 30. Tutto questo rende evidente
il processo in atto, liberarsi del lavoro che costa per utilizzare
le forme atipiche e questo avviene mentre il gruppo cresce occupando
fette sempre più ampie di mercato e con l'intenzione esplicitata di
lanciarsi in borsa.
Troviamo inopportuno, anche alla luce di questo andamento, la
sottoscrizione di un accordo che «normi» il lavoro a progetto,
creando la commistione tra lavoro autonomo e subordinato, accettando
la logica dell'azienda che chi utilizza il contratto a tempo
indeterminato è fuori mercato.
Inoltre ci chiediamo dove sia finita la piattaforma che qualche mese
fa con fatica si era costruita e diffusa tra i lavoratori, avendone
un riscontro positivo. Essa definiva con nettezza alcune questioni
irrinunciabili:
1) Assunzione a tempo indeterminato di coloro che avevano un
anzianità
superiore ai 5 anni (si valutava 500-600 persone).
2) Inserimento e apprendistato per circa
1500-1700 persone per le quali si sanciva l'assunzione a tempo
indeterminato dopo x mesi per tutti;
3) Part time al 75% e full time;
4) Progressiva trasformazione dei restanti
cocoprò presenti in lavoratori subordinati fino a totale
assorbimento e blocco di nuove assunzioni con tale tipologie
contrattuali;
5) Diritti sindacali per tutti i lavoratori.
La Cgil e il nodo cruciale
della democrazia
L'ultimo sciopero del Gruppo Cos del 9 settembre scorso, nel quale
si rivendicava il secondo livello di contrattazione, cioè la
redistibuzione della ricchezza prodotta e la stabilizzazione dei
precari, si è perso nel silenzio nonostante il successo. Noi
pensiamo che il sindacato non debba rincorrere né attendere la
politica, bensì usare tutti i suoi strumenti per la soddisfazione
dei bisogni che rappresenta anche attraverso il superamento in
avanti del quadro normativo. Pensiamo che gettare i frutti di quella
straordinaria capacità di mobilitazione espressa negli ultimi anni
perché si vogliono fare i conti con la «triste realtà» sia
limitativo per un sindacato, di cui noi ci sentiamo parte, e che
aspira a «riprogettare il paese».
Per la prima volta nella nostra storia, la nuova generazione ha una
condizione di lavoro e di vita peggiore dei propri genitori, per la
prima volta si è invertito un processo evolutivo, e la riflessione
non può solo essere legata all'evento Berlusconiano, si dovrebbe
avere la volontà di analizzare le scelte fatte dalla classe
dirigente negli ultimi quindici anni.
Infine, questione centrale per noi della Cgil, la democrazia:
riteniamo, visto il numero enorme di lavoratori e la loro
ricattabilità, come unico strumento di validazione dell'accordo
quello del referendum. Ci va riconosciuto di essere coloro che
vivono la condizione del lavoro precario, il che ci dà diritto di
votare, contestare e lottare in prima persona per il nostro futuro.
*Rsu Slc-Cgil Cos Roma e Lazio
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