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Si può discettare se
la Rai espleti con decenza la sua funzione di servizio
pubblico, il che è assai dubbio. Ma un sicuro “punto
d’eccellenza” l’azienda comunque lo ha: l’avanguardia in un
settore tristemente nevralgico, la precarizzazione del
lavoro. Un sorta di primato negativo che affonda le sue
radici nella metà degli anni ottanta, quando si è diffusa a
macchia d’olio nell’ente radio-televisivo la figura del “td”,
il lavoratore che l’azienda impiega con un contratto a tempo
determinato di durata variabile da tre a nove mesi,
comprensivo di ferie, malattia e previdenza (con l’assegno
di disoccupazione dell’Inps durante i periodi di “ferma”).
Il ricorso a tale forma contrattuale, se ha permesso a molti
giovani di allora d’instaurare un rapporto con la Rai, ha
determinato anche un progressivo riassetto della
composizione del lavoro al suo interno: la presenza dei “td”
si è fatta crescente e inversamente proporzionale a quella
degli assunti a tempo indeterminato. Per legge, il contratto
“td” implicherebbe, dopo il terzo consecutivo, l’obbligo
d’assunzione da parte dell’azienda. Nulla di tutto questo è
accaduto.
Si è così aperta
l’epoca dei ricorsi legali, che hanno portato molte
assunzioni disposte dal giudice, sempre che il lavoratore
potesse permettersi di restare senza stipendio lungo il
periodo della causa, spesso diversi anni. Le politiche del
personale Rai sono tuttora decise dalla magistratura e anche
la Commissione parlamentare di vigilanza si è pronunciata
contro l’azienda, definendo la sua condotta altamente
dannosa, in particolare a livello economico. Basti pensare
che la Rai ha accantonato 60 milioni di euro per sostenere
le azioni legali. Ma questa è ormai storia. Perché la
precarietà in azienda ha subìto un esiziale aggravio attorno
al 2000, quando la figura dell’ormai attempato “td” ha
ceduto il posto a quella ultraflessibile di un nuovo
prototipo di precario, lo “scritturato”, che di fatto è un
lavoratore “a cottimo”: nella destrutturazione completa del
salario, sostituito qui da un arbitrario “gettone”. Una
strategia che mira alla morte di ogni consistenza o
soggettività di categoria e, con essa, di una possibile
contrattazione sindacale.
Quella dei lavoratori
“a scrittura” è la forma contrattuale ormai preponderante,
con la quale soprattutto i più giovani sono ingaggiati. È
una situazione di completa anomalia, che vede fianco a
fianco i precari vecchia maniera con quelli di ultimissima
foggia, con il rischio di una guerra generazionale tra
poveri. Esponenti del più basso girone della precarietà, gli
“scritturati” sono assunti per periodi che possono variare a
piacimento dell’azienda (da un giorno a diversi mesi) e non
percepiscono alcuno stipendio alla fine del mese. La loro
paga è stabilita a prestazione giornaliera, con variazioni
economiche caso per caso, non regolate da alcuna norma: il
compenso complessivo viene loro corrisposto solitamente dopo
due mesi dalla fine del contratto.
Tali nuovi precari
hanno gli obblighi dei lavoratori subordinati, ma sono privi
degli stessi diritti: sono pertanto “atipici” e
“parasubordinati”, anche se li si chiama comodamente
“lavoratori autonomi”, come se fossero medici, avvocati o
commercialisti con la facoltà d’imporre una parcella. Le
figure giuridiche con cui i lavoratori “scritturati” vengono
impiegati non hanno rispondenza con la realtà e per loro
l’azienda compie delle capriole contrattuali, perpetrando
una situazione di completa illegalità: come testimonia la
gran quantità di consulenti (per contratto) che
quotidianamente fanno i redattori, con le stesse
responsabilità e gli stessi orari dei lavoratori subordinati
(vanno in Rai ogni giorno, quando la loro presenza dovrebbe
essere del tutto saltuaria). Per quanto precari, i “td” sono
pur sempre lavoratori subordinati, con il limite del tempo.
Con gli “scritturati” l’azienda va oltre, portando a
compimento una definitiva forma di precarizzazione,
quantitativa e qualitativa: la messa “fuori organico” della
sua forza lavoro, con la parcellizzazione incontrollata di
profili e trattamenti.
La perdita formale
del vincolo di dipendenza ha liquefatto lo status aziendale
degli “scritturati”: non più formazione, non più ferie, non
più malattia, non più i contributi per la pensione. Ma
addirittura, con tutto il valore anche simbolico di questa
privazione, non più il diritto alla mensa, che il lavoratore
deve pagare di tasca propria (circa 5 euro a pasto).
L’azienda ha così scaricato una fetta molto cospicua del suo
personale, inaugurando la figura del lavoratore-fantasma,
che è privo di tesserino e ogni mattina deve declinare ai
vigilantes le proprie generalità: è il computer di
portineria a emettere il placet, un cartellino da “ospite”
che si getta all’uscita. In tale destrutturazione
complessiva dei diritti (non dei doveri) del lavoratore,
risiede il senso perverso del “gettone” giornaliero, con la
drastica incertezza e con la schizofrenia professionale, di
tempo e di mansioni, che esso comporta. È l’epoca del lavoro
allo stato gassoso: persone ridotte al più basso rango del
lavoro-merce, la prestazione “usa e getta”. |