Fantasmi in Rai

 

di Andrea Rustichelli

 

Si può discettare se la Rai espleti con decenza la sua funzione di servizio pubblico, il che è assai dubbio. Ma un sicuro “punto d’eccellenza” l’azienda comunque lo ha: l’avanguardia in un settore tristemente nevralgico, la precarizzazione del lavoro. Un sorta di primato negativo che affonda le sue radici nella metà degli anni ottanta, quando si è diffusa a macchia d’olio nell’ente radio-televisivo la figura del “td”, il lavoratore che l’azienda impiega con un contratto a tempo determinato di durata variabile da tre a nove mesi, comprensivo di ferie, malattia e previdenza (con l’assegno di disoccupazione dell’Inps durante i periodi di “ferma”). Il ricorso a tale forma contrattuale, se ha permesso a molti giovani di allora d’instaurare un rapporto con la Rai, ha determinato anche un progressivo riassetto della composizione del lavoro al suo interno: la presenza dei “td” si è fatta crescente e inversamente proporzionale a quella degli assunti a tempo indeterminato. Per legge, il contratto “td” implicherebbe, dopo il terzo consecutivo, l’obbligo d’assunzione da parte dell’azienda. Nulla di tutto questo è accaduto.

Si è così aperta l’epoca dei ricorsi legali, che hanno portato molte assunzioni disposte dal giudice, sempre che il lavoratore potesse permettersi di restare senza stipendio lungo il periodo della causa, spesso diversi anni. Le politiche del personale Rai sono tuttora decise dalla magistratura e anche la Commissione parlamentare di vigilanza si è pronunciata contro l’azienda, definendo la sua condotta altamente dannosa, in particolare a livello economico. Basti pensare che la Rai ha accantonato 60 milioni di euro per sostenere le azioni legali. Ma questa è ormai storia. Perché la precarietà in azienda ha subìto un esiziale aggravio attorno al 2000, quando la figura dell’ormai attempato “td” ha ceduto il posto a quella ultraflessibile di un nuovo prototipo di precario, lo “scritturato”, che di fatto è un lavoratore “a cottimo”: nella destrutturazione completa del salario, sostituito qui da un arbitrario “gettone”. Una strategia che mira alla morte di ogni consistenza o soggettività di categoria e, con essa, di una possibile contrattazione sindacale.

Quella dei lavoratori “a scrittura” è la forma contrattuale ormai preponderante, con la quale soprattutto i più giovani sono ingaggiati. È una situazione di completa anomalia, che vede fianco a fianco i precari vecchia maniera con quelli di ultimissima foggia, con il rischio di una guerra generazionale tra poveri. Esponenti del più basso girone della precarietà, gli “scritturati” sono assunti per periodi che possono variare a piacimento dell’azienda (da un giorno a diversi mesi) e non percepiscono alcuno stipendio alla fine del mese. La loro paga è stabilita a prestazione giornaliera, con variazioni economiche caso per caso, non regolate da alcuna norma: il compenso complessivo viene loro corrisposto solitamente dopo due mesi dalla fine del contratto.

Tali nuovi precari hanno gli obblighi dei lavoratori subordinati, ma sono privi degli stessi diritti: sono pertanto “atipici” e “parasubordinati”, anche se li si chiama comodamente “lavoratori autonomi”, come se fossero medici, avvocati o commercialisti con la facoltà d’imporre una parcella. Le figure giuridiche con cui i lavoratori “scritturati” vengono impiegati non hanno rispondenza con la realtà e per loro l’azienda compie delle capriole contrattuali, perpetrando una situazione di completa illegalità: come testimonia la gran quantità di consulenti (per contratto) che quotidianamente fanno i redattori, con le stesse responsabilità e gli stessi orari dei lavoratori subordinati (vanno in Rai ogni giorno, quando la loro presenza dovrebbe essere del tutto saltuaria). Per quanto precari, i “td” sono pur sempre lavoratori subordinati, con il limite del tempo. Con gli “scritturati” l’azienda va oltre, portando a compimento una definitiva forma di precarizzazione, quantitativa e qualitativa: la messa “fuori organico” della sua forza lavoro, con la parcellizzazione incontrollata di profili e trattamenti.

La perdita formale del vincolo di dipendenza ha liquefatto lo status aziendale degli “scritturati”: non più formazione, non più ferie, non più malattia, non più i contributi per la pensione. Ma addirittura, con tutto il valore anche simbolico di questa privazione, non più il diritto alla mensa, che il lavoratore deve pagare di tasca propria (circa 5 euro a pasto). L’azienda ha così scaricato una fetta molto cospicua del suo personale, inaugurando la figura del lavoratore-fantasma, che è privo di tesserino e ogni mattina deve declinare ai vigilantes le proprie generalità: è il computer di portineria a emettere il placet, un cartellino da “ospite” che si getta all’uscita. In tale destrutturazione complessiva dei diritti (non dei doveri) del lavoratore, risiede il senso perverso del “gettone” giornaliero, con la drastica incertezza e con la schizofrenia professionale, di tempo e di mansioni, che esso comporta. È l’epoca del lavoro allo stato gassoso: persone ridotte al più basso rango del lavoro-merce, la prestazione “usa e getta”.

 

(www.rassegna.it, 21 aprile 2006)