|
di Giorgio Cremaschi
La lunga transizione da Berlusconi a Prodi,
rischia di incentivare al massimo tutte le pressioni affinché il
centrosinistra si insedi al governo con programma e scelte
ridimensionate.
Non è solo la proposta, sfacciatamente strumentale, di Berlusconi
per un governo di grande coalizione, che dovrà essere sconfitta. Ma
va battuta anche la ben più insidiosa campagna per una politica di
unità nazionale, di concertazione e patto sociale, che, senza
passare attraverso la forma politica della grande coalizione, nella
sostanza realizzi gli obiettivi del neocentrismo.
Questa seconda proposta, quella di una politica di grande coalizione
di fatto, gestita dalla maggioranza di centrosinistra, è
l’avversario oggi più insidioso. A favore di essa, sta sicuramente
il risultato elettorale: il centrosinistra ha una maggioranza
parlamentare più vasta di quella che ha nel paese e questo pesa. La
prima obiezione è però che quella metà più uno che ha votato Prodi,
lo ha fatto in nome di un cambiamento radicale e profondo della
società italiana e sarebbe un disastro per la democrazia se essa
venisse delusa.
Ma c’è anche un’altra riflessione da fare. A sostegno del
centrosinistra si sono schierati tutti quelli che vengono chiamati
tradizionalmente i poteri forti. La grande stampa, la Confindustria,
le grandi banche, gli esponenti delle istituzioni e quella che una
volta era la grande opinione pubblica borghese, si sono tutti
schierati contro Berlusconi. Assieme ad essi i grandi sindacati, la
sinistra, forze importanti del mondo cattolico e delle associazioni.
Tutto questo insieme di forze ha raggiunto elettoralmente la metà
del paese. E’ evidente che siamo di fronte a una caduta di
rappresentatività che tocca prima di tutto le forze e le istituzioni
delle classi medie e borghesi. Una politica di unità nazionale,
quale proposta dal Corriere della Sera e dalla Confindustria,
sarebbe dunque una politica di grande coalizione applicata
all’interno del 50% del paese.
In Germania l’accordo tra socialdemocratici e democristiani, tra
sindacato e grande industria, accordo che comunque non condividiamo,
rappresenta in ogni caso l’80% del paese. In Italia la riproduzione
della stessa politica lascerebbe metà del paese aperto alle
scorrerie del populismo.
Per questo Prodi non dovrebbe dare ascolto a quelle sirene che già
hanno rischiato di fargli perdere le elezioni. Se il centrosinistra
non vuole finire in un angolo, deve darsi l’obiettivo di realizzare
davvero il suo programma e di rompere per quella via il blocco
sociale che ha sostenuto Berlusconi. Occorre una politica economica
e sociale che sappia parlare di più alle piccole imprese, agli
imprenditori e ai lavoratori in nero, ai disoccupati del Mezzogiorno
e alle popolazioni del profondo Nord, piuttosto che ai grandi gruppi
della Confindustria, sempre meno rappresentativi degli umori e della
realtà produttiva del paese.
Lo stesso ragionamento vale per il sindacato. La Cisl ha subito
proclamato l’intenzione di rilanciare in grande la concertazione
sindacale. Con chi, su che cosa? Anche qui vale l’esempio tedesco.
Con una Confindustria che rivendica brutalmente il mantenimento
della legge 30, e che pensa di riconquistare coloro che hanno
applaudito Berlusconi a Vicenza attraverso un nuovi attacchi al
salario e ai diritti, è impossibile concertare. A sua volta la Cgil
non può certo diventare il continente di riserva, dopo quelli che
hanno fatto vincere il centrosinistra al Senato, a sostegno del
governo Prodi.
La politica di concertazione sindacale in Italia è sempre stata una
sorta di sostituto o di sostegno rispetto a politiche di unità
nazionale che coinvolgevano la grande maggioranza del paese. E’
stato così all’epoca del compromesso storico negli anni Settanta,
come con il governo Ciampi negli anni Novanta. Ebbene quella
concertazione così rappresentativa ha danneggiato i lavoratori e non
ha comunque risolto i problemi di fondo del paese. Figuriamoci cosa
accadrebbe oggi, con metà dell’Itaia socialmente e politicamente
all’opposizione.
C’è bisogno quindi di praticare altre strade rispetto al passato,
anche sul terreno dell’iniziativa sindacale. C’è bisogno di
considerare il passaggio elettorale come un momento dal quale parta
una nuova offensiva per cambiare le cose. Se il sindacato sarà
tentato di sfruttare la ridotta maggioranza di governo per
ripristinare la politica degli anni Novanta, danneggerà la propria
rappresentatività e indebolirà lo schieramento di centrosinistra.
C’è bisogno invece di un movimento, che, come è avvenuto in Francia,
si ponga l’obiettivo di riconquistare diritti, potere, salario per
il mondo del lavoro, partendo proprio dalla cancellazione della
legge 30.
Il consolidamento nel paese della maggioranza di centrosinistra può
avvenire più facilmente se ci saranno conflitti sociali e lotte
democratiche diffuse. Al contrario una defatigante iniziativa tesa a
ripristinare una concertazione e una politica di unità nazionale
oramai impraticabili, rischia di scontentare chi ha votato Prodi,
senza conquistare un solo consenso tra chi ha scelto Berlusconi.
13 aprile 2006
|