Fabio Sebastiani
Soddisfatto della conclusione del XV congresso della Cgil?
Il congresso si è chiuso unitariamente. Lo sbocco
naturale di un percorso che prevedeva un documento unitario
e alcune tesi alternative. Del resto, il documento
conclusivo è un documento positivo, così come alcuni ordini
del giorno significativi e non scontati tipo quello sul 18
marzo, e l’ordine del giorno sulla Tav, che afferma che ci
deve essere prima della ripresa dei lavori il confronto, con
pari dignità, tra le diverse ipotesi. Mi sembra una
posizione tutt’altro che scontata. Nel complesso una
conclusione positiva che al di là del voto ha avuto
l’apprezzamento di tutti.
E’ rimasto il dubbio sulla opportunità di fare il congresso
subito prima delle elezioni...
Non c’è dubbio che sul congresso ha pesato il fatto
dell’imminente scadenza elettorale. E questo ha determinato
di fatto un delicato equilibrio tra l’esigenza di un
risultato elettorale di cambiamento del quadro politico e la
necessaria riaffermazione dell’autonomia del sindacato.
Parliamo di una esigenza che deriva da tutto ciò che ha
rappresentato il governo Berlusconi, dall’attacco ai diritti
alla riduzione del potere d’acquisto, alla evidente e
delicata crisi istituzionale che si sta determinando e che
presenta aspetti inquietanti sulla stessa tenuta degli
equilibri democratici. Dall’altra parte, il fatto che il
sindacato non può delegare a nessuno il suo ruolo e i suoi
obiettivi. E quindi, un’auspicabile nuovo esecutivo dovrà
misurarsi con quelle che sono le rivendicazioni di profonda
modifica della politica di governo.
La proposta di accordo fiscale contiene delle insidie?
La proposta di un accordo fiscale deve rappresentare un
elemento di inversione nella distribuzione del reddito che
nel corso di questi anni è stata punitiva rispetto al lavoro
dipendente e ai pensionati. Nel dire accordo fiscale non
penso a un patto di legislatura, che inevitabilmente
esporrebbe il sindacato a un rapporto non chiaro con il
governo. Piuttosto, assegno a questa scelta l’indicazione di
un percorso che va dalla questione fiscale alla legislazione
sul lavoro, che sostanzia la negazione della politica dei
due tempi e quindi di una riedizione del patto sociale del
23 luglio ’93. Fuori dallo schema del patto sociale colloco
il fatto che il sistema di regole contrattuali non è una
priorità e che va affrontato garantendo l’autonomia delle
organizzazioni sindacali.
Non hai anche tu la sensazione che ora siete meno soli a
parlare della centralità della democrazia?
Non c’è dubbio che la questione della democrazia ha avuto
un rilievo importante a partire dal fatto che è diventato
elemento decisivo per la stessa discussione sulla proposta
unitaria per il sistema di regole contrattuali. Del resto,
continuo a ritenere che alla fin fine un soggetto sindacale
autonomo e indipendente ha un’unica fonte di legittimazione
che è quella del voto dei lavoratori e delle lavoratrici che
vuole rappresentare, e che garantisce rispetto a qualsiasi
ragionamento sul governo amico.
Democrazia e vita interna del sindacato?
Per quanto riguarda l’esperienza democratica di un
congresso con tesi alternative mi pare viceversa che questa
esperienza ci consegna un problema non risolto sul
funzionamento dell’insieme dell’organizzazione. Aggiungo,
probabilmente è stato un passaggio inevitabile vista la
novità che fuoriesce dallo schema classico dell’unanimismo o
delle mozioni globalmente alternative ma ciò nulla toglie al
fatto che, essendo convinto che la prospettiva del sindacato
è quella di essere un soggetto profondamente democratico, i
processi di autoriforma di una organizzazione sindacale,
tanto più di una grande organizzazione sindacale come la
Cgil, sono sempre stati molto complicati. Non mi riferisco
ai numeri del Comitato direttivo, ovviamente, ma ai criteri
con i quali vengono composti gli organismi dirigenti che non
sempre esprimono un livello adeguato di rappresentatività.
Questo è il senso della dichiarazione che ho fatto al
congresso, non avendo in alcun modo la presunzione di avere
una risposta. Ma sarebbe già importante avere la
consapevolezza.
Cosa pensi del fatto che, come ha dichiarato Epifani, in
futuro verranno coopati alcuni sindacalisti migranti nel
comitato direttivo nazionale?
Ecco, appunto. In
questo piccolo episodio c’è la spia di un problema più
generale, di come si compongono gli organismi dirigenti.
Si è molto
discusso anche di filiere produttive e organizzazione
sindacale, ma non si intravedono soluzioni convincenti.
Rimane un
problema insoluto perché non può essere affrontato a pezzi e
non si capiscono quali sono i criteri della riorganizzazione
della Cgil che inerisce sia la questione degli accorpamenti
delle categorie, sia dei confini contrattuali. Il rischio è
che vadano avanti accorpamenti tra categorie con scelte per
affinità politica. C’è rapporto tra il profilo della filiera
e il profilo della riorganizzazione. Oggi questo rapporto
non si vede.
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