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"Nulla di nuovo" si potrebbe
commentare a proposito del patto Epifani-Prodi andato in
onda al congresso della Cgil. Peccato che la coazione a
ripetere della Cgil non costituisca un fatto privato ma
una pericolosa ipoteca sul futuro di milioni di
lavoratrici e lavoratori. La relazione di Epifani,
appiattita sul programma dell’Unione, lascia presagire
comportamenti e prese di posizione che abbiamo già visto
durante il Governo dell’Ulivo. L’idea, radicata nella
Cgil, che ci possano essere governi amici a prescindere
dall’azione concreta e dai programmi realmente
perseguiti ha già prodotto i noti guasti nella
precedente esperienza di governo di centro sinistra:
dalla “contingente necessità” della guerra alle
pensioni, dal mercato del lavoro fino ai contratti
nazionali di categoria. A suo tempo l’apertura all’idea
che il lavoro flessibile fosse una risorsa ha prodotto
la benedizione del pacchetto Treu (lavoro in affitto) da
parte della Cgil con le conseguenze che ben conosciamo.
Ora, di fronte alla generica contrarietà alla legge 30
espressa nel programma dell’Unione, la Cgil di Epifani
segue la scia e si mette a ruota del futuro - se ci sarà
- Governo Prodi. Ma i disastri prodotti dal Governo
Berlusconi sulla precarizzazione del lavoro e della vita
non sono superabili con i classici pannicelli caldi
contenuti del programma dell’Unione e affidare l’azione
sindacale al cambiamento dello scenario politico
rappresentato da Prodi dimostra che il nodo
dell’indipendenza del sindacato dagli schieramenti
politici non è risolto, o per meglio dire è risolto alla
vecchia maniera.
Nella relazione di Epifani c’è una pericolosa sintonia
con l’Unione proprio su uno dei temi più scottanti nel
mondo del lavoro, quello della precarietà. Nel programma
dell’Unione le forme di lavoro flessibile oggi più
diffuse (dal lavoro somministrato, meglio conosciuto con
la vecchia denominazione di lavoro interinale, così come
il lavoro a progetto individualizzato privo di tutele e
garanzie retributive minime) restano in piedi fatte
salve alcune proposte assai vaghe di contenimento
dell’utilizzo distorto o improprio delle stesse. Stessa
musica nella relazione di Epifani. Di abolizione degli
oltre un milione e mezzo di contratti a progetto neanche
a parlarne, al massimo ci si accontenta di auspicare che
non siano addirittura più convenienti per i padroni
sorvolando sui diritti. La fotocopia delle programma
“per il bene dell’Italia”.
Ritorna prepotentemente in campo inoltre l’idea del
sindacato collaborativo tanto caro alla Confindustria,
che incassa da questo congresso pericolose aperture
anche in tema di riforma del modello contrattuale. Un
tema su cui è la Fiom ad avere le maggiori
preoccupazioni in casa Cgil. Rinaldini ribadisce che non
è quella la priorità e tuttavia è un tema che non si può
ignorare se si vuole rispondere all’altra delle
questioni più sentite nei luoghi di lavoro: l’emergenza
salariale, il mese sempre troppo lungo in rapporto alla
retribuzione percepita. "Ridurre il contratto nazionale
all'unica funzione di rapporto con l'inflazione, reale o
programmata che sia, significa di fatto pensare a una
sua riduzione. In altre parole: sostituire il contratto
nazionale con la scala mobile. Il contratto nazionale è
un'altra cosa, la nostra posizione va in un'altra
direzione" aggiunge sempre Rinaldini. D’accordo con le
premesse ma a ciò aggiungiamo che proprio per non
sostituire il contratto con una scala mobile neppure
reale, come avviene adesso in tutte le categorie,
occorre riprendere la strada del conflitto e assumere
iniziative che infrangano i confini (vincoli) imposti
alla contrattazione dalle scelte liberiste del governo
nazionale e dell’Europa.
Per questo il Sincobas, insieme ad altri sindacati di
base, a pezzi della Cgil, a forze politiche e a diverse
associazioni, partecipa alla campagna nazionale per “una
nuova scala mobile”. Obiettivo che ha visto quasi tutte
le sigle del sindacalismo di base riunirsi in un
comitato unitario per la presentazione di una legge di
iniziativa popolare. Ora si stanno costituendo i
comitati locali per avviare la raccolta di firme nei
luoghi di lavoro e nel territorio. Ripristinare un
meccanismo automatico di adeguamento di salari e
pensioni all’inflazione vera è una proposta concreta che
lanciamo ai delegati della Cgil. Un meccanismo che
salvaguardi il valore di salari e stipendi così da poter
utilizzare la contrattazione per la sua funzione:
aumenti reali e miglioramento delle condizioni di
lavoro.
Una proposta che, visto il periodo elettorale, vuole
essere uno strumento per porre all’attenzione dei vari
partiti politici che si candidano a governare il paese
una soluzione tangibile rispetto alle tante chiacchiere
televisive inconcludenti che rilevano il problema ma non
propongono soluzioni efficaci.
Certo non basterà una firma a cambiare questa situazione
ma se le firme raccolte in tutta Italia, in tutti i
luoghi di lavoro e di incontro collettivo, saranno
tantissime e saranno accompagnate da iniziative di
sostegno anche attraverso le mobilitazioni dei prossimi
mesi forse riusciremo a costringere il futuro governo e
i sindacati che firmano a nome di tutti i lavoratori a
mettere in agenda questo tema.
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