XV
congresso
La relazione di apertura Guglielmo Epifani |
Gentili
ospiti, amici invitati, delegate e delegati, care compagne e
cari compagni, torniamo a Rimini dopo quattro anni per
celebrare assieme il XV congresso nazionale della Cgil.
Abbiamo alle spalle mesi e mesi di dibattiti, confronti,
discussioni serrate. 55.000 assemblee nei posti di lavoro,
nelle leghe e luoghi dei pensionati. Una partecipazione di
oltre 1.600.000 persone fra iscritte e iscritti alla Cgil e
una presenza al voto quasi altrettanto alta. Abbiamo in
questi mesi incontrato tanti giovani per la prima volta,
spesso precari nella loro condizione di lavoro e di vita;
tanti migranti, quelli più fortunati, a cui un lavoro
regolare ha ridato dignità e identità sociale; tante anziane
e anziani a cui il tempo non ha attenuato né la passione né
la volontà di agire.
Questa è la Cgil, il più grande sindacato italiano, e tra i
primi in Europa; questo è il suo volto: una comunità di
uomini e di donne che liberamente si associano, discutono,
agiscono e decidono per dare dignità e diritti alle persone,
e dare forza ai valori della solidarietà e della giustizia
sociale.
Qui, prima che nei numeri – in questa passione e in questi
ideali – risiede la vera forza della Cgil.
Una organizzazione serena, affidabile, ferma nei suoi
principi, aperta al confronto e al dialogo con tutti.
Noi, riempimmo il Circo Massimo in una straordinaria
giornata di primavera.
Il 23 marzo del 2002 rappresenta - anche simbolicamente e
per le cose dette da Sergio Cofferati in quella piazza – il
momento politico più alto, nella storia del paese, della
centralità del lavoro, dei suoi diritti, della sua dignità.
Insieme con quei cinque milioni di firme raccolte in pochi
mesi in ogni angolo d’Italia.
Noi, con tante e tanti altri, soprattutto giovani, abbiamo
manifestato per la pace e contro la guerra in Iraq,
tappezzato i balconi di bandiere e colori, cambiato la
fotografia delle città e quella delle coscienze.
Noi, insieme a studenti e famiglie, ci siamo battuti per
un’idea laica e universale dell’istruzione pubblica, per
affermare il diritto allo studio e un uguale diritto alla
formazione.
Noi – insieme con Cisl e Uil –in una Piazza del Popolo già
pronta per il Natale del 2004 abbiamo organizzato la più
grande manifestazione dei lavoratori migranti che l’Italia
abbia mai avuto.
Noi nei giorni scorsi – infine - siamo stati l’anima a
Milano ed a Napoli di uno straordinario atto di amore verso
la vita e verso le donne.
C’è un legame profondo che tiene assieme la nostra critica
alle leggi sul lavoro, sulla scuola e sull’immigrazione.
Ognuna di queste leggi, al di là delle singole norme o
istituti che ne compongono il testo, riafferma, in forma
ideologica, un attacco esplicito ai diritti delle persone e
alla dignità di ciascuno.
Nelle settimane scorse un delegato del Senegal, intervenendo
al proprio congresso ha detto in modo pacato e assai fermo
che non ne poteva più di sentirsi un “male necessario”:
chiedeva soltanto di essere considerato come un uomo. In un
altro congresso, mi ha colpito e vi devo dire anche
emozionato ascoltare un altro delegato, sempre di un paese
dell’Africa, che si interrogava di fronte a quel congresso
su come arrestare il declino dell’Italia.
Tutto questo mi ha fatto pensare a quanto miope sia non
riconoscere il diritto di cittadinanza, dalla nascita, ai
figli di lavoratori migranti che nascono in Italia, sapendo
che se le prime generazioni – come è avvenuto anche per noi
italiani nel mondo – tendono a tornare nei luoghi di
origine, mentre le seconde e ancor più le altre finiscono
per restare là dove sono nate e dove da subito sarebbe
giusto considerarle uguali nei diritti e nei doveri. Questa
uguaglianza avrebbe dovuto affermarla il Trattato
costituzionale europeo, risolvendo, una volta per tutte e in
modo moderno, la vecchia questione sull’origine del diritto
alla cittadinanza.
Dove va l’Europa; il Mediterraneo, la “ guerra di civiltà”
E’ per tante ragioni come queste che l’Europa oggi vive una
situazione di difficoltà ed è soprattutto priva di una
prospettiva certa.
La crisi del grande disegno dei padri fondatori, lo
smarrirsi della cultura politica che ne sosteneva il
progetto, gli effetti sociali della situazione economica si
riflettono nella realtà dei nostri giorni: un’Europa sospesa
tra integrazione più avanzata e ritorni nazionalistici, tra
chi apre i mercati e chi li chiude, tra grandi ambizioni e
poco peso effettivo, fra logica burocratica e quella legata
ai mandati democratici: tra quella più stretta e quella più
larga, quella con l’euro e quella con le tante monete
nazionali. La difficile trattativa sul bilancio, il futuro
oscuro del Trattato costituzionale, l’irrilevanza sul piano
internazionale e della politica estera, l‘assenza di
coerenza fra obiettivi di Lisbona e mezzi impiegati,
l’asimmetria che si registra tra il desiderio di acquisire
aziende altrove e di non essere oggetto di “scalate” in
patria, ne sono le conseguenze inevitabili.
Per tutti coloro che vedono l’Europa come uno spazio per il
libero mercato e per il libero commercio tutto questo può –
anche se in realtà sempre meno - non rappresentare un
problema: se si consolida il metodo intergovernativo e si
semplificano procedure e normative di riferimento. Per
coloro che – e noi, sindacato italiano ed europeo siamo fra
questi – invece credono che l’Europa debba essere una vera
costruzione politica e istituzionale, un mercato regolato
con norme condivise, istituzioni comuni e piena reciprocità,
un processo di partecipazione e democrazia, un modello
sociale, un’idea di responsabilità fondata sui diritti delle
persone, uno spazio comune per tanti valori e tante
idealità, a partire da quelle già presenti nella sua storia
bimillenaria, un’Europa come una casa dove tutti possano
sentirsi cittadini, e non solo produttori e consumatori;
bisogna invece domandarsi cosa si può e si deve fare per
superare una inerzia che fatalmente ci porterebbe indietro.
La Cgil – lo dico con forza e convinzione - non è mai stata
nella sua storia nazionalista né protezionista, né ha mai
creduto al mito del mercato che non fosse regolato da regole
e istituzioni.
Per questo oggi, di fronte alle scelte del governo francese
non abbiamo bisogno – come molti liberisti pentiti – di
riscoprire il ruolo della responsabilità pubblica, e
chiedere la protezione delle aziende italiane. Continuiamo a
pensare che ci voglia un vero e reciproco mercato europeo. E
per l’Italia una politica industriale che promuova e faccia
crescere le nostre imprese.
Rimettere in moto il processo politico istituzionale è
interesse dei governi che credono in questa prospettiva e
deve esserlo per la Confederazione Europea dei Sindacati.
Ci vogliono tante volontà politiche, istituzionali e sociali
e tanta passione. Non basterebbe un paese guida che prenda
la testa della locomotiva europea, tra un’elezione che
finisce ed una che si aspetta; né la pur necessaria scelta
di cooperazione rafforzata che è sempre preferibile al non
far nulla. Bisogna restituire un consenso, un’anima al
progetto europeo tra le persone. Il tempo di riflessione
sancito dal Consiglio europeo usiamolo, come sindacato
europeo e come sindacati nazionali, per una campagna di
mobilitazione per una vera Costituzione europea che contenga
i principi ed i valori della prima e seconda parte del
Trattato, ed espunga – perché materia estranea al profilo
costituzionale – quella terza parte così dissonante dalle
altre, rispondendo così ad una parte delle critiche che
hanno portato al NO nei referendum in Francia e Olanda.
Anche in questo campo il nostro governo ha grandi
responsabilità. L’Europa è stata vista solo come causa di
mali più che di opportunità; nessuna vera integrazione
industriale europea è stata tentata; l’Euro dileggiato, la
Commissione giudicata in base a quello che l’Ecofin dice sul
nostro bilancio e sul suo crescente disavanzo. E se il
ministro Tremonti si ispira a Colbert e al protezionismo,
non ha poi i titoli per lamentarsi del paese dove il
colbertismo è nato ed ha lasciato segni che arrivano fino ai
giorni nostri.
Nel Mediterraneo, verso i paesi dell’altra sponda e del
Medioriente, l’Italia ha perso quel ruolo di dialogo
intelligente che ha svolto per decenni.
L’onorevole Calderoli ne è l’ultimo, più clamoroso, e
delicato esempio.
Per lo sviluppo dei paesi più poveri destiniamo quasi zero,
lo 0,1 del Pil: siamo insieme i meno generosi ed i meno
accoglienti, pur stando di fronte a noi l’Africa, il
continente dimenticato, il più povero fra i due miliardi di
esseri umani che vivono con meno di due dollari al giorno.
Quando nel 1995 si avviò il processo di Barcellona per
definire nel 2010 l’area di libero scambio, l’obiettivo
dichiarato era quello di fare del Mediterraneo un mare di
pace e prosperità, ponte di dialogo fra culture, metafora di
civiltà che si riconoscono e si rispettano.
Il “nostro mare” è il teatro di tutte le contraddizioni che
vi sono oggi nel mondo: ricchezza e povertà, immigrazione
forzata, le tante guerre aperte e quelle che si annunciano,
conflitti etnici, un terrorismo alimentato da
fondamentalismi religiosi che attecchiscono nell’acqua della
miseria e della frustrazione sociale. E tra tutto, il tema
più difficile: la reciprocità, il riconoscimento pieno di
diritti e libertà, la coesistenza e la convivenza di culture
diverse, dentro le nostre società e nel rapporto fra
Occidente e Islam.
Il Mediterraneo è dunque il banco di prova per la comunità
internazionale e l’Europa nel misurarsi con queste sfide. I
problemi tendono a diventare giorno dopo giorno più
difficili e più concatenati. La vittoria di Hamas suona come
sconfitta della politica, per quello che non è stata in
grado di costruire nei decenni passati, l’obiettivo di due
popoli e due Stati.
La situazione irachena dà giorno dopo giorno sempre più
ragione a quello che era stato detto e temuto anche prima
dalla Cgil: il rischio di guerra civile, l’accentuarsi del
fondamentalismo religioso e del terrorismo, la completa
destabilizzazione dell’area.
La nuova dirigenza dell’Iran arresta i lavoratori che
scioperano, nega l’olocausto, può fare salire la tensione ad
un punto di non ritorno. Il fondamentalismo di matrice
islamica continua ad espandersi sotto la superficie e
alimenta la strategia delle guerra fra civiltà, e anche fra
religioni.
Per la Cgil è ora il tempo per la politica – a partire
dall’Europa – di tornare in campo con una strategia che
affronti i problemi nel modo giusto: si abbassi la tensione
tra israeliani e palestinesi, si concentri qui il duplice
sforzo di costringere Hamas a riconoscere Israele, a
combattere l’uso del terrorismo e Israele a non tornare
indietro dal processo di pace, non isolando, esasperando e
umiliando i palestinesi.
L’ONU continui la sua pressione sul governo siriano e il
controllo sulla situazione libanese; si prema con gli
strumenti giusti sull’Iran, gli si faccia sentire il peso
della condanna della comunità internazionale, e si trovino
le strade per abbassare la tensione e allontanare i rumori
di guerra.
L’Italia ritiri le sue truppe dall’Iraq. Si cerchino altre
soluzioni per accompagnare una definitiva autodeterminazione
da parte del popolo e del governo iracheni.
Soprattutto dobbiamo tenere fermi i valori in cui crediamo.
Se un giornale pubblica una vignetta offensiva nei confronti
della religione, la responsabilità ricade sul giornale. In
questo caso non c’entrano i governi né tantomeno i popoli.
Se un ministro sbaglia, risponde il governo e al governo
bisogna chiederne conto, senza incendiare e devastare sedi e
ambasciate. Non va tollerata l’uccisione di preti cattolici
in Turchia o di fedeli in Nigeria. E naturalmente non va
fatto il contrario nel nome di un uguale e reciproco
rispetto tra fedi e tra credenti.
Sta qui la vera fermezza che ci vuole. Nel difendere questa
fede nella democrazia, nei valori di libertà e di
responsabilità individuali ovunque, nei diritti contenuti
nella Carta delle Nazioni Unite. Dicendo ancora una volta,
nella maniera più alta, che il terrorismo deve essere
estirpato; che la guerra, oltre a non risolvere i problemi,
fa pagare il conto ai più deboli, a chi non ha
responsabilità; che la tortura non può essere mai
giustificata e tutti i prigionieri vanno trattati secondo le
convenzioni internazionali.
Il nostro congresso
Care compagne, cari compagni, il voto degli iscritti ha dato
un consenso quasi generale all’obiettivo di fondo, alle
parole d’ordine del nostro Congresso. Una unità di giudizio
alimentata da una grande fiducia e da un grande orgoglio di
appartenenza.
“Riprogettare il paese” per noi vuol dire innanzitutto
mettere a disposizione di tutti, forze politiche,
schieramenti, istituzioni, associazioni di impresa e di reti
sociali la nostra analisi sul paese e le nostre proposte di
riforma.
I nostri amici e compagni di Cisl e Uil le conoscono e per
una parte le condividono, perché sono anche il frutto di un
lavoro comune, di una ricerca che ci ha visto impegnati
insieme, a livello nazionale e nelle nostre città e regioni.
In questi anni dopo la divisione sul Patto per l’Italia,
abbiamo per merito di tutti ripreso a tessere un lavoro
unitario; quello che ci ha portato alla piattaforma
dell’Eur, che ci ha visto insieme negli scioperi generali
per chiedere un cambiamento nelle scelte di politica
economica e sociale del governo; quella unità che ci ha
fatto sottoscrivere oltre 400 accordi territoriali, e che ha
consentito di rinnovare tutti i contratti di lavoro nel
settore pubblico e in quello privato, e per ultimo quello
dei lavoratori metalmeccanici.
Un paese in bilico
Riprogettare il paese partendo dal lavoro, dai diritti, dai
saperi e dalle libertà presuppone ovviamente un giudizio
preoccupato e allarmato sullo stato del paese, sulla
condizione della maggioranza dei nostri cittadini, sullo
stato dell’etica pubblica, sul funzionamento delle sue
istituzioni, e in una parola, sul futuro dell’Italia.
Non si deve credere che il nostro sia un giudizio mosso da
un pregiudizio, ideologico, di parte. Quando fra i primi,
alla fine del 2000, avvertimmo il paese sul rischio di un
suo declino industriale, in molti alzarono le spalle. Vi
furono polemiche e accuse. Come ricordiamo, vi fu chi ci
spiegò che in realtà l’Italia era alla vigilia di un nuovo
miracolo economico, e qualcuno coniò un neologismo, oggi
possiamo dire davvero sfortunato: “turbosviluppo”. In realtà
era dal 1996 che l’Italia aveva cominciato a perdere quote
industriali nell’export mondiale, e già allora era chiaro
che non era solo “colpa” della Cina o dell’euro, dal momento
che Francia e Germania non condividevano il nostro stesso
destino. Da allora la situazione è andata peggiorando,
soprattutto per responsabilità dell’azione e delle scelte
del governo.
Questa mattina è arrivata la notizia che non avremmo voluto:
il nostro Pil è allo zero tondo.
Mentre noi siamo in questa situazione, la Germania è tornata
ed essere il primo esportatore al mondo di beni industriali;
la Francia ha avviato un ambizioso piano di ricerca e
innovazione tecnologica; la Gran Bretagna si conferma leader
al mondo nel mercato dei capitali finanziari e
nell’istruzione; la Spagna ci supera per dinamismo e
capacità di fare sistema ed i paesi scandinavi offrono,
unici al mondo, un modello dove welfare e innovazione
tecnologica, alte tasse e alti investimenti, coesistono e si
alimentano positivamente.
I cinque anni della legislatura che sta per finire
presentano la crescita media più bassa del Pil italiano di
tutta la storia delle legislature di questa Repubblica, e il
disavanzo della bilancia commerciale nel 2005 richiama come
paragone negativo e come dimensione quelli più pesanti degli
anni ‘80.
L’andamento negativo generale non sta a significare che
tutti i settori sono in crisi e colpiti nella stessa misura.
Fra il 2000 e il 2005 la produzione dei mobili ha perso
l’8,2%, i mezzi di trasporto il 22%, gli apparecchi
elettrici e di precisione il 29%, le gomme e la plastica il
10%, le pelli e le calzature il 33%, il tessile e
l’abbigliamento il 19%. Mentre le industrie alimentari sono
cresciute del 6%, le raffinerie del 9%, la stampa del 5% e
la produzione elettrica del 11%. Questo spiega anche perché
l’ultimo esame annuale di Mediobanca sulle più grandi
società italiane fotografi incrementi di fatturato e di
profitti: le nostre aziende più grandi – tranne la Fiat -
sono collocate nei settori di maggiore crescita e
profittabilità (energia, chimica, telefonia mobile,
siderurgia, oltre alla finanza e alle banche): settori in
parte protetti dalla concorrenza internazionale.
I dati sull’occupazione e quelli sui redditi non danno
elementi difformi. Il governo ha tentato in tutti i modi – e
a più riprese – di presentare un’immagine del paese dove
l’occupazione cresceva e il tasso di disoccupazione
diminuiva. Senza porsi la domanda di come fosse possibile
questo risultato senza crescita, industriale, produttiva e
di reddito.
Noi questa domanda ce la siamo posta, e grazie anche
all’ufficio studi della Banca d’Italia, l’Ires ha trovato la
risposta. La popolazione residente in Italia è passata negli
ultimi cinque anni da 56.000.000 a 58.200.000 abitanti. Gli
occupati nello stesso periodo sono passati da 21.380.000 a
22.540.000.
Questo è dovuto alla regolarizzazione del lavoro degli
immigrati, già presenti e già al lavoro, ma privi di
identità pubblica e di rilievo statistico. Per questo
confronti più omogenei fra il terzo trimestre del 2002 e il
terzo trimestre del 2005 portano invece alla riduzione di
177.000 unità lavorative, come viene confermato dal fatto
che proprio alla fine del 2005 il tasso di attività del
paese si abbassa al di sotto del 62%, per l’effetto anche
dello scoraggiamento che porta a cancellare dalle liste di
collocamento le persone in cerca di lavoro.
Nel Sud, dove il fenomeno di regolarizzazione degli
immigrati è stato quasi irrilevante e lo scoraggiamento più
forte, nello stesso periodo abbiamo 40.000 persone in meno
occupate.
E’ il nostro Mezzogiorno, insieme con le aree a più veloce
deindustrializzazione del centro Italia, a pagare i prezzi
più alti di questa situazione. Tutti gli indici, di
occupazione, di reddito, di consumo, di povertà, di
abbandono scolastico, confermano che si è arrestata quella
primavera, quella stagione di crescita e di ripresa
produttiva delle nostre città e regioni. E cominciano a
diventare sempre di più, e sempre più costanti nel tempo, i
processi di migrazione interna: i tanti giovani diplomati e
laureati che partono con la speranza di trovare un lavoro,
che non trovano laddove vivono le loro famiglie.
Qui è la parte più consistente dell’identità di un paese che
si ritrova più diviso e relativamente più povero: quella
divisione che riguarda insieme generazioni, reddito,
territori, lavoro. Con gli anziani a reddito basso, sono
proprio i giovani del Mezzogiorno coloro che più hanno
pagato politiche economiche e redistributive sbagliate.
Il nostro Presidente del Consiglio, come sappiamo, non
condivide questo giudizio. Egli pensa in realtà che il paese
sia più avanti di quello che le cifre rappresentino e porta
sempre ad esempio il numero dei telefonini posseduti dagli
italiani. In più ha detto che “l’Italia in Europa non siede
più in panchina”.
Qualcuno di noi ha provato a fare una classifica di un
eventuale campionato europeo. Aumento della produttività:
Italia ultima; crescita della spesa in ricerca: Italia
ultima; prodotto interno lordo: ultima; competitività
globale: ultima; aiuti alla cooperazione: ultima;
esportazioni high tech: terzultima; creatività economica:
terzultima; laureati: terzultima; collegamenti ad internet:
quartultima.
E ancora siamo primi nell’inquinamento, primi nel costo
dell’energia, primi per debito pubblico; secondi per la
disoccupazione giovanile e quella di lunga durata; di nuovo
primi per i rischi di povertà, tra i primi per numero di
morti e di incidenti sul lavoro.
A Davos un importante esponente del mondo finanziario ha
detto che l’Italia avendo perso tutte le opportunità è
rimasta importante solo per il cibo e per il calcio. E come
sappiamo nella classifica del World Economic Forum siamo al
quarantaquattresimo posto dopo tutta l’Europa, il Cile, la
Malesia, la Corea del Sud, la Giordania, la Colombia, il
Brasile. L’Economist ci fa sapere che nelle previsioni di
crescita l’Italia è quintultima tra tutti i paesi.
In tutta onestà non penso che questa sia la vera condizione
del paese, e che l’Italia stia un po’ meglio di come i
numeri la raccontino, ma siamo e continuiamo a restare su un
piano inclinato e questi cinque anni sono stati anni persi e
hanno aggravato la nostra condizione.
Ma non c’è solo questo.
Il paese attraversa ancora la sua lunghissima, infinita,
transizione istituzionale e ogni provvedimento, in questo
senso preso, ha peggiorato la situazione. La revisione
costituzionale operata dalla maggioranza parlamentare
rappresenta per noi il coronamento di un processo negativo
che finisce per svuotare di senso i principi contenuti nella
prima parte della Costituzione; rende diseguali i cittadini
nel diritto comune all’istruzione, alla salute, alla
sicurezza, e altera in maniera non accettabile l’equilibrio
da difendere fra prerogative del Parlamento, quelle del capo
del governo, e quelle del capo dello Stato.
Siamo onorati di aver contribuito – insieme al Presidente
Scalfaro – alla raccolta delle firme per chiedere il
referendum previsto dalle procedure in materia di revisione
costituzionale, e riaffermo qui – in questa sede per noi
solenne - di fronte a tutti che la Cgil si impegnerà - come
sa fare quando vuole - perché i cittadini respingano il
testo della nuova Costituzione.
E’ proprio questo andare e tornare, questa assenza di
certezze, a generare una permanente confusione
istituzionale: confusione e conflitti che questo governo ha
accentuato, accentrando decisioni e caricandone i costi e
gli oneri su Regioni e autonomie locali; operando su
competenze e materie concorrenti, in modo da non tener conto
dell’opinione delle istituzioni locali che dopo la revisione
del Titolo V compongono insieme allo Stato, la nostra
Repubblica.
Le Regioni, i Comuni, le Province hanno sempre trovato nella
Cgil un interlocutore attento alle loro richieste e alle
loro ragioni. Insieme abbiamo provato a modificare indirizzi
e scelte di politica economica; insieme abbiamo criticato le
leggi di bilancio; in molte città i sindaci hanno sfilato
nelle manifestazioni di Cgil, Cisl e Uil. Li abbiamo visti
con noi a Roma, Napoli, Bologna, Firenze, Genova, Torino.
Quello che ci ha tenuto uniti non è solo il rifiuto comune
opposto alla scelta di ridurre trasferimenti per gli
investimenti e le spese sociali, ma qualcosa di più.
Istituzioni locali e sindacati rappresentano reti di servizi
e reti sociali fondamentali per dare sicurezza ai cittadini,
ai lavoratori e ai pensionati, per affrontare le aree di
bisogno e le condizioni di difficoltà. Spesso
rappresentiamo, insieme con le organizzazioni della Chiesa,
i luoghi e i percorsi di solidarietà per tanti che si
sentono soli e restano abbandonati.
La condizione di precarietà attraversa il mondo del lavoro,
quello degli anziani e la società italiana. La stabilità del
lavoro – che non può essere mai un disvalore – è per molti
un traguardo difficile. Le crisi aziendali ricorrenti
cancellano occupazione e identità sociali; nei settori del
pubblico impiego, della scuola, della ricerca,
dell’Università aumentano le sacche del lavoro precario e di
quello a termine, e la combinazione fra riduzione degli
organici e tagli agli investimenti cancella servizi e ne
abbassa la qualità.
La stessa mobilità sociale, quella verticale, è oggi
sostanzialmente ferma. E questo non genera solo una
fortissima e ulteriore discriminazione – di cui non si parla
- verso le donne, le più colpite da questo. Ma una
cristallizzazione delle gerarchie sociali negli averi e in
quelle dei saperi. Disegna un progetto di società dove avere
patrimoni conta più che avere talento e capacità, fare i
soldi attraverso i soldi più che farli con gli investimenti
e il capitale di rischio; essere furbi o furbetti più che
essere onesti e trasparenti; evadere le tasse e ricorrere a
tutti i condoni più che pagarle e fare il proprio dovere
fiscale.
Qui vedo il carattere tutto regressivo, anche culturalmente,
e un po’ da ancien regime, (avevo pensato di togliere questo
riferimento, ma se penso alle nomine che il Ministro
Tremonti vuole fare per la Banca del Sud, altroché ancien
regime) della decisione di cancellare il prelievo fiscale
sui trasferimenti ereditari dalle grandi ricchezze e dai
grandi patrimoni, la logica dei condoni ripetuti anno dopo
anno, il non aver voluto uniformare le aliquote fra diverse
forme di risparmio e investimento finanziario.
Qui vedo il principio dell’affievolimento dell’etica
pubblica, dello spirito civico, dell’etica di una
responsabilità condivisa. Qui onestamente vedo la causa e
l’effetto più duro da rimuovere se si vuole evitare il
declino del paese.
E’ sulla base di questo che nelle tesi congressuali abbiamo
scritto che l’Italia è giunta ad un bivio, e che se non si
opera un profondo cambiamento di volontà, indirizzi, scelte,
strumenti e priorità il bel paese è destinato - come spesso
è capitato nella sua storia bimillenaria – a restare
indietro e dividersi.
Il lavoro e la via alta allo sviluppo
Il bilancio di questi cinque anni ci dice onestamente che il
disegno di far ripartire il paese con la riduzione delle
tasse e i premi fiscali verso patrimoni e rendite, e con la
riduzione dei diritti del lavoro è fallito; come è fallita
la scelta di cancellare il dialogo sociale, il confronto con
le controparti, il rispetto verso la funzione collettiva
della rappresentanza sociale. Più individuo, più patrimoni,
più mercato senza regole non sono la soluzione ai problemi
del paese, ma forse una delle componenti più profonde della
sua crisi.
Per questo riprogettare il paese vuol dire ripartire dalla
centralità del lavoro e dalla sua qualità, determinare le
condizioni per una via alta allo sviluppo, fondata
sull’innovazione, la ricerca, la conoscenza, il
trasferimento tecnologico.
Vuol dire una diversa responsabilità pubblica nell’orientare
scelte e missioni produttive; qualificare il welfare anche
come fattore di sviluppo; difendere i beni comuni; mettere
in collegamento infrastrutture materiali e immateriali;
bonificare e difendere per davvero – altro che delega
ambientale! - il territorio; avere una politica energetica
moderna e capace di ridurre la dipendenza dall’estero.
Ci vuole in definitiva un programma ambizioso, capace di
spostare investimenti e risorse privati e pubblici dalla
rendita agli impieghi produttivi, con una moderna capacità
di scelta, di selezione degli obiettivi e di governo di
sistema. Con una particolare attenzione rivolta al
Mezzogiorno e alla soluzione dei suoi problemi.
Ci vuole una politica industriale che la smetta di sostenere
investimenti estensivi o di processo, e che si concentri nel
qualificare l’innovazione di prodotto sia nei settori
tradizionali, che in quelli di più rapido sviluppo.
Politiche che difendano identità, tracciabilità e marchi
delle nostre produzioni, che aiutino la crescita e
l’integrazione fra aziende piccole e medie, e ne sostengano
le reti distributive e commerciali in Italia e nel mondo.
Ci vogliono infrastrutture efficienti, a partire da quelle
del trasporto – compresa l’alta capacità - dove oggi
scontiamo i ritardi ed i problemi più acuti. Le ferrovie
sono abbandonate a se stesse, senza investimenti, senza
rapporti intermodali e con problemi di sicurezza crescenti;
il trasporto aereo – a partire dalla situazione
dell’Alitalia - è da tempo nella bufera, senza
programmazione alcuna del sistema aeroportuale e della
concorrenza; le strade e le autostrade non reggono più la
crescita del traffico e l’assenza di investimenti. Lo stesso
sistema portuale – la sorpresa più positiva della nuova
centralità del Mediterraneo nel commercio mondiale – è
lasciato a se stesso. Il porto di Gioia Tauro, senza
collegamenti di terra e difesa attiva contro i tentativi
della malavita organizzata, corre il rischio di non portare
nessun vantaggio al paese e al Mezzogiorno.
In questi anni nel settore dei trasporti, dell’energia e
delle telecomunicazioni l’esecutivo ha lasciato che le cose
andassero per conto proprio – a differenza di quello che
stanno facendo altri paesi -, dimostrando qui per intero
l’incapacità di operare un governo accettabile dei sistemi
complessi. Quando ha provato a farlo – ad esempio nel caso
della legge obiettivo – i danni arrecati hanno di gran lunga
superato i vantaggi; per non parlare degli accordi con la
Russia sull’approvvigionamento del gas naturale.
La stessa apertura alla concorrenza nei settori dei servizi
a caratteristiche industriali non ha determinato quei
vantaggi e quelle opportunità che erano state immaginate. In
molti casi si è solo sostituito al monopolio pubblico quello
privato. In altri la concorrenza non funziona, o avviene
solo al ribasso di standard di qualità, prezzi per il
consumatore e universalità del servizio.
Nel settore bancario e assicurativo, il paese ha finito per
risentire di scelte e politiche inadeguate. Ha sbagliato la
Banca d’Italia - e lo dico senza particolari elementi di
polemica- in questi anni a favorire un equilibrio del
sistema a scapito di una sua più rapida integrazione
dimensionale, con la conseguenza di non difendere né
l’italianità delle banche, né il loro ruolo nella scena
europea e internazionale, né la trasparenza del mercato e la
correttezza di molti suoi attori. Anche in campo
assicurativo il principio di concorrenza e di qualità ha
lasciato troppo spesso il posto a logiche di cartelli che
penalizzano i consumatori e fanno salire i costi per le
persone.
La stessa legge sul risparmio, approvata con irresponsabile
ritardo, non risponde ai problemi di funzionamento del
nostro mercato finanziario. Non interviene nel campo dei
conflitti di interesse nelle attività degli intermediari
bancari né con la leva della regolamentazione, né con quella
della concorrenza; non affronta il nodo degli assetti
proprietari e azionari delle banche italiane, nodo destinato
a diventare o il freno o la leva dei percorsi di
riaggregazione che si stanno costruendo e che riguardano non
soltanto le quattro banche di cui si parla, ma la stessa
Mediobanca e Generali, e quindi il cuore del potere
finanziario italiano. Per non parlare dei più grandi gruppi
industriali, quali Telecom e la Fiat.
Gli stessi intrecci fra banche e imprese pongono, infatti,
problemi. Se il valore totale delle partecipazioni bancarie
delle nostre imprese non finanziarie è rimasto al di sotto
dei tetti massimi previsti dalla normativa, sta invece
aumentando il peso, anche qualitativo, assunto da molti
gruppi bancari nella struttura proprietaria delle nostre
imprese. Oggi, almeno sette dei primi dieci gruppi bancari
italiani hanno tra i propri azionisti di riferimento uno o
più gruppi industriali; e in almeno cinque casi su sette gli
azionisti industriali denunciano posizioni di forte
indebitamento rispetto al gruppo bancario partecipato. Come
è evidente tutto questo è destinato a rendere opachi le
scelte e i mercati. Per questo – e lo dico con rispetto e
conscio dei problemi – penso che Confindustria e ABI debbano
affrontare il problema, oltre all’Osservatorio comune che
hanno: studiare nuove regole per una governance più
trasparente. E qui sì forse proporsi meno patti incrociati
di controllo – quelli di sindacato - dove con poco sei
proprietario di tutto e dove così eviti contendibilità e
scalate sgradite.
Nel turismo il paese deve ripensare a fondo la propria
strategia. In pochi anni, un paese come il nostro, pieno di
giacimenti culturali e bellezze straordinarie, è riuscito a
perdere posizioni e arretrare. Prezzi alti, poca qualità,
nessuna politica di sistema e promozione integrata. Il
regionalismo qui ha dato il peggio di sé, come se nel mondo
di oggi fosse importante promuovere solo una parte del
paese, e non tutto, non l’insieme.
Ancora peggio è andata per la nostra industria
agroalimentare: Parmalat, Cirio, molti dei nostri marchi
finiti in mano delle multinazionali; le filiere dello
zucchero e del tabacco in difficoltà e difese con i denti; e
un paese impreparato alla concorrenza che si aprirà
nell’area del Mediterraneo. Quanto alla distribuzione e alla
logistica – che non sono irrilevanti per il sistema
produttivo moderno – sembra che nessuno se ne interessi,
tranne che la cooperazione per una parte.
La ricerca, i saperi
Per l’insieme di questi motivi, riprogettare il paese è
assolutamente fondamentale puntare sullo sviluppo della
ricerca, dell’innovazione e della formazione. Qui non c’è
solo la responsabilità di questo governo. Da almeno quindici
anni gli investimenti in ricerca sono fermi, se non
addirittura in calo; gli obiettivi del patto del 1993 non
sono stati raggiunti per responsabilità degli attori
pubblici e di quelli privati. Il paese resta carente nella
ricerca di base e in quella applicata, e solo parzialmente
presente nei settori di punta della ricerca del futuro: le
biotecnologie, le nanotecnologie, le tecnologie ottiche, le
nuove fonti energetiche.
Il Presidente Ciampi, che con noi firmò l’accordo del 1993,
non perde giustamente occasione per insistere su questo
rilievo, e a ragione, perché anche i modelli matematici
confermano la stretta relazione esistente fra investimenti
in ricerca e crescita del Pil. Quello che noi non facciamo
oggi è destinato a pesare nei prossimi dieci anni.
Devo anche dire che questo è il punto di maggiore
complessità da risolvere, come dimostra il fallimento degli
obiettivi di Lisbona in campo europeo.
Qui non bastano solo incentivi o maggiori investimenti
pubblici. Ci vogliono catalizzatori di progetti, piani
integrati fra aziende e università, fra Comuni ed enti di
ricerca; vanno cambiate insieme le aziende, le università, i
centri di ricerca. Va separato l’investimento a breve,
tipico della ricerca applicata, da quello di lungo periodo,
proprio della ricerca di base. Va garantita autonomia e
libertà al ricercatore. Va data fiducia alla sua
responsabilità e maggiore capacità di controllo e di
applicazione degli effetti della ricerca. Bisogna premiare i
talenti, formarli, evitare che se ne vadano all’estero,
avere dei veri e consolidati punti di eccellenza. E
difendere quelli che ci sono.
La medesima qualità va portata verso il sistema formativo.
Cancellare le riforme della Ministra Moratti non vuol dire
ritornare al modello precedente, ma riprogettarne uno nuovo,
guardando in avanti e assumendo come valori di riferimento
quelli fondanti la nostra Carta costituzionale.
Noi vogliamo che l’obbligo scolastico sia riportato a 16
anni e che possa arrivare a 18 nell’arco della legislatura,
con tutte le implicazioni che questa scelta comporta. Non si
tratta di un obiettivo facile, ed è forte l’obiezione che ci
viene mossa in nome della condizione di quei ragazzi che
abbandonano la scuola o ne sono respinti. Ma senza un
segnale forte, un indirizzo esplicito e coerente, il paese
avrà sempre un terzo di diplomati in meno degli altri paesi
europei e andrà indietro per qualità dell’offerta formativa.
Insieme, va ricostruito un forte sistema di formazione
professionale, come raccordo fra scuola e lavoro, fra lavoro
e lavoro, in grado di fare crescere competenze e forme
rinnovate di conoscenza.
E vanno triplicati i numeri dei nostri laureati,
intervenendo sugli assetti organizzativi dei percorsi
universitari, superando modalità che non hanno funzionato e
adeguando finanziamenti e principi di valutazione.
La scuola, la formazione professionale, l’università, la
ricerca costituiscono il cuore della nostra scommessa
riformatrice. Qui si vince o si perde il progetto
dell’Italia che vogliamo.
Il patto fiscale
Proprio l’altezza di questa sfida dà forza, senso e
centralità alla richiesta che avanziamo di un nuovo patto
fiscale.
Sotto questo titolo, per noi si definiscono molti obiettivi.
Reperire risorse - in una situazione di conti pubblici
ritornata difficile per responsabilità del governo e per la
prospettiva del rialzo dei tassi – da destinare agli
investimenti, all’istruzione, al welfare; ripristinare una
giustizia fiscale nel nome del principio che chi più ha, più
paga, che non vi debbono essere più condoni, che va
combattuta l’evasione; riequilibrare la tassazione fra
rendite, patrimoni e redditi da lavoro; restituire il
drenaggio fiscale e sostenere anche fiscalmente i redditi da
pensione; operare una fiscalizzazione contributiva sui
salari più bassi.
Un patto fiscale di questa natura diventa anche un nuovo
patto di cittadinanza, una rinnovata base di coesione
sociale e di etica pubblica.
Su questo terreno – se Cisl e Uil fossero d’accordo, come
penso – insieme dovremo fare il primo passo: chiedere al
governo che uscirà dalle elezioni, se avrà questi obiettivi
nei suoi impegni di programma, un confronto in questa
direzione, dando la disponibilità a negoziare, e a definire
– se ve ne saranno le condizioni – un accordo di
legislatura. Per noi questo significa che non vi potranno
essere due tempi – prima il risanamento e poi il resto – e
che il governo dovrà in questo modo sostenere esplicitamente
i redditi da pensione e quelli da lavoro dipendente.
Un nuovo patto fiscale sostiene anche un’idea di stato
sociale inclusivo, efficiente e di qualità. In questi anni,
indipendentemente dal livello della spesa pubblica, il
sistema di welfare è stato impoverito e dequalificato; non
ha contrastato precarietà e insicurezza; non ha
rappresentato leva di sviluppo e di qualità; ha lasciato ai
margini l’infanzia e una parte della popolazione anziana,
non ha ridotto l’area della precarietà, soprattutto nel
Mezzogiorno.
Quello per cui ci siamo battuti, insieme con i sindacati dei
pensionati e le associazioni del terzo settore, è un welfare
improntato ad un’idea di Stato laico, che sappia valorizzare
le differenze e rispettare la libertà di ognuno, senza
pretesa di definire modelli morali e imporre criteri etici
di valutazione e di comportamento. La centralità del ruolo
del sistema pubblico va affrontata - anche per questo – non
solo nella programmazione e nella definizione di regole e
standard qualitativi, ma nella stessa gestione dei servizi,
a partire dalla sanità e dall’istruzione.
Fa sempre più parte di un welfare inclusivo, accanto alle
politiche verso i giovani - oggi esclusi da qualsiasi
accesso al sistema di protezione sociale - e quelle per
l’invecchiamento attivo degli anziani, il tema della casa,
che riguarda sempre di più bisogni ed esigenze diffuse:
ancora i giovani, gli anziani, gli immigrati, i lavoratori
in mobilità. Qui non ci vogliono illusioni, piani ad
effetto, proposte dell’ultima ora per strappare qualche
voto, per di più da persone che hanno realmente bisogno. In
cinque anni il governo aveva il dovere di fare. Non ha oggi
il diritto di promettere, ancora.
Non ci ha convinto e non ci convince l’intervento operato
dal governo in materia previdenziale. Una operazione
ingiusta tra fasce di età, rigida nelle modalità di scelta
per innalzare l’età di accesso alla pensione, e che ha
lasciato irrisolti i problemi che la riforma Dini non aveva
completato.
Ci troviamo così, oggi, senza soluzione per i lavoratori e
le lavoratrici con lavoro discontinuo e a basso reddito, per
la rivalutazione del valore delle pensioni per le quali
valgono le proposte avanzate dal nostro sindacato
pensionati, e con il posticipato delle misure di sostegno e
incentivazione per l’adesione alla previdenza complementare.
Il reddito minimo di inserimento è stato cancellato, il
fondo per i non – autosufficienti lasciato ai margini del
lavoro parlamentare, il fondo sociale delle Regioni
dimezzato. E i Comuni chiamati a scegliere se tagliare
investimenti – per fare quadrare i bilanci – o ridurre i
servizi; con i Comuni più poveri costretti a fare l’una e
l’altra scelta.
Non parliamo poi degli ammortizzatori sociali, della loro
riforma e delle tutele verso il lavoro. Proprio in questi
anni di crisi industriali e di trasformazioni produttive, di
delocalizzazioni e di riconversione, il paese avrebbe avuto
bisogno di strumenti più estesi e intelligenti e di una
politica di raccordo fra welfare e mercato del lavoro.
Abbiamo invece avuto poche risorse, nessuna riforma e
l’assenza di una integrazione di questa natura. Tutto questo
ha finito per dividere i lavoratori, le aziende, i settori,
i territori. C’è chi ce l’ha fatta ad avere qualche tutela e
chi niente, come la miriade di lavori e persone invisibili
dell’indotto, delle subforniture, delle piccole e
piccolissime aziende. Ancora in questi giorni stiamo
aspettando risposte per i lavoratori dell’elettronica, della
chimica, del tessile abbigliamento, e per regioni come la
Sardegna, l’Abruzzo, la Campania. Per non parlare della
Fiat. Oggi non ha proprio senso che si parli di
licenziamenti; lo dico con la forza necessaria alla Fiat e
al Ministro Maroni.
Anche in ragione di questi comportamenti, il mondo del
lavoro è stato oggetto di processi di frantumazione e di
divisione, indotti da scelte di imprese, da un’idea di
competizione basata sulla riduzione di costi e diritti, dal
tentativo di contrapporre le diverse forme e tipologie del
lavoro, giocando al ribasso fra persone e fra diverse
condizioni lavorative.
Con la scelta di intervenire sull’articolo 18 dello statuto
dei lavoratori, il governo ha fornito, d’accordo con la
Confindustria di Parma, il fondamento ideologico e l’attacco
che doveva essere risolutivo.
Le cose, come sappiamo, hanno preso un’altra piega. La
resistenza della Cgil, e dei lavoratori, lo schierarsi della
maggioranza dell’opinione pubblica a fianco di quanti si
battevano per la dignità dei lavoratori e dei loro diritti
hanno arrestato il disegno e ridato forza a una diversa
prospettiva riformatrice.
Si tratta, oggi, quindi, di andare oltre la legge 30,
ribaltandone la filosofia: andranno cancellate tutte le
norme che precarizzano il rapporto di lavoro, favoriscono la
destrutturazione dell’impresa e indeboliscono la
contrattazione collettiva.
Bisogna tornare a fare del contratto a tempo indeterminato
la normale forma di lavoro, limitando altre forme di
contratto all’eccezione e qualificando le forme di ingresso
al lavoro con effettivi e qualificati percorsi formativi.
Non si dovranno più avere costi diversi e più bassi per le
forme di lavoro flessibili; bisognerà controllare e ridurre
le esternalizzazioni nei settori pubblici; andranno
contrattati piani di stabilizzazione per i precari di lunga
durata.
Per i lavoratori migranti andrà stabilita l’istituzione di
un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, e questo, se
gestito correttamente anche con accordi bilaterali con i
paesi d’origine, limiterà clandestinità forzata e lavoro
nero, e farà venire meno ogni pretesto da cui sono nati i
centri di permanenza temporanea.
Infine, vanno rimosse le norme, e in particolare l’articolo
14 del decreto legislativo 276 del 2003. L’integrazione nel
mondo del lavoro delle persone con disabilità è un segno
distintivo della qualità della vita sociale, civile e della
cultura di un paese. Integrare nel lavoro i disabili con
forme di precarietà nel rapporto di lavoro è una scelta che
ci porta fuori dalla ragione e fuori dal rispetto che si
deve alle persone.
Questo è – nel modo più sintetico possibile – il segno e il
senso del nostro progetto per il paese.
Una diversa politica
Per tanto tempo ed in ogni occasione istituzionale, queste
idee e ragionamenti sono stati proposti al governo in
carica, ad ogni Finanziaria, ad ogni incontro.
Il governo di centrodestra ha lasciato cadere qualsiasi
volontà di dialogo, di confronto, di risposta. Malgrado il
lavoro di alcuni componenti del governo, tra i quali il
sottosegretario Letta che ci onoriamo di avere qui, oggi,
nostro ospite.
Verso di noi, verso Cisl e Uil – all’indomani della firma
del Patto per l’Italia - e come ho già detto verso il
complesso delle autonomie locali e delle Regioni.
Gli accordi stipulati con Confindustria e le altre
associazioni sul Mezzogiorno, le infrastrutture, la
formazione, le politiche fiscali sono rimasti lettera morta.
Il governo non ha sentito neanche il dovere e l’educazione
di rispondere alla richiesta di incontro, quand’anche per
dire NO.
Per questo, e per le responsabilità che il governo porta per
la situazione del paese, oggi questa proposta viene avanzata
innanzitutto al centrosinistra, allo schieramento
dell’Unione, alla vigilia delle elezioni legislative.
Quasi un anno fa, i dodici segretari confederali
indirizzarono una lettera a Romano Prodi esprimendo
preoccupazione per la situazione del paese e chiedendo un
programma di radicale cambiamento.
Qualcuno polemizzò con questa scelta, senza capire che era
il modo più trasparente e rispettoso da parte di un
sindacato di rivolgersi ad uno schieramento politico, senza
confusione di ruoli e di responsabilità. Tanto è vero che
nel passato lo facemmo nello stesso modo insieme, come Cgil,
Cisl e Uil.
Oggi che il programma dell’Unione è stato varato, la Cgil
può dire di trovarvi una risposta positiva a quella lettera.
Di scoprirvi una valutazione dello stato del paese comune,
una volontà di cambiare rapidamente, per non rassegnarsi al
declino; una disponibilità ad un rapporto positivo con le
organizzazioni sindacali.
Non tocca a questa relazione, né al Congresso, dire cosa va
bene e cosa manca in questo programma. Ci compete piuttosto
ripetere – anche di fronte alle promesse in libertà che si
sentono ogni giorno e nelle quali il Presidente Berlusconi è
maestro - che il paese ha bisogno di cambiamenti concreti, e
che pesa sull’Unione una grande responsabilità, che senza
retorica si può definire storica: quella di fare prevalere
nel consenso democratico la necessità di questa svolta, e in
questo caso di assicurare con serietà e rigore l’opera della
ricostruzione.
Dal nostro punto di vista, sappiamo che riprogettare il
paese non sarà impegno facile, né di breve durata: e questo
richiede unità, costanza, determinazione, coraggio.
Non una politica dei cento giorni, ma dei tremila. E tanta
passione civile, tanta sensibilità sociale verso quelli che
stanno peggio e da soli non ce la fanno: e tanta libertà e
rispetto per chi rischia, investe, ha talento, ha voglia e
capacità di fare.
Occorre unire quello che è stato diviso. Ritessere le reti
di coesione e solidarietà, dare qualità, efficienza e
terzietà alla macchina amministrativa, combattere davvero la
criminalità organizzata, che in questi anni ha rialzato la
testa.
Rispettare la Magistratura, la sua autonomia e la sua
indipendenza, le leggi dello Stato; il pluralismo
dell’informazione e la cultura; fare un passo indietro nel
rapporto fra Istituzioni e interessi economici, rendere più
forti e autorevoli le autorità di vigilanza e di controllo,
regolamentare per intero i conflitti di interesse. Fare che
la politica ritorni ad essere una funzione di servizio verso
i cittadini. E ricordarsi che la libertà di tutti è
garantita solo in uno Stato pienamente laico.
Se questo avverrà, per la Cgil sarà un motivo di grande
soddisfazione. Perché vorrà dire che l’impegno,
l’abnegazione, la lotta di tanti sarà servita per un nobile
e alto progetto di cambiamento civile e morale. Per questo
qui voglio esprimere l’affetto e l’ammirazione, a nome di
tutto il Congresso, al nostro segretario della Camera del
Lavoro di Corleone, Dino Paternostro, minacciato ma non
intimidito dalla mafia: ultimo di una serie lunga di atti
compiuti contro sedi e persone della Cgil, che non hanno
risparmiato, come a Comiso, il coraggio civile delle nostre
giovani compagne.
Il salario, i contratti
Care compagne, cari compagni, non è stato facile per il
sindacato in questi anni battersi per difendere il lavoro,
il reddito, la condizione dei lavoratori, la situazione
degli anziani. Ed è evidente l’esistenza di un grande
problema sociale, costituito dalle condizioni di reddito di
lavoratori e pensionati. C’è difficoltà, disagio, vero
malessere. C’è chi ha ridotto i consumi, chi i risparmi.
Dove c’è un reddito solo, le difficoltà aumentano. Dove c’è
precarietà e i soldi che entrano non superano 600, 700 euro
si tira la cinghia e di brutto. Per non parlare dei
pensionati al minimo e che ancora aspettano le promesse che
erano state fatte. Di converso qualcuno in questi anni si è
arricchito: chi ha potuto fissare - nel commercio e nelle
professioni – liberamente i prezzi dei propri servizi; chi
ha patrimoni e rendite da far valere; chi evade o elude le
tasse.
Vi è qui una delle più grandi responsabilità di questo
governo: non essersi occupato – come doveva – della
condizione dei primi e di essersi preoccupato eccessivamente
della condizione degli altri.
In assenza di una politica capace di aiutare i redditi da
lavoro e di operare un controllo su prezzi, tariffe, costi
dei beni e dei servizi pubblici, è toccato alla
contrattazione il compito di difendere potere d’acquisto e
valore dei salari.
Il bilancio di questi anni presenta luci e ombre. Con forza
e determinazione, e con un numero alto di mobilitazioni e
scioperi, Cgil, Cisl e Uil sono riuscite a completare – sia
pure con un ritardo a volte pesante – tutti i rinnovi dei
contratti nazionali. Con la firma degli Enti Locali e il
rinnovo dei metalmeccanici, il sindacato ha dimostrato anche
in condizioni difficili di difendere l’istituto del
contratto nazionale. E questo aiuterà i rinnovi aperti:
dalla chimica, al petrolio, dall’energia, all’edilizia, ai
braccianti, dai tessili ai contratti considerati a torto,
minori.
Le ombre riguardano la qualità che è mancata in molte
occasioni, la stasi degli assetti degli inquadramenti
professionali e gli addensamenti in basso che si sono
ampliati.
Sul terreno del recupero dell’inflazione, qualche contratto
è andato oltre, qualche altro è rimasto in linea.
I ritardi dei rinnovi nei settori privati hanno ridotto le
capienze totali degli aumenti retributivi e laddove i
riferimenti hanno preso la strada dell’inflazione attesa, i
risultati sono stati migliori. Anche la contrattazione di
secondo livello è stata spesso difensiva e l’intervento
sulla condizione di lavoro e la quantità delle prestazioni
insufficiente. Qui naturalmente hanno pesato le crisi
produttive, le riorganizzazioni, le esternalizzazioni, il
modesto tasso di crescita e l’ampliarsi della precarietà e
la situazione particolare di molti settori, quali i quali il
trasporto pubblico locale.
Ricomporre il lavoro e i diritti
Abbiamo in ogni caso il dovere di non fuggire da un esame
attento delle difficoltà, di quelle antiche e di quelle
nuove, derivanti dai modelli di organizzazione della
produzione di beni e servizi, dalla frantumazione dei luoghi
del produrre, dei lavori e del mercato del lavoro.
Quando abbiamo per ogni impresa fino a dieci tipologie di
lavoro, quando un bene o un servizio è ottenuto attraverso
filiere con quattro, cinque o sei contratti di lavoro
diversi, anche nel caso di settori delicati, quali la cura o
l’assistenza delle persone; quando anche per professioni
qualificate – come le infermiere – si torna al caporalato;
quando i lavoratori stranieri e le donne vengono per lo più
confinati nei lavori più pesanti, o solo in quelli meno
retribuiti o precari; quando la distribuzione del tempo di
lavoro ci dice che c’è chi lavora cinque giorni in un anno,
chi trenta, chi tre mesi, chi sei e poi magari altri tre o
altri sei; quando ci sono persone che lavorano quindici,
sedici, diciotto ore settimanali, magari divise giornalmente
in due o tre aree (come, ma non solo, nel commercio o nelle
imprese di pulizia) con una rigidità e pervasività del tempo
di lavoro che occupa tutto di sé; quando non ce la facciamo
a tenere logicamente assieme il valore di un lavoro
semplice– come definito dai contratti – e i lunghissimi
tempi dei mesi di apprendistato per raggiungere tale
qualifica: allora dobbiamo parlare di noi, di quello che non
possiamo scaricare solo su un’altra legge o altre
responsabilità. Dobbiamo parlare onestamente dei nostri
limiti, di come ne discutiamo, di come lavoriamo con le RSU
o i delegati; di come mettiamo a verifica esperienze,
risultati, progressi, o sconfitte; di come anche noi
torniamo a occuparci bene della condizione concreta del
lavoro. E dico: noi tutti, categorie e confederazioni.
Anche per questo ci siamo battuti contro la Direttiva
Bolkestein, non per fermare un processo di integrazione nel
campo dei servizi. Ma per evitare di mettere in concorrenza
lavoratori contro lavoratori; norme di un paese contro norme
di un altro paese, contratti contro contratti, sapendo che
poi sarebbe finita qui la vera partita: scaricando tutto sui
più deboli, mentre i forti ne sarebbero stati esclusi.
Più integrazione dei mercati è necessaria, ma ci vogliono
regole e standard uniformi, e per questo contratti
collettivi europei. Non atti di furbizia e di divisione del
lavoro.
Il Parlamento europeo ha compiuto un passo in avanti: ha
eliminato il principio del paese d’origine; ha escluso il
diritto del lavoro e riconosciuto il ruolo dei contratti
collettivi; ha ribadito l’esclusione delle agenzie
interinali, i servizi di interesse generale, e salvaguardato
la direttiva sui distacchi dei lavoratori. Altre parti,
invece, sono rimaste ambigue e in contraddizione con le
modifiche apportate: cosa succede per i rifiuti, per
l’acqua, per l’istruzione privata e la formazione
professionale, per la sanità privata? Per questo bisognerà
insistere per migliorare il testo della Direttiva, anche per
ridurre le interpretazioni che potrebbero portare a una
lunghissima serie di controversie di carattere giudiziario.
Noi condividiamo il giudizio della CES. Spesso abbiamo avuto
accenti critici verso la CES, ma in questo caso si è mossa
bene: e questo dimostra che se il sindacato europeo sta in
campo con forza, i risultati possono arrivare; e che quindi
l’Europa ha bisogno di un forte e vero sindacato europeo. Il
Congresso di Siviglia nella primavera dell’anno prossimo può
e deve per la Cgil rafforzare la dimensione sindacale della
CES.
Una CES più forte è anche la condizione perché abbia più
forza quel processo di unificazione, deciso a livello
mondiale. Nell’autunno di quest’anno nascerà un sindacato
internazionale più grande e noi speriamo sempre più forte
perché di questo abbiamo – giorno dopo giorno – sempre più
bisogno.
La riforma dei contratti
Negli ultimi mesi, da parte di Confindustria è stato più
volte posto l’accento sulla esigenza di modificare gli
assetti contrattuali e l’impianto del 23 luglio.
Alcuni studiosi hanno contestato il ruolo e la funzione del
contratto nazionale, oggi fino a prefigurare un salario
minimo di legge e una contrattazione basata su differenze di
territorio, di genere, di età. Altri propongono di ricorrere
al principio delle deroghe aziendali. Anche il presidente
del CNEL ha voluto dire la sua, e mentre propone il CNEL
come sede di confronto, ha espresso già da subito il suo
giudizio critico verso il contratto nazionale.
Noi rispettiamo tutte le opinioni e le proposte, soprattutto
quando sono in buona fede, e vengono formulate con argomenti
e con il rispetto necessario. Non consideriamo né nemico, né
avversario (ci mancherebbe) chi ha opinioni diverse dalle
nostre. Il dialogo, il confronto, la libertà di giudizio e
di critica sono il sale della democrazia.
Ma non per questo la Cgil cambia idea.
Per noi il contratto nazionale è ancora la forma più moderna
ed efficace per regolare norme, diritti e doveri del
rapporto di lavoro su tutto il territorio nazionale e per
concorrere alla difesa e all’incremento in maniera uniforme
del potere di acquisto delle retribuzioni. Senza questo la
media delle retribuzioni è destinata inevitabilmente ad
abbassarsi.
Per noi il sistema di regole contrattuali deve essere
unitario per tutti i settori pubblici e privati.
Per noi il livello nazionale di contrattazione non può
essere messo in alternativa alla qualificazione della
contrattazione decentrata, scelta oggi ancora più importante
e fondamentale di fronte alle trasformazioni
nell’organizzazione del lavoro, nei confini dell’impresa, e
nella condizione dei lavoratori.
Su questo – va detto lealmente - abbiamo differenze con le
posizioni di Confindustria. Non ci convince il documento che
Confindustria ci ha inviato, per molte buone ragioni. Il
contratto nazionale - che pure viene confermato – è visto in
modo troppo parziale e riduttivo. E dove si chiede che sia
più forte, lo si fa per superare prerogative e
responsabilità – come in materia di orari di lavoro – che
sono, per una parte, proprie delle rappresentanze aziendali.
In tema dei conflitti di lavoro, Confindustria propone
interventi che ne restringono unilateralmente il ricorso,
chiede arbitrati obbligatori e sorvola – e fa male- sulle
responsabilità che le imprese hanno avuto nel determinarli.
Infine, insiste molto su politiche di riduzione del cuneo
fiscale e contributivo, e di vantaggi fiscali per il
Mezzogiorno. Su questo, il confronto invece potrebbe essere
reciprocamente utile, a condizione che si abbia – gli uni e
gli altri - il senso di misura tra vantaggi che potrebbero
ricadere sulle aziende e quelli che dovrebbero riguardare i
lavoratori.
Proprio questo mi porta a fare una osservazione di fondo.
Con la nuova Confindustria, alla quale abbiamo riconosciuto
il diverso atteggiamento verso di noi, abbiamo da subito
lavorato insieme su tanti temi e altri indicati: i migranti,
la formazione, la fiscalità di vantaggio, il Mezzogiorno, le
infrastrutture. Ma tutto o quasi è restato fermo, bloccato
dalla questione del modello contrattuale. Non penso che
questo sia per tutti il modo migliore per affrontare i temi
di comune interesse. Se c’è davvero interesse su questi
temi, il confronto e il lavoro devono andare avanti, senza
farsi condizionare da quei problemi su cui oggi non c’è
ancora accordo. In caso contrario, e lo dico con spirito
costruttivo, nella logica del tutto o nulla, ci ritroviamo
il nulla e finiamo per dare ragione ai tanti – non tutti in
buona fede – che ci chiedono di fare e non solo di criticare
e di chiedere agli altri. Perché ad esempio, siamo fermi da
quasi otto anni su come ridurre il numero dei contratti di
lavoro? Perché non possiamo – da subito – decidere di
formare una commissione di studio con il compito di
istruirne i temi e offrire almeno il quadro delle soluzioni
possibili?
Naturalmente, come sappiamo, vi sono differenze anche tra le
posizioni di Cgil, Cisl e Uil. Quelle che non hanno
consentito di arrivare a una intesa nelle commissioni
unitarie di lavoro.
La prima riguarda il nodo della produttività e sottintende
una parziale idea non omogenea del rapporto e del peso
reciproco tra i due livelli di contrattazione.
La seconda concerne la difficoltà ad arrivare ad una intesa
tra le confederazioni sulle modalità di validazione e di
mandato per piattaforme e accordi.
La terza: il diverso giudizio sull’esigenza – che la Cgil
sollecita– di estendere con legge ai settori privati una
verifica effettiva della rappresentatività di ognuno, sul
modello di quanto previsto per i pubblici, prevedendo
inoltre criteri e procedure per il voto dei lavoratori sugli
accordi sottoscritti.
Come sempre accade in presenza di opinioni diverse, le
distanze possono ridursi o allargarsi secondo le volontà e
la disponibilità dei rispettivi punti di vista. Prese in sé
– anche dopo il lavoro comune fatto – le posizioni non
appaiono facilmente mediabili. Diverso è se si valutano i
comportamenti concreti, gli accordi trovati dai sindacati
pubblici, la conclusione del contratto dei metalmeccanici,
che presenta anche qualche soluzione innovativa, il
referendum fatto tra i lavoratori del settore, le richieste
avanzate unitariamente in tutti i rinnovi. E anche sulla
legge tutto potrebbe essere più facile, se prima si
raggiungesse un accordo sindacale e si pensasse assieme al
fatto che una legge era stata unitariamente richiesta da
Cgil, Cisl e Uil al Parlamento, nella passata legislatura.
Comunque sia, è questo insieme di nodi che non ha reso
possibile – fino ad oggi – una mediazione unitaria e quindi
la possibilità di aprire un confronto con le controparti.
Tutte le controparti pubbliche e private, che hanno firmato
l’accordo del 23 luglio. E non solo con una di esse.
Qui davvero non vedo scorciatoie. Trattare senza merito
condiviso tra Cgil, Cisl e Uil non ha senso. Espone il
sindacato a rischi di accordi separati o al fallimento del
confronto, sottrae ai lavoratori la possibilità di
condividere una proposta di riforma e di discutere e
approvarla o meno.
Bisogna avere pazienza e riprendere il filo della ricerca
unitaria. Contare sull’unità che si è realizzata in molte
categorie. Fare tesoro di come siamo arrivati alla firma
dell’intesa, sia pure sperimentale, nel settore degli
artigiani, non per copiarne le soluzioni – che già erano
diverse prima – ma per la misura che ognuno ha avuto nel
gestire i punti di vista diversi nel sindacato e fra le
controparti.
Sarebbe anche importante che tutti riflettessimo sulla forza
che tutti abbiamo ricevuto dalla grande partecipazione al
voto per le RSU nei settori pubblici e nella scuola; la
risposta più alta ai tentativi di delegittimazione
esercitata da settori del governo nei confronti della
rappresentanza sindacale e della sua funzione di
contrattazione collettiva.
E di come la contrattazione territoriale e sociale,
esercitata in molte città e territori, possa dare e
ricercare nuove risposte alle politiche di sviluppo e a
quelle di coesione. Qui davvero può ripartire una
sperimentazione dal basso, in grado di dare significato e
risultati alla partecipazione democratica, e forse aprire un
nuovo terreno di presenza e di accordi.
Tutto questo noi lo vogliamo fare con l’intesa di tutti.
Nei confronti degli amici e dei compagni di Cisl e Uil
abbiamo avanzato nelle tesi una prospettiva di rafforzamento
dell’identità comune e del lavoro unitario. Tutti assieme
rappresentiamo il più grande sindacato europeo e una grande
forza di rappresentanza sociale.
Quando la esercitiamo per davvero, la nostra proposta conta,
pesa, orienta.
Abbiamo superato ancora una volta nel corso di questi
quattro anni una fase difficile, e come tante altre volte
siamo stati capaci di ripartire con il lavoro e l’impegno
comuni.
Siamo, ognuno per sé, fieri della nostra identità e convinti
che il sindacato italiano è forte e cresce, perché fatto di
tante culture, sensibilità ed esperienze. Perché davvero
sindacato generale, confederale, non corporativo e non
unionista.
Tocca a ognuno di noi provare a fare un passo in avanti. La
condizione del paese richiede un sindacato unito, autonomo,
plurale, democratico. Noi siamo pronti a lavorare in questa
prospettiva. E rivolgeremo sempre attenzione e rispetto a
quelle organizzazioni sindacali - tra cui l’Ugl – che hanno
lealmente lavorato insieme a Cgil, Cisl e Uil.
A Savino Pezzotta voglio dire che anche nei momenti più duri
di divisione e polemica, quelli di tre anni fa, non è mai
venuto meno il rispetto della Cgil e la considerazione per
l’autonomia delle sue scelte e di quelle della sua
confederazione.
E lo stesso vale per Luigi Angeletti, e per tutte le
compagne ed i compagni della Uil.
La Cgil
Riprogettare il paese esige che la Cgil abbia la forza di
guardare dentro di sé e riprogettare se stessa, la propria
organizzazione, i propri insediamenti, le proprie modalità
di lavoro. In questi anni il peso e la forza dell’iniziativa
esterna della Cgil hanno messo in secondo piano le verifiche
necessarie della vita interna e le modifiche da apportare.
Molto è stato fatto, in ogni caso. Oltre 200.000 iscritti in
più in quattro anni, 260.000 in cinque anni, per la maggior
parte lavoratori attivi, tanti immigrati divenuti delegati e
dirigenti delle nostre strutture. Abbiamo lavorato per
rendere più forte lo SPI, l’Auser e le reti territoriali
degli anziani.
Nidil è cresciuta e in molte categorie il nuovo tesseramento
ha riguardato giovani e donne.
Abbiamo potenziato l’offerta dei nostri servizi e del
patronato; fatto crescere una formazione di qualità e di
eccellenza.
L’Ires, l’Isf, la Fondazione Di Vittorio, ognuna nel suo
campo, sono divenuti riferimenti affidabili nel settore
della ricerca, dello studio, delle politiche formative,
delle analisi economiche, sociali, giuridiche e storiche.
Con questo Congresso abbiamo dato vita a due nuove
federazioni di categoria: quella dei lavoratori della
conoscenza, la FLC, nata dall’incontro fra il sindacato
della scuola, quello della ricerca e dell’università, e
soprattutto frutto delle grandi mobilitazioni di questi
anni.
E la FILCEM, il sindacato dei lavoratori dell’energia e
della chimica, che ha preso il posto di due vere istituzioni
della nostra storia sindacale, la Filcea e la Fnle.
Abbiamo infine dimostrato una grande e affidabile capacità
organizzativa e di mobilitazione e raggiunto risultati oltre
le attese, in tutti i rinnovi delle rappresentanze
sindacali.
Proprio questa forza ci deve mettere in condizione di
affrontare meglio i problemi che avvertiamo. Siamo ancora
una struttura organizzativa mutuata dalla storia del
fordismo, e pur confermando le due matrici storiche delle
strutture di categoria e di quelle orizzontali, dobbiamo
realizzare forme di lavoro a rete e sinergie, capaci di
rappresentare quel mondo del lavoro che non incontriamo,
affermando realmente una centralità dell’azione e del
progetto nel territorio.
Non va cambiata la forma dello SPI, che rappresenta una
originale e fortunata forma di rappresentanza generale dei
pensionati e degli anziani. Ma va aperta una discussione su
come lo SPI possa aiutare e sostenere con più efficacia il
lavoro delle strutture, nella consapevolezza affermata con
forza da Betty Leone – nella sua relazione al congresso -
che il patto generazionale non può riguardare solo la
società, ma anche noi e la nostra vita interna.
Dobbiamo decidere qui, al Congresso, la prospettiva di
integrazione tra la Filtea, un altro grande e storico
sindacato, oggi in posizione di frontiera e la FILCEM.
Con lealtà dobbiamo ammettere che la presenza dei giovani
alla vita e alla direzione della Cgil è ancora troppo
inadeguata, che per i migranti per diventare un vero
sindacato multietnico dobbiamo fare di più e che la
definizione della Cgil come sindacato di uomini e di donne
vale per gli iscritti e un po’ meno per i quadri, gli
apparati, i gruppi dirigenti.
Su tali problemi, che poi richiamano sempre al fondo una
verifica della destinazione e distribuzione delle risorse e
delle nuove priorità che dobbiamo assumere solidalmente, è
giusto prevedere una conferenza organizzativa apposita, che
questa volta non possiamo più rimandare e che va preparata
con rigore, partecipazione e chiarezza di obiettivi.
Questo nostro XV congresso è partito con una impostazione e
una scelta di unità. Non si sono più misurate nel rapporto
con gli iscritti mozioni globalmente alternative, come era
accaduto negli ultimi tre congressi.
Questa è e resta una scelta di grande forza e maturità.
Voglio dare atto a tutte e a tutti di avere concorso a
questo obiettivo, soprattutto a chi ha rinunciato in
prospettiva a posizioni di vantaggio o di convenienza. Il
voto unanime sul preambolo del documento congressuale
conferma che questa è l’opinione condivisa dai nostri
lavoratori e dai nostri pensionati.
La discussione è stata in ogni caso una discussione vera,
come è nel costume della Cgil, aiutata dall’esistenza di
tesi alternative sulle politiche contrattuali e sulla
democrazia.
Tutti i congressi svolti – e dico tutti – si sono chiusi con
documenti unitari. Solo in tre congressi – di grandi e
importanti strutture – vi è stata una differenziazione nel
voto delle liste per l’elezione dei comitati direttivi.
In tutti i congressi a cui ho partecipato personalmente ho
avvertito fortissimo il sentimento unitario: ed è in ragione
di questo che penso che vada fatto ogni sforzo perché anche
il Congresso nazionale possa chiudersi nel segno dell’unità.
Non per obbligo o convenienza, ma per rispetto del mandato
che abbiamo chiesto e del modo in cui si sono espressi i
nostri iscritti.
E’ vero che il passaggio da una modalità congressuale
tradizionale a quella di oggi ha aperto una discussione al
nostro interno sul peso da dare ai voti raccolti dalle
singole tesi alternative e su che cosa questo pluralismo nel
voto comporti nella definizione dei pluralismi interni. Ma
anche questa discussione – e i diversi punti di vista che
sono in campo, sui quali continueremo a ragionare – non
devono modificare, secondo il buon senso, la conclusione
logica di tutto l’iter congressuale.
Resta inteso che il nostro congresso è libero e sovrano e
deciderà in piena autonomia e responsabilità.
L’anno del centenario
Care compagne e cari compagni, il 1 ottobre a Milano
celebreremo i cento anni dalla nascita della Confederazione
Generale del Lavoro. Si tratta per noi tutti di una
ricorrenza importante perché ricorda l’ingresso nella storia
del paese non del sindacato, che era già nato con le prime
Camere del Lavoro e le più antiche federazioni di categoria
(metalmeccanici, lavoratori della terra, tessili, grafici,
panettieri, vetrai, edili), ma di quella particolare forma
unitaria e generale di rappresentanza del lavoro. Quella che
solo due anni prima era stata anticipata e richiesta dal
primo sciopero generale.
Il centenario è quindi l’occasione per riscrivere questa
storia – che non è solo la nostra ma appartiene a tutti -
per tirare fuori dagli archivi la memoria di persone e
generazioni che con il loro impegno e la loro scelta di vita
hanno contribuito al processo di emancipazione del lavoro,
hanno dato senso a parole come diritti e dignità, hanno
liberato il lavoro dalla schiavitù, dall’oppressione, hanno
fatto crescere partecipazione e democrazia, coscienza di sé
e delle proprie ragioni. Ci hanno fatti diventare tutti un
po’ più diversi, e un po’ più uguali, un po’ più meticci.
In tanti convegni, in tanti libri, abbiamo ricostruito le
parti più significative di questa storia, le conquiste
sindacali più importanti, le lotte più epiche, la difesa
operata nei confronti di un fascismo che chiudeva Camere del
Lavoro e colpiva persone inermi. Abbiamo rievocato gli
scioperi del 1943 – 1945, unici in Europa, in un paese in
guerra e sotto l’occupazione straniera, che portarono alla
deportazione di 12.000 lavoratori, e che sono all’origine
della parte prima e del primo articolo della nostra
Costituzione.
Abbiamo riletto la vita e l’esperienza delle personalità più
importanti di questa storia, da quelle più lontane nel
tempo, tra le quali voglio ricordare la figura di Argentina
Altobelli, segretaria dei lavoratori della terra, in un
periodo in cui alle donne non era consentito il diritto di
voto, a quelle più vicine, tra le quali un posto a sé merita
la figura di Giuseppe Di Vittorio, capace di unire il suo
impegno sindacale negli anni venti tra i suoi braccianti di
Cerignola con quello che lo porta ad essere con Grandi e
Buozzi autore del Patto di Roma, della rinascita della Cgil
unitaria del dopoguerra, e poi dopo la divisione, primo
segretario della Cgil, nel pieno degli anni della guerra
fredda.
Tante storie locali, municipali, di città e di paese, più
antiche e più recenti, si sono aggiunte in una gara per
scoprire radici lontane e suggestioni sempre uguali: le
storie di miniera (ad agosto ricorre il cinquantesimo
anniversario dei morti di Marcinelle) e quelle delle risaie,
gli opifici e le manifatture, le prime grandi fabbriche,
l’epopea dei nostri martiri siciliani, prima e dopo Portella
della Ginestra, le emigrazioni degli anni cinquanta e
sessanta, il lavoro fordista, la stagione terribile delle
stragi e del terrorismo. Quel terrorismo che poco dopo il
nostro ultimo Congresso uccise il professor Marco Biagi.
Tutto questo per arrivare ad una conclusione semplice e
vera: questa storia non è la storia di una parte del paese,
o una storia minore, ma costituisce – non da sola ovviamente
– la nostra identità storica e la nostra comune democrazia.
E’ la radice delle nostre libertà.
Per questo, e lo dico rivolto alle forze politiche tutte,
non bisogna rimuovere il valore del lavoro, la sua dignità,
la sua centralità dalla vita pubblica e da quella politica
del paese. E questo invito vale in particolare per le forze
che sono legate al lavoro e nel lavoro affondano radici
storiche e identità.
Anche per questo valore, abbiamo tenuto in vita in questi
anni una luce. Quella di cui parlava un compagno che ci ha
lasciato, dopo avere con noi condiviso lotte, utopie,
domande. Tom Benetollo parlava del lampadiere, di colui che
procedeva nel buio ma rischiarava la strada a chi veniva
dietro, per indicare il cammino, per dire da che parte si
stava.
Quella stessa luce – che in un giorno triste della nostra
storia recente – abbiamo visto negli occhi e nei cuori delle
ragazze e dei ragazzi di Locri.
A conclusione del documento congressuale, abbiamo scritto
che il progetto per il paese si rivolge ai giovani, al loro
futuro, alle loro legittime attese. A maggior ragione, alle
tante e ai tanti che non si rassegnano, come i ragazzi di
Locri, è dedicato questo nostro XV Congresso. |
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