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di
Giorgio Cremaschi
Allora siamo in guerra con la
Francia? Prima eravamo nemici per
l’Iraq, ora lo siamo anche per Suez
(la multinazionale dell’energia)?
La destra e il governo italiano
pensano evidentemente che sia utile
in campagna elettorale l’attacco ai
perfidi francesi. Che non sono
reciproci, cioè comprano da noi
banche, industrie, servizi, ma non
vogliono essere comperati. Siamo a
carnevale e tra le nostre antiche
maschere ricompare quella di Tecoppa,
il gradasso pauroso che si arrabbia
con l’avversario perché in duello
non si lascia infilzare. Per quali
ragioni il capitalismo francese, che
esiste ancora come tutti gli altri
capitalismi, dovrebbe perdere
posizioni in quel nodo strategico
che è la produzione e la
distribuzione dell’energia in
Europa, cedendo posizioni all’Enel?
Solo i tecoppa di governo, grazie al
particolare trattamento di favore
che hanno nel nostro sistema
radiotelevisivo, possono evitare di
precipitare nel ridicolo.
E’ da tempo che il capitalismo
liberista si mostra con un volto ben
diverso da quello della propaganda.
Esso non si sta sviluppando come un
sistema di mercato unificato, nel
quale scompaiono gli stati e la
politica, ma al contrario come un
luogo di competizione nel quale i
governi e i poteri pubblici sono
altrettanto importanti che la
finanza e le imprese.
Henry Kissinger fu tra i primi a
definire la globalizzazione
dell’economia come l’estensione del
modello e del potere americano nel
mondo. E in effetti, dopo il crollo
dell’Urss, globalizzazione e
crescita del potere economico,
politico e militare degli Usa sono
andati di pari passo. In questo
senso l’estensione del libero
mercato non è stata altro che
l’estensione del protezionismo
americano su tutto il mondo. Altro
che reciprocità! Gli Usa hanno
sempre impedito acquisizioni
strategiche nel loro cortile di
casa, mentre hanno difeso, con le
misure economiche e le portaerei, le
proprie multinazionali. Il sistema
capitalistico mondiale aveva così
stabilito una propria piramide
gerarchica, con al vertice gli Usa e
poco sotto, in un proprio preciso
ruolo, le grandi potenze europee e
il Giappone. Ora questo sistema è
saltato e tutte le gerarchie sono in
discussione.
Quelle che dovevano essere poco più
che colonie, alzano la testa e
diventano centri autonomi dello
sviluppo. Dalla Cina, all’India, al
Brasile, alla Russia crescono i
nuovi cantieri del capitalismo, che
non solo assorbono gli investimenti
delle multinazionali occidentali, ma
cominciano a competere con esse. La
caratteristica comune di tutte le
grandi potenze emergenti è di
infischiarsene bellamente dei
cosiddetti principi del libero
scambio. La Cina è in fondo il più
grande sistema a partecipazione
statale del mondo. Programmazione
industriale, ruolo dello Stato e dei
poteri pubblici, alleanze alla pari
con le multinazionali, sono tutt’uno
e la borsa e le Opa vengono molto
dopo.
Questa favola della inarrestabile
espansione del libero mercato, che
avrebbe naturalmente eliminato gli
Stati nazionali e le politiche
pubbliche, si è particolarmente
diffusa in Europa. Qui ha
conquistato anche culture
democratiche e persino della
sinistra radicale. Là dove è stata
considerata come esaurita
definitivamente la politica degli e
negli Stati, mentre le possibilità
di progresso sono state affidate
alla lotta delle indistinte
moltitudini che subiscono gli strali
del mercato.
Al centro, tra le forze della
democrazia liberale, si è invece
diffusa l’idea che l’estensione del
libero mercato, le privatizzazioni e
le liberalizzazioni, creassero le
basi per una eguaglianza delle
opportunità, sul piano economico e
poi anche su quello dei diritti
sociali. Tutte queste utopie, da
quelle di Mario Monti a quelle di
Toni Negri, sono state smentite
dalla realtà.
Ora che la competizione mondiale si
fa più dura e che essa viene
condotta direttamente da quelli che
si chiamano “sistemi paese”, tutta
l’ideologia della liberalizzazione
finisce in un vicolo cieco. Saltano
gli accordi nel commercio mondiale e
nelle sue istituzioni, così come
entra inevitabilmente in crisi la
costruzione europea.
Per quale ragione il governo
francese, o quello tedesco,
dovrebbero seguire gli indirizzi di
funzionari europei che vivono in
un’altra dimensione, che non sono
eletti da nessuno e che,
soprattutto, non hanno opinioni
pubbliche alle quali rispondere? La
banca centrale dell’Unione si
prepara a rialzare i tassi di
interesse, con il rischio di
recessione e nuovi disoccupati in
tutte le aree economiche più deboli.
Tutta la pubblicistica economica
liberista utilizza l’idea
dell’Europa unita per spiegare che i
cittadini dei vari Stati devono
prepararsi a subire tagli sulle
pensioni, sulla sanità, sui diritti
sociali. Così l’Unione Europea
precipita in una crisi di consenso
continentale e chi vuole condurre
ancora politiche economiche e
sociali dure verso i lavoratori deve
trovare altri alibi. Meglio allora
una politica nazionalista, per chi
se la può ancora permettere.
I vuoti in politica non si colmano
da soli, essi prima o poi divorano
brutalmente tutte le costruzioni
deboli. L’Unione Europea oggi sconta
tutto il peccato originale di aver
anteposto il mercato e la moneta ai
diritti e alla partecipazione
democratica.
Non serve assolutamente a nulla
lanciare anatemi contro i francesi,
così come rischia di apparire vuota
retorica la rivendicazione di
un’Europa delle regole che metta
freno alla brutale competizione tra
i sistemi paese. Perché la crisi
politica dell’Unione Europea è
proprio causata dal fatto che si è
voluta costruire l’unità del
continente partendo da
privatizzazioni e liberalizzazioni.
Non era nata così l’idea
dell’Europa. E’ bene ricordare che
prima ancora della nascita delle
istituzioni comunitarie, i paesi
fondatori del Mercato comune misero
insieme, con specifici accordi, le
politiche energetiche, così come
quelle del carbone e dell’acciaio.
Per decenni la costruzione
dell’Europa è stata pensata come
quella di politiche industriali e di
sviluppo comuni. E’ dopo la svolta
liberista degli anni Ottanta che
l’idea dell’Europa è cambiata, e
l’Unione è diventata un’area per la
competizione liberista.
E’quest’ultima costruzione che si
sta frantumando e, se si vuole
tornare ad una idea progressista
dell’Europa, se non si vuol
precipitare nei nazionalismi
economici (e non solo in quelli),
bisogna rivendicare un’idea dello
sviluppo nel continente totalmente
diversa da quella che si è affermata
negli ultimi venti anni.
Ieri il “Corriere della Sera”,
lamentando la crisi delle
liberalizzazioni, raccontava che la
prostituta francese Stella
finalmente può operare e guadagnare
liberamente nei bordelli legali
della Germania, ma che questo
rischia di essere l’unico effetto
della direttiva Bolkestein. Libero
bordello in libero mercato? Non pare
sufficiente per tenere insieme
l’Europa.
L’Italia è sicuramente il vaso di
coccio tra le grandi potenze
economiche del continente. Tanti
anni di ritardo nelle politiche
industriali e l’abbandono, da parte
del potere pubblico, delle posizioni
strategiche nelle banche, nelle
infrastrutture, nella produzione di
qualità, pesano tutti in una volta e
non si recuperano con qualche
scalata. Per questo allora si cambi
radicalmente la politica industriale
del nostro Paese e si faccia di
questa leva il punto da cui partire
per costruire una vera e propria
vertenza con l’Europa. Perché il
continente ritorni a mettere insieme
democrazia e sviluppo e non scalate
e conflitti tra cancellerie.
28 febbraio 2006
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