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ICHINO E LA CGIL/POLEMICHE
DINO GRECO - segretario della Camera del lavoro di Brescia il manifesto \ 28 Febbraio 2006
Con un acrobatico scambio di ruoli il Corriere della Sera ha
fatto del coordinatore degli uffici legali della Cgil,
Giovanni Naccari, un fustigatore del diritto di critica, un
susloviano custode dell'ortodossia, uno che a mezzo
circolare mette al bando le idee altrui, mentre il
professore Pietro Ichino, del quale è in corso un accelerato
processo di beatificazione, è ormai trasfigurato in un'icona
del libero pensiero, affrancato da quelle croste ideologiche
che invece appesantiscono una Cgil la quale spiccherebbe il
volo nei cieli della modernità se solo sapesse sbarazzarsi
delle sue zavorre. Basta ripercorrere i fatti e leggere con
un poco di equilibrio i testi oggetto di scandalo per
comprendere che vi è qualcosa di esorbitante nella reazione
del quotidiano milanese.
Che tuttavia fornisce direttamente la spiegazione di tanto
accanimento attraverso una chiosa redazionale (sabato 25
febbraio) che invita «anche quei riformisti della sinistra
che apprezzano e condividono le idee di Ichino ad uscire
allo scoperto». Dunque, un ingaggio forte, militante, nella
battaglia politica, un'incursione manifesta nella Cgil
prossima al suo congresso e nel centrosinistra impegnato nel
non facile compito di consolidare l'equilibrio del proprio
programma elettorale e una «chiamata alle armi» in piena
regola che ha subito sedotto il presidente dell'Ires
Agostino Megale e il neosegretario della Cgil milanese
Onorio Rosati. Il quale ultimo esordisce sulla scena
nazionale reclamando, nientemeno, provvedimenti disciplinari
nei confronti di Naccari che - ne sono certo, conoscendone
l'indole pacifica e moderata - non avrebbe mai pensato di
finire bruciato su una pira come un eretico. E tuttavia,
quel che preoccupa non è tanto la propensione inquisitoria
di qualche «giovane promessa» del sindacalismo italiano
incline a «praticare metodi amministrativi per dirimere
contrasti politici». Preoccupa di più il rischio che si
ingeneri un clima dissuasivo del dibattito franco,
un'insofferenza del quartier generale per il punto di vista
non omologo che alimenta a sua volta una pessima pedagogia
dell'autocensura. Se una critica viene interpretata come
istigazione al dileggio personale e chi ne è autore diventa
passibile di sanzioni, vuol dire che stiamo riesumando
antichi vizi autoritari che ci hanno portato solo sfortuna.
Come si sa, gli apparati hanno orecchie assai sensibili a
questi segnali. E non tutti sono nati cuor di leone. Serve
dunque una correzione del tiro, perché non spira una bella
aria. E serve presto.
Qui termina un ragionamento e ne comincia un altro che
rinvia alla posta politica, alle questioni di merito della
campagna in atto. Perché dell'analisi e della proposta di
Ichino è necessario cogliere portata e implicazioni.
Ognuno ricorderà come il cavallo di battaglia del professore
sia stato, per un'intera stagione, lo Statuto dei lavoratori
e, in particolare, quell'articolo 18 responsabile, a suo
dire, della divisione dei lavoratori in «insider», detentori
del «privilegio» di non poter essere licenziati senza giusta
causa, e in «outsider», coloro che lavorano in aziende con
meno di 16 dipendenti, privi di diritti sostanziali e
condannati ad una frustrante emarginazione. La conclusione
disarmante era (è) per Ichino che la fluidificazione di un
mercato del lavoro ingessato potrebbe venire non già
dall'estensione ma, al contrario, dall'eliminazione delle
tutele per tutti: ecco un ritocco simpaticamente originale
del concetto di uguaglianza. Dopo l'epica sconfitta della
crociata confindustrial-governativa, il professore ha
ripreso la marcia proponendo un approccio diverso ma di non
minore radicalità. La trovata è di quelle che manderebbero
in visibilio non pochi padroni: depotenziare il contratto
nazionale e - contemporaneamente- consentirne un'ulteriore
deroga, ovviamente in pejus, ovunque un sindacato, anche
aziendale e magari inventato alla bisogna, purché
maggioritario nell'ambito considerato, si renda disponibile
a «donare le fedi» (quelle dei lavoratori, naturalmente)
all'azienda, la quale poi proverà a ripagare con la propria
sopravvivenza tanta generosità (!). Ora, è piuttosto
evidente il disegno unitario di questo impianto: a) il
contratto nazionale diviene poco più che un simulacro; b) la
contrattazione aziendale, per così dire, acquisitiva e in
ogni caso legata alle performances aziendali, resterà
prerogativa delle realtà dove il sindacato esprime ancora un
potere contrattuale; c) il resto, vale a dire il 70% delle
imprese diverrà - più di quanto non sia ora - terreno di
pascolo del padrone che in virtù del ricatto occupazionale
potrà non soltanto rifiutare emolumenti aggiuntivi ai minimi
contrattuali, ma scendere al di sotto di questi. Per non
parlare della possibile manomissione di altri fondamentali
diritti e conquiste normative: basterà poter contare su un
sindacato di comodo che dia l'autorizzazione a procedere. E'
pura retorica affermare che la deregolazione sindacale
renderebbe i lavoratori «liberi di scommettere sulla propria
azienda».
La sola volontà operante, in quel quadro, è quella
dell'impresa che si muoverebbe fra i lavoratori come «libera
volpe in libero pollaio». E' piuttosto evidente che al fondo
di questo percorso devolutivo non c'è affatto, come mostra
di credere Ichino, l'esaltazione dell'«intelligenza
collettiva dei lavoratori» ma, di deroga in deroga,
l'individualizzazione del rapporto di lavoro. Analogamente,
pensare che la fuoriuscita dal lavoro nero passi attraverso
l'abbattimento dei minimi contrattuali, è come illudersi che
gli evasori totali possano essere redenti dalla politica dei
condoni; mentre immaginare che l'economia italiana possa
resuscitare dalle sue ceneri attraverso una colossale
operazione di dumping sociale è non solo velleitario ma
persino eversivo della democrazia costituzionale. E qui
giunge al suo punto cruciale, al disvelamento del suo nucleo
duro, l'elaborazione di Pietro Ichino che conclude con una
decisiva affermazione: occorre superare l'uguaglianza dei
regimi contrattuali perché l'uniformità alimenta la pigrizia
delle aziende e spegne la competizione. Appunto, quella
competizione che è tutta giocata sul costo del lavoro, sulla
compressione dei diritti, sull'uso spregiudicato delle forze
di lavoro. Credo che il professor Ichino non si offenderebbe
se gli si facesse rilevare come la sua visione e le sue
ricette stiano, in versione nazionale, a metà fra Friedman e
Bolkestein, campioni di un liberismo estremo.
Al dunque, la risposta alla domanda che troneggia allusiva
in capo all'ultimo lavoro del giuslavorista milanese, «a
cosa serve il sindacato?», è assai semplice: mondato da
arcaiche velleità classiste, il sindacato serve a
fluidificare il sistema, a favorire la libera competizione
fra comunità aziendali dove il lavoro è totalmente sussunto
nel capitale. Il sindacato serve se è di mercato. Oppure non
serve affatto.
Ps: non disturberebbe se all'annunciata presentazione del
libro del professor Ichino presso la Camera del lavoro di
Milano fosse invitato a parlare anche qualche sindacalista.
Così... per par condicio.
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