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SINISTRA
Diritto di critica
Programma dell'Unione Il lavoro e il welfare
la guerra le peggiori leggi di Berlusconi come la Bossi-Fini e le
«riforme» della Moratti sono le discriminanti per il futuro
ALBERTO BURGIO
La delusione preventiva e consuntiva di
Valentino Parlato nei confronti del programma dell'Unione potrebbe
apparire immotivata dal momento che l'obiettivo primario del
centrosinistra è battere Berlusconi. Se presa alla lettera,
tuttavia, questa argomentazione comporterebbe un corollario
imbarazzante. Il programma, presentato in forme solenni nell'adunata
dell'Eliseo, ne verrebbe ridotto a pretesto, se non a puro
divertissement. In questi termini, in effetti, pare a tratti
considerarlo lo stesso leader della coalizione. Il quale -
irritato dalle polemiche sull'alta velocità - ha chiarito che il
programma è solo la cornice e che il quadro lo «decide» lui. Magari
a «bastonate». Per fortuna, non siamo ancora in epoca di premierato
forte, il Parlamento conta ancora qualcosa e anche i partiti hanno
ancora un ruolo. Governare è altro dal semplice «decidere», e
proprio per questo è necessario scrivere un programma. Discutendo,
mediando, cercando di fissare linee condivise sull'agenda politica
di un governo che speriamo verrà. Ma allora il punto resta. Che cosa
contiene il programma dell'Unione? Che cosa lascia presagire in
vista del prossimo quinquennio? Queste domande bisognerà pur porsele
ora che a un testo certo finalmente si è giunti, al termine di un
percorso travagliato e ben poco esaltante (quanti avevano puntato
sulla partecipazione dei movimenti hanno dovuto riconoscere di
essersi sbagliati, benché non si domandino se anch'essi rechino
qualche responsabilità per come si sono posti nel confronto
programmatico in seno all'Unione).
Si tratta di un ponderoso volume, oltre 280 pagine, ma ciascuno ha
il proprio catalogo delle questioni dirimenti. Per noi - ferma
restando l'importanza di numerose altre materie - gli aspetti
decisivi si contano sulle dita di una mano: il lavoro, il welfare,
le peggiori leggi di Berlusconi (a cominciare dalla Bossi-Fini e
dalle «riforme» della signora Moratti), la guerra. Rispetto a tali
faccende bisogna essere chiari tra noi. Non si tratta di stabilire
se il programma del centrosinistra contenga «qualcosa di buono» e
preveda miglioramenti rispetto allo status quo. Questo
vorremmo poterlo dare per scontato. Si tratta di capire se il
programma dell'Unione presenti elementi riconducibili alle istanze
della sinistra critica, indicazioni che possano giustificarne
l'assunzione da parte di una forza come Rifondazione comunista - per
parlare del soggetto più rilevante di quest'area politica - che ha
sempre considerato essenziali la tutela del lavoro e dei diritti dei
migranti, la salvaguardia dell'istruzione pubblica, la battaglia
contro le privatizzazioni, l'opposizione «senza se e senza ma» alla
guerra.
Da questo punto di vista la delusione di Parlato non è soltanto
comprensibile. È inevitabile. Non c'è materia tra quelle qui
elencate (e potremmo aggiungerne molte altre, a cominciare dai Pacs)
sulla quale si possa serenamente sostenere che il programma
dell'Unione registri indicazioni soddisfacenti. Sul lavoro, come è
stato segnalato dai promotori della campagna «Precariare stanca»,
l'abrogazione parziale della legge 30 promette di risolversi
in un'operazione nominalistica, che lascerà nella sostanza intatte
le peggiori innovazioni del Pacchetto Treu (lavoro interinale e
collaborazioni «coordinate e continuative»). Sulla difesa del potere
d'acquisto di salari, stipendi e pensioni e a proposito della
democrazia sindacale il programma presenta formulazioni estremamente
vaghe. Nell'un caso si limita a enunciare l'obiettivo, senza
indicare come raggiungerlo (ciò in un paese che ha visto ridursi dal
50 al 41per cento in quindici anni la quota del Pil attribuita ai
redditi da lavoro dipendente). Nell'altro, evoca il criterio della
democrazia diretta, ma non fa menzione dell'unico strumento in grado
di realizzarla, cioè la consultazione vincolante dei lavoratori.
Per contro e con piena soddisfazione del professor Monti, il
programma è ben circostanziato in materia di liberalizzazioni (a
cominciare da energia e trasporti) e di politiche di bilancio.
L'onda lunga del neoliberismo nutre ancora il convincimento che
liberalizzare significhi «contrastare rendite monopolistiche e
corporative» e «migliorare qualità e prezzo per il consumatore».
Poco importa che nell'arco di un solo anno (il 2005) le tariffe al
consumo dei cosiddetti «beni liberalizzati» abbiano registrato un
aumento del 5,1 per cento.
Quanto alle politiche di bilancio, concepite in stretta osservanza
dei vincoli di Maastricht, è perverso supporre che l'obiettivo del
rientro del deficit e della graduale riduzione del debito (si
parla di un aumento annuo dell'avanzo netto di 0,7 punti di
prodotto) sarà perseguito replicando le politiche degli anni
Novanta, fondate su una campagna di privatizzazioni, tagli alla
spesa che non conosce confronti in tutta l'Unione europea?
La Bossi-Fini dovrebbe essere abrogata, ma ciò non condurrà
all'eliminazione dei Cpt né all'accantonamento del sistema delle
quote. Le leggi Moratti verranno modificate, ma sarà conservato il
principio incostituzionale del finanziamento pubblico agli istituti
privati (peraltro, introdotto da Berlinguer). Anche a proposito
dell'Università lo spettro della sinergia pubblico-privato tiene le
posizioni conquistate nell'ultimo quindicennio e promette di
condurre verso la totale aziendalizzazione degli atenei. Per quanto
concerne infine la guerra, c'è davvero di che trepidare, considerati
gli accadimenti sul fronte iracheno e l'addensarsi di nuove cupe
nubi all'orizzonte.
La «leale alleanza» con gli Stati uniti rimane la stella polare
della politica estera del centrosinistra, nonostante l'aggressione
criminale nei confronti dell'Iraq e le menzogne raccontate al mondo
per giustificarla. La teoria dei diritti umani mantiene intatta la
sua credibilità agli occhi dei leader dell'Unione, come se
negli anni Novanta non fosse servita a legittimare devastanti
interventi bellici nei Balcani. Quanto alle nostre truppe impegnate
in teatri di guerra, non se ne progetta affatto il rientro
immediato. Dall'Iraq, in particolare, i militari italiani se ne
andranno secondo «modalità» che verranno stabilite «anche in
consultazione con le autorità irachene», cioè con il governo
insediatosi dopo le elezioni di guerra dello scorso dicembre. Ed è
singolare che il programma da un lato accrediti questo governo come
legittimo interlocutore, dall'altro evochi la realtà di un regime di
occupazione, sino a prova contraria incompatibile con qualsiasi
«processo di transizione democratica» di cui, pure, si discorre.
Detto questo, sembra di udire tuttavia un'obiezione di fondo.
Condivisibili o meno che siano, non rischiano tali riserve di
indebolire l'union sacrée delle forze democratiche contro la
destra? Formulare a questo punto critiche tanto severe nei confronti
del programma dell'Unione non significa aiutare l'avversario?
Dopo l'incubo di questi anni, simili preoccupazioni sono
naturalmente ben comprensibili. Resta il fatto che esse evocano
scenari del tutto fantasiosi, poiché nessuno tra coloro che
criticano il programma dell'Unione intende pregiudicare l'unità
elettorale del centrosinistra (mai da alcuno messa in discussione)
né è in linea di principio avverso alla formazione di un governo
dell'Unione.
L'intolleranza che accenna a prendere piede nei confronti di
qualsiasi espressione di dissenso non trae dunque origine da ragioni
concrete, bensì da un riflesso autoritario, tipico di tutte le fasi
di acuto scontro. Ma riflettere, discutere e avanzare critiche non è
soltanto un sacrosanto diritto. È anche un esercizio di razionalità
politica che potrebbe rivelarsi utile per tutti, e in particolare
per la sinistra di alternativa.
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