CONTRATTI
Ichino, l'irriducibile
 

FUCIK
Il professor Pietro Ichino insiste, in modo sistematico, nel proporre un sostanziale cambiamento del modello contrattuale in vigore nel nostro paese. L'ultima occasione gli è stata offerta dalle obiezioni sollevate da Eugenio Scalfari su Repubblica («in questo modello il sindacato, inteso come strumento di solidarietà, unità e egualianza tra i lavoratori, rischia di non contare più niente»). Semplificando il suo pensiero con le sue stesse parole, Ichino propone che «il contratto nazionale (ccnl)» venga «conservato così com'è, ma a livello regionale territoriale o aziendale consentiamo a un sindacato serio, sorretto dalla maggioranza dei lavoratori interessati, di sperimentare soluzioni diverse, negoziando anche in deroga rispetto al ccnl». Anche a prescindere dal pericolo di creare così «sindacati padronali di comodo» o, all'opposto di «far diffondere i Cobas» (queste le ulteriori obiezioni sollevate da Scalfari), la «deroga» di Ichino lascia intravedere una negoziazione al ribasso. Lo ammette lui stesso, magnificandone però il senso in rapporto al Sud, «dove il 40% dell'economia è sommersa» perché «i livelli salariali decisi dal ccnl» sarebbero eccessivi. Il lavoro nero, ne conclude, è in fondo una «deroga» ben più grave di quella da lui proposta.

Brandelli di verità disseminati in un'argomentare capzioso e contestabile, peraltro nient'affatto nuovo avendo già supportato il dibattito sul «pacchetto Treu» prima, sulla «legge 30» poi. Si prende infatti ad esempio negativo il caso più estremo (l'economia sommersa e il lavoro nero) e, con la scusa di «combatterlo», si riparametrano il sistema salariale e quello normativo a un livello più «compatibile» con quel fenomeno. Il risultato è una perdita secca per tutti i lavoratori, non un guadagno per quelli «in nero». La «deroga al ribasso», infatti, una volta ammessa nel sistema contrattuale, non può non far sentire il suo peso condizionante già in sede di definizione del ccnl; ma soprattutto, apre la strada al «federalismo contrattuale» e a una spirale di «concorrenza» verso il livello salariale più basso. Insomma: una volta riposizionata tutta la materia contrattuale intorno al sacro obiettivo della «competitività» delle imprese, diventa obbligatorio rimuovere tutti gli ostacoli - persone in carne e ossa, dotate di diritti e pensiero autonomo - che rallentano il perseguimento della massima redditività.

Né ci si può attardare sull'escamotage ichiniano, puramente retorico, secondo cui «nei casi migliori» i lavoratori potrebbero strappare anche aumenti superiori a quelli del ccnl. Intanto perché un mercato del lavoro che svaluta organicamente il prezzo della forza-lavoro disincentiva gli imprenditori, e gli stessi lavoratori, dal creare «isole felici» che non siano puramente occasionali (una commessa eccezionale, un prodotto particolarmente riuscito, ecc); ma soprattutto, perché un sindacato strategicamente «locale» («federalizzato», nel senso detto prima) ha un potere contrattuale infinitesimo.

La «modesta proposta» di Ichino, insomma, lungi dall'essere un disegno riformatore di largo respiro, si risolve in una dotta dissertazione intorno ad un'antica tesi padronale: «come funzionerebbe bene l'economia, se i lavoratori obbedissero e il sindacato si facesse da parte».