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Testimone d'accusa
Il testo che pubblichiamo in questa pagina è
costituito da alcuni stralci - tradotti da Joseph Maniscalco - di
«American Hostage» (Simon & Schuster, New York 2005) libro-inchiesta
scritto da Micah Garen e Marie-Helene Carleton, giornalisti
americani che nell'estate 2004 stavano girando un documentario sul
saccheggio dei siti archeologici nella zona di Nassiriya. Durante la
lavorazione Micah venne sequestrato insieme al suo traduttore
iracheno Amir. Il libro narra del rapimento, dei rapporti fra Micah
e i sequestratori e degli sforzi di Marie-Helene per ottenere, senza
coinvolgere le autorità, la liberazione dei due; alcune pagine,
però, sono una testimonianza e cruciale sulla famigerata (per noi)
«battaglia di Nassiriya» e sul comportamento delle truppe italiane.
Gli scomodi nastri di un americano rapito a
Nassiriya
Il ruolo italiano in Iraq nel libro di Micah
Garen, «American Hostage»
«Sembra che abbiamo un problema», disse. «Quale?», domandai. «Lei
oggi è andato a Nassiriya a intervistare delle persone riguardo
l'ambulanza? Ed ha ripreso i... cadaveri? Bene. E' questo il
problema. Abbiamo bisogno di quei nastri al più presto».
MICAH GAREN
Martedì 5 agosto, una settimana prima che Amir
ed io fossimo rapiti, l'esercito del Mahdi con un attacco a sorpresa
riprese il controllo della parte nord di Nassiriya. L'Iraq era
ufficialmente un stato sovrano, dopo il passaggio di poteri del 28
giugno, e quindi l'esercito italiano fu coinvolto solo dopo una
richiesta ufficiale di aiuto dal governatore di Nassiriya. Restai a
guardare mentre i nuovi blindati italiani venivano fuori a tarda
sera, viaggiando a 50 miglia (80 Km) all'ora lungo la strada che era
stata recentemente aperta attraverso il deserto per un più rapido
accesso. Entro venerdì mattina, il combattimento finì e la
situazione era sotto controllo, secondo quanto riferito dal capitano
Ettore Sarli, portavoce capo delle forze italiane in Iraq. «C'è
stato un tentativo d'attacco con un'autobomba la notte scorsa», mi
disse Sarli mentre cercavo notizie, «Non si sta troppo sicuri a
Nassiriya, vero?». Un'autobomba a Nassiriya non era un fatto comune.
Non avevo mai sentito di alcuna autobomba in quella parte dell'Iraq,
a parte l'attentato al quartier generale italiano di Nassiriya,
soprannominato «Animal House», nel novembre 2003, otto mesi prima.
Diciannove soldati italiani furono uccisi, e subito dopo gli
italiani avevano spostato le loro operazioni fuori della città.
[...]
Andai con un gruppo di giornalisti italiani per documentare i
combattimenti. I funzionari dell'ufficio stampa ci scortarono solo
fino alla periferia della città, ma non c'era nulla da documentare e
quindi facemmo ritorno al complesso residenziale per i giornalisti
alla nostra base.
Un generale italiano in pensione, che aveva deciso di diventare
giornalista e di girare il mondo, stava fissando una mappa di
Nassiriya appuntata alla parete. Aveva interesse per l'archeologia e
avevamo iniziato un'amicizia, discutendo come meglio potevamo, in un
miscuglio di inglese ed italiano sgangherati. Mi chiese se ero stato
al ponte.
Autobombe imbottite di gente
«Quale ponte?».
«Il ponte dove c'è stata l'autobomba», disse lui. Qualcosa aveva
acceso il suo interesse. Trovai il rapporto stampa ufficiale in
italiano: vi si parlava di un tentato attacco contro i soldati
italiani con un'autobomba, i soldati italiani avevano sparato contro
il veicolo che era esploso e quattro persone vi erano rimaste
uccise. Mi chiedevo: e da quando le autobombe vengono imbottite di
gente?[...]
Terminata l'intervista andammo al Direttorato della Salute, dove le
ambulanze vengono smistate.
Una dozzina di persone erano riunite nel piccolo edificio degli
uffici. Ci offrirono un tè e ci confermarono la storia. L'ambulanza
numero dodici era stata inviata alle tre antimeridiane di venerdì
per trasferire una donna incinta, che aveva un travaglio
difficoltoso, e la sua famiglia dall'ospedale generale situato nella
zona nord della città all'ospedale per le maternità nella zona sud,
attraversando il fiume. L'esercito italiano, dislocato al lato sud
del ponte, sparò contro l'ambulanza mentre essa lo attraversava.
L'ambulanza prese fuoco e quattro dei passeggeri all'interno furono
uccisi. L'autista e due persone sedute davanti con lui riuscirono a
salvarsi.
Sei ambulanze simili erano parcheggiate all'esterno, con i grandi
numeri che gli italiani avevano assegnato per l'identificazione
dipinti sulla carrozzeria. L'ambulanza numero dodici mancava.
Un addetto del Direttorato della Salute ci prese e ci portò ad
intervistare l'autista, Sabah Khazal Kereem, nella sua casa di
Nassiriya. Lui fu sorpreso del fatto che un giornalista occidentale
mostrasse interesse per quella storia. Essendo sopravvissuto con
ferite non gravi alle gambe, era amareggiato per quel che era
successo. La sua era stata la prima ambulanza giunta sulla scena per
soccorrere i sopravvissuti all'attacco al quartier generale italiano
del novembre passato, facendo cinque viaggi all'ospedale con soldati
italiani feriti. Si considerava un amico degli italiani. Per una
sorprendente coincidenza, era ancora lui il celebre autista che
aveva soccorso Jessica Lynch, sempre nell'ambulanza numero dodici,
trasportandola dalMukabarat, la sede della polizia segreta irachena,
all'ospedale di Nassiriya. Ci mostrò molte lettere di ringraziamento
del pfc (private first class - caporale scelto) Lynch, che
aveva ricevuto per il suo buon lavoro.[...]
Amir ed io ci dirigemmo verso Nassiriya per intervistare il
direttore dell'ospedale, ma lui non era in sede. Invece il capo
della sorveglianza dell'ospedale ci condusse a riprendere i corpi
dei componenti della famiglia che era stata sterminata. Erano
conservati in un locale frigorifero dietro l'ospedale. In Islam si
usa seppellire il morto entro ventiquattro ore, ma dal momento che
l'intera famiglia era stata sterminata, l'ospedale aveva difficoltà
a rintracciare un parente che reclamasse i corpi. Mi coprii la bocca
con un fazzoletto e tentai varie volte di effettuare la ripresa
all'interno del locale frigorifero. Il fetore era così violento che
potevo girare solo pochi secondi alla volta. I corpi avevano subito
severe ustioni, un ammasso scuro di carne carbonizzata e maciullata
avvolta dagli indumenti. Potei osservare la faccia grigio-violacea
di un uomo perfettamente conservata, con gli occhi chiusi.
«Il Baby», disse la guardia in inglese, indicando qualcosa che
poteva essere stato uno stomaco sventrato. Non riuscivo a
distinguere un bambino. Ormai prossimo a vomitare, mi allontanai
precipitosamente. Il direttore dell'ospedale incappò in noi mentre
attraversavamo il cortile. Tirò Amir da parte e gli parlò con aria
severa, in arabo. Amir si dette da fare per placarlo, e lui ritornò
al suo ufficio in nostra compagnia.
Non voglio grattacapi
«E' tutto a posto», mi rassicurò Amir. E poi a voce bassa continuò:
«Dice che saremmo dovuti passare da lui, prima di riprendere i
corpi. Non vuole grattacapi di alcun tipo. Non vuole guastare le sue
relazioni con gli Italiani». Io sapevo come si sentiva. Al momento
di andar via, il direttore fece entrare due uomini che erano stati
appena dimessi dall'ospedale. Erano proprio quelli che si trovano
seduti davanti nell'ambulanza insieme all'autista, ed i loro
racconti erano congruenti con tutto quanto avevo già udito. Quando
finimmo con le interviste, fummo invitati a prendere un tè con il
colonnello Suleiman, capo del Servizio Protezione Infrastrutture (Facility
protection service, Fps) dell'ospedale, l'organizzazione
responsabile della protezione delle infrastrutture essenziali in
Iraq. Il colonnello Suleiman ci mostrò un grosso dossier di
documenti e fotografie riguardanti l'incidente dell'ambulanza.
Durante precedenti scontri fra le forze italiane e l'esercito del
Mahdi, lui aveva provato a trasportare civili feriti attraverso il
ponte. Al fine di permettere il sicuro passaggio dell'ambulanza si
era strappato di dosso tutti gli indumenti fino a restare in
mutande, camminando lentamente fin vicino ai soldati italiani
affinché non lo scambiassero per un attentatore suicida. Anche due
guardie del Fps erano state uccise nei combattimenti ed il
colonnello Suleiman era sconcertato dalla inusuale goffaggine delle
forze italiane. Ma era la totale negazione di responsabilità da
parte dell'esercito italiano che lo irritava. [...]
Quarantacinque minuti dopo ero ancora seduto nel cortile quando gli
uomini della polizia militare ritornarono e mi chiesero di seguirli.
Mi riportarono nello stesso locale dove ero stato la notte prima.
Attraverso una porta chiusa potevo sentire Amir parlare
concitatamente nel rimorchio contiguo, ma non riuscivo a comprendere
le parole.
«Posso essere d'aiuto?», chiesi. Nessuno rispose. Uno dei poliziotti
sollevò un paio di manette, facendole oscillare lentamente e
osservando le mie reazioni. Lo fissai negli occhi e ridacchiando mi
voltai versol'altro poliziotto.
«Allora? Seriamente, che cosa volete?», ripetei. Il poliziotto mise
giù le manette.
«Abbiamo da farle alcune domande... i nastri di ieri, già. Abbiamo
bisogno di quelli originali», disse.
«Io sono stato in piedi tutta la notte scorsa per farvi una copia su
dvd. E inoltre, non c'è nulla che non possiate ottenere voi stessi,
senza aiuto. Andate ad intervistare l'autista dell'ambulanza. Vi ho
dati i nomi di tutti quelli che ho intervistato. Quindi andate ed
intervistateli da voi».
«Certo, ma vede, non ci è possibile andare a Nassiriya, ora».
Dubitavo che questa fosse la verità, visto che truppe italiane
stazionavano in prossimità del ponte.
«Può darsi che sia così, ma questo non mi riguarda», dissi.
«Sì, sì , d'accordo; attenda un attimo». Loro si concentrarono sul
da farsi mentre io aspettavo. Dopo una mezz'ora un poliziotto venne
fuori dal locale dove Amir veniva interrogato.
«Sembra che abbiamo un problema», disse fissando il pavimento e
scuotendo la testa.
«Quale?», domandai.
«Lei oggi è andato a Nassiriya a intervistare delle persone riguardo
l'ambulanza?».
«Certo. Sono un giornalista. Vado e intervisto la gente».
«Ed ha ripreso i...», cercava di ricordare la parola inglese, «...cadaveri?».
«Corpi morti», aggiunse un altro.
«Sì, erano in un locale frigorifero dietro l'ospedale».
Ci servono quei nastri
«Bene», disse guardando intorno. «E' questo il problema. Abbiamo
bisogno di quei nastri al più presto».
«Ascolti», dissi con crescente impazienza, «voi non potete proprio
chiedermi di darvi i miei nastri. Sono i miei nastri. Non avete
alcun diritto di chiedermi di consegnarvi quel materiale». Un altro
tizio si intromise e cercò di spiegare.
«Sì , sì . Ma vede, talvolta il lavoro di un ufficiale di polizia e
quello di un giornalista - cercava le parole adatte - si confondono.
A volte capita che un giornalista assuma il ruolo di un
investigatore ufficiale. A volte. Mi intende?».
«No, io non intendo», protestai. «Io faccio il mio lavoro e voi il
vostro. Sono diversi. Vi ho dati i nomi di tutti quelli che ho
intervistato, e ieri vi ho fornito una copia delle interviste. Stavo
riprendendo dentro Nassiriya, nello stato sovrano dell'Iraq. Non ho
fatto riprese della sparatoria contro l'ambulanza, ho soltanto
intervistato delle persone riguardo a ciò che era avvenuto dopo i
fatti». L'esercito italiano era parte della coalizione, quindi
presumevo che esso rispettasse le leggi che proteggono la libertà di
stampa. Ma eravamo in Iraq e io ero all'interno della base italiana.
Non sapendo più cosa aspettarmi, dissi loro che ero intenzionato a
tornare a Baghdad perpochi giorni e che avrei potuto fare un'altra
copia. Loro accettarono con riluttanza. [...]
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