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Quel che Ichino finge di non sapere
PIERGIOVANNI ALLEVA
Nel suo articolo, pubblicato sul Corriere
della Sera del 2 febbraio 2006, Pietro lchino ha presentato una
tesi polemica, semplice, ma insidiosa: l'Unione critica la legge
(strumentalmente definita) «Biagi» (che più correttamente chiameremo
«Maroni») la quale avrebbe cambiato poco o nulla in materia di
precarietà e mercato del lavoro, per nascondere un vuoto di idee su
quegli stessi temi. E' vero l'esatto contrario, e non si può
concedere all'Autore neanche l'attenuante dell'insufficiente
informazione. Si tratta, infatti, di un giurista specializzato, ben
addentro al dibattito di politica del diritto. La risposta non può
che essere precisa. Innanzitutto, se avesse potuto, il governo di
centrodestra più che cambiare qualche virgola allo Statuto
dei lavoratori, lo avrebbe distrutto o svuotato, abrogando l'art.
18, ossia la garanzia fondamentale che regge tutte le altre. Altresì
ha tentato di introdurre l'arbitrato di equità che avrebbe di fatto
impedito ai lavoratori di ricorrere alla magistratura. Questi
tentativi sono stati scongiurati dalla resistenza di una parte del
movimento sindacale.
Vi sono, però, leggi non meno importanti dello Statuto dei
lavoratori che la legge Maroni, o altri interventi legislativi del
centrodestra, hanno stravolto, come la legge 230/1962 sui contratti
a termine e il Dlgs. 61/2000 sul part-time. O hanno abrogato, come
la fondamentale legge 1369/1960 che fissava un principio-base di
ordine pubblico del lavoro: è datore di lavoro chi effettivamente
utilizza le prestazioni del lavoratore, e non chi lo assume per
farlo lavorare presso altri. E che, inoltre, responsabilizzava
l'imprenditore committente di un appalto - anche se lecito -
rispetto al fatto che i dipendenti dell'appaltatore ricevessero un
trattamento economico-normativo non inferiore a quello dei
dipendenti diretti del committente. L'abrogazione della legge 1369 è
la principale, negativa, novità di una specifica parte della legge
Maroni, in cui si è cercato di separare il lavoro dall'impresa che
ne trae profitto, rendendo possibili, da un lato, appalti di mera
manodopera, e, dall'altro, scorpori incontrollati di rami
dell'azienda da cedere, per lo più, a società controllate dallo
stesso imprenditore, formalmente autonome. Lo scopo è che i
lavoratori continuino a produrre come prima, ma con minore
retribuzione e minori diritti, perché il loro rapporto di lavoro
intercorre, ora, con un soggetto diverso (l'appaltatore di sola
manodopera o la società controllata cessionaria) dal vecchio
imprenditore, che, tuttavia, continua a utilizzare il loro lavoro.
Anche nella parte dedicata ai rapporti di lavoro precari, la legge
Maroni è stata tutt'altro che innocua. Anche se è vero che alcune
figure di contratti precari, quali il contratto di lavoro a
chiamata, occasionale, job sharing e di
inserimento, sono disciplinati e presentati come prodotti di
nicchia, cioè destinati a situazioni specifiche e soggetti
deboli sul mercato del lavoro (giovani, donne, disoccupati di lungo
periodo), tuttavia la moltiplicazione delle figure contrattuali
innesca un pericoloso effetto di cumulo con le altre figure
contrattuali di portata generale, che la legge Maroni ha molto
peggiorato.
Ci riferiamo alla quasi completa liberalizzazione dei contratti a
termine, con possibilità di loro ripetizione, praticamente
all'infinito, introdotta dal Dlgs. 368/2001; ancora, alla falsa
promessa di eliminazione degli abusi delle co.co.co tradottasi nella
beffa delle collaborazioni a progetto, che le hanno
sostituite, ma senza portare nuove tutele, con l'aggravante di
essere strutturalmente a termine, nonché di aver fatto
dilagare l'abitudine all'illegalità, visto che i progetti
sono meri espedienti verbali. Vi è stato, poi, l'ampliamento delle
somministrazioni di lavoro a tempo determinato, sostitutive dei
vecchi contratti di lavoro interinale, quale effetto a cascata della
liberalizzazione dei contratti a termine diretti, e
l'introduzione della somministrazione a tempo indeterminato (staff
leasing) che costituisce il simbolo stesso della estraneazione
formale tra chi presta il lavoro e chi lo utilizza. Sicuramente
peggiorata è stata anche la disciplina del part-time, con la
reintroduzione di un'accentuata flessibilità, cioè invasività
di quegli spazi di vita che, per esigenze di famiglia, salute,
studio, il lavoratore a part-time cerca di salvaguardare,
accettando il sacrificio economico connesso all'orario ridotto.
È l'effetto di cumulo tra tutti questi tipi di contratto
precario, a valenza più o meno generale, che sta destrutturando il
mercato del lavoro: si passa dal contratto interinale a quello di
inserimento, poi, di nuovo, all'interinale, e, poi, al contratto
a progetto, poi a quello a termine, magari reiterato.
Intanto scorrono gli anni senza che si sia realizzato un vero
inserimento professionale. Parlare di percentuale ancora modesta dei
rapporti precari sull'insieme di tutti gli occupati è un non-senso,
perché ciò che conta, è che il precariato dilaga tra le nuove
generazioni. Quelle a cui il centrodestra ha promesso tutele nel
mercato al posto delle tutele nel rapporto, ma per
negare, poi, sia le une che le altre.
I danni della legge Maroni sono stati, dunque, molteplici e,
correttamente, vi è nel programma dell'Unione il suo superamento.
A questo proposito, crediamo di dover formulare una proposizione,
insieme metodologica e di merito, che, da una parte, costituisce una
risposta ai dubbi di Ichino sui programmi dell'Unione e, dall'altra,
risolve le diversità di accenti all'interno dell'Unione, dove c'é
chi vuol abrogare la legge Maroni, chi riformarla, chi
superarla, e chi, prudentemente, ritoccarla. Si tratta
di comprendere che sui temi su cui è intervenuta non si può
distruggere senza costruire, né costruire senza distruggere.
Occorrerà, dunque, (ri)disciplinare l'intera materia degli appalti,
delle esternalizzazioni, dei trasferimenti d'impresa, e, più in
generale, il regime dei rapporti di lavoro all'interno dei gruppi
societari, promuovere una riunificazione del mondo del lavoro,
superando la distinzione tra lavoro subordinato e parasubordinato.
Sarà necessario, dopo aver eliminato le varie figurette di
rapporti precari, articolare un sistema di incentivazioni positive e
negative per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro subordinato a
termine.
Per non costruire sulla sabbia, occorrerà parallelamente introdurre
nuove discipline in tema di lotta al lavoro nero (e, in specifico,
dei migranti) e dare concretezza a quel sistema di tutele nel
mercato, da sommarsi alle tutele nel rapporto, che il
centrodestra ha solo promesso. Il che significa rivedere tutta la
materia degli ammortizzatori sociali, nel senso della loro
universalizzazione al di là dei settore industriale, e quella degli
esuberi, delle ristrutturazioni e delle delocalizzazioni. Infine,
anche una legge sulla rappresentanza, rappresentatività e democrazia
sindacale, costituisce un impegno che si contrappone alla filosofia
della legislazione del lavoro del centrodestra.
Come si vede, il programma dell'Unione è - contrariamente a quanto
asserito da Ichino - tanto denso e affollato da porre semmai
problemi di ben diversa natura, di precedenza e graduazione delle
soluzioni di merito.
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