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Alla Flai è emerso il nodo «contratti»
Chiusura unitaria, ma il congresso Cgil si
gioca su due temi: regole o conflitto?
ANTONIO SCIOTTO
INVIATO A FIRENZE
Il congresso della Flai Cgil si è concluso in
modo unitario, documento politico unico e lista unica, indicazione
utile per l'assise generale di Rimini dell'1-4 marzo prossimi. Ma è
un'unità che camuffa i tanti sommovimenti interni alla Cgil, non
certo estranei alle prossime elezioni politiche. La Cgil - come ha
sottolineato ieri la segretaria confederale Titti Di Salvo - non
gradisce che i giornalisti puntino tutto sulle divisioni, quasi
fossero alla ricerca della notizia a qualsiasi costo o della
facile zizzania, e vorrebbe che si offrisse una «fotografia reale»
del sindacato, sottolineando al contrario «la difficile scelta
unitaria, e la difesa di valori chiave come la pace, la centralità
del pubblico e il lavoro». E' una richiesta comprensibile, perché
nessuno può negare l'importanza di queste scelte - soprattutto a
fronte di un'Unione ancora più frammentata e «diluita» (causa
riformisti) su molti temi chiave - ma è anche vero che dentro la
Cgil si sta giocando un dibattito che forse esploderà solo dopo il
Congresso di marzo e le elezioni, se il centrosinistra andasse al
governo. E nessuno può negare che quelle stesse influenze
«riformiste» e la voglia di appiattirsi sul futuro esecutivo non
rischino di prevalere.
Al Congresso Flai la tesi 8, quella sulla contrattazione, ha dato il
93% a Epifani e il 7% a Rinaldini. Sulla 9, quella che parla di
democrazia, Rinaldini ha avuto il 5,5%, Patta il 7,5%, Epifani il
restante 87%. I rinaldiniani chiedevano almeno un delegato su 43 al
congresso di Rimini, e lo hanno ottenuto, come hanno avuto 5
delegati su 167 nel direttivo. Non c'è stata una traduzione
automatica delle percentuali, come dice il regolamento, ma
saggiamente il segretario generale Franco Chiriaco ha deciso di
accettare le richieste, rispondendo all'«equilibrato rapporto» tra
tesi e delegati ugualmente contenuto nel regolamento. Il fatto è
che, mesi fa, non si è voluti andare a due documenti contrapposti, e
ora ogni spartizione è sempre sospesa tra il patto dei 12 siglato a
garanzia dei pattiani (che sciogliendosi nella maggioranza volevano
autotutelarsi) e la comprensibile volontà dei rinaldiniani,
rappresentanti di una diversa sensibilità, di avere voce.
Ma non può essere una regola che varrà per sempre: subito dopo le
elezioni, infatti, si riaprirà il problema del modello contrattuale,
su cui le due «sensibilità» della Cgil, seppure nell'unico e solo
documento unitario, hanno idee opposte. Una polarità ben
rappresentata da Rinaldini e Chiriaco: il primo, forte nelle
fabbriche classiche dove il conflitto è più radicato, punta a una
regolazione leggera, che non imbrigli il conflitto e la richiesta
libera degli aumenti salariali; il secondo, espressione dei
braccianti e delle fabbriche alimentari, dove è più difficile
organizzare il conflitto, basa la sua forza sulla rete dei territori
e dei delegati, e vuole un modello garantito dalle regole, negoziate
con il governo e le controparti, che garantisca l'adeguamento
automatico all'inflazione reale.
Entrambi credono nella centralità del contratto nazionale, entrambi
vogliono l'abolizione della legge 30 (e dunque non lasciano spazio
ai «riformisti» dell'Unione), ma hanno idee diverse su un punto non
secondario e che certamente sarà centrale quando ci si siederà di
fronte a Cisl e Uil, e poi a Confindustria (ed eventualmente al
governo dell'Unione), quando si dovrà stabilire se siglare o no un
nuovo patto simile a quello del luglio `93. Regole o conflitto?
Epifani è espresso da Chiriaco, ma certo non può trascurare il peso
della Fiom, soprattutto dopo il contratto dei metalmeccanici, che
con Fim e Uilm ha tenuto su due temi chiave: 1) respingere la
«proposta indecente» di Confindustria sulla flessibilità degli
orari; 2) mettere un argine alla precarietà, ripudiando praticamente
l'intera legge 30.
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