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La Cgil sta buttando via il suo congresso. La più importante
struttura dell'organizzazione, la Lombardia che ha 900.000
iscritti, conclude la propria assise congressuale con
rotture profonde. Il segretario di una delle più importanti
camere del lavoro, quella di Brescia, decide di non entrare
nel direttivo regionale per protesta contro un non rispetto
del voto degli iscritti, che, a suo giudizio, riporta la
vita interna della Cgil indietro di decine di anni. Quando
allo stesso modo si conclude il congresso della camera del
lavoro di Torino, mentre in tante realtà il percorso
congressuale si sviluppa tra rotture, incomprensioni e
intolleranze, bisognerebbe avere il coraggio di dire che
qualcosa di fondo non va. Al contrario, sinora assistiamo a
lamentele e prediche contro il destino cinico e baro e, come
al solito, al rimprovero che viene dalle maggioranze nei
confronti di minoranze e dissensi che non sanno stare al
loro posto.
Eppure il congresso si era avviato con una piattaforma
unitaria su molte questioni di fondo e con l'idea che la
differenza su questioni importanti, la contrattazione e la
democrazia sindacale in primo luogo, non dovesse riprodurre
le contrapposizioni frontali del passato. Invece sinora è
andata persino peggio che nel passato, perché da un lato si
è amministrata la vita interna come se ancora ci fossero
mozioni, maggioranze e minoranze; dall'altro però si è
negata alle differenze reali la dignità del riconoscimento
politico.
Le tesi alternative presentate da Gianni Rinaldini hanno
ottenuto tra il 15 e il 20% dei consensi. Nei grandi centri
industriali esse sono generalmente sopra il 20%. A sua
volta, la tesi presentata dal gruppo dirigente di
Lavoro-Società ha ottenuto poco più del 10% dei voti. Ebbene
tutto questo, nei congressi successivi a quelli nei luoghi
di lavoro, pare non avere alcun valore.
Prima di tutto pesa il cosiddetto "patto dei dodici
segretari uscenti". Quello secondo il quale,
indipendentemente da tutto, i gruppi dirigenti del sindacato
dovrebbero essere definiti risalendo all'80%, raccolto dal
documento che nel 2001 aveva come primo firmatario Sergio
Cofferati, ed al 20%, allora raggiunto dalla minoranza di
Lavoro e Società. Può sembrare paradossale, ma secondo
questa logica il voto attuale degli iscritti non conta: il
congresso del 2006 è definito con i voti di quello del 2001.
Già questo, ovviamente, determina un primo corto circuito.
Perché è chiaro che, soprattutto dove il voto alle tesi
alternative non è marginale, la rigida applicazione di quel
patto mette in discussione alla radice la possibilità che
gli organismi della Cgil rappresentino l'opinione degli
iscritti. Così il principio democratico "una testa-un voto",
viene soverchiato da quello delle rappresentanze di
struttura, degli equilibri d'apparato, dei pesi definiti a
tavolino per le correnti.
Ma non c'è solo questo. La verità purtroppo è che nella
Cgil, mentre la Fiom era impegnata drammaticamente nelle
vicende contrattuali, si è diffuso uno spirito di rivalsa e
di polemica verso il gruppo dirigente e le esperienze di
questa categoria. Spesso sono proprio i quadri confederali e
la vecchia corrente di sinistra di Lavoro e Società, che si
distinguono in questo clima. Essi, ad esempio, hanno
approvato gran parte degli accordi sinora sottoscritti nelle
altre categorie e a livello confederale, riservando
evidentemente tutto il loro spirito critico verso quello dei
metalmeccanici, che peraltro sarà l'unico ad essere
sottoposto al voto dei lavoratori. Un certo rancore da parte
di chi, in questi anni, si è più distinto per l'impegno a
garantire collocazioni e promozioni nei gruppi dirigenti,
piuttosto che sul piano della battaglia ideale e delle
esperienze, è in fondo scontato. Esso però non spiega tutto.
Credo che all'origine delle polemiche ci sia una
questione politica, cioè la scelta da parte del gruppo
dirigente confederale di rinviare il confronto su temi
sindacali che sono sempre più pressantemente all'ordine del
giorno.
Subito dopo la firma dell'accordo per i metalmeccanici,
la presidenza della Confindustria è partita alla carica
verso le confederazioni, rivendicando quella flessibilità
che non aveva ottenuto in quella vertenza e rilanciando
l'attacco al contratto nazionale. Non solo da parte del
governo Berlusconi, ma anche in tutto il mondo liberista del
centrosinistra, questa offensiva ha trovato eco. Pietro
Ichino ha dato ad essa una veste compiuta. In fondo si
tratta di far fare al contratto nazionale lo stesso percorso
della scala mobile: un lento ridimensionamento fino alla sua
scomparsa. La Cgil finora ha preso tempo, sperando forse che
un nuovo governo di centrosinistra sia più disponibile a
dare una mano. Così però, scelte e pratiche profondamente
diverse si sono incancrenite nell'organizzazione.
La Fiom ha respinto l'esigibilità della flessibilità, che
invece è stata sottoscritta in diversi contratti. Sul
salario l'accordo dei metalmeccanici allude alla possibilità
non semplicemente di difendere, ma addirittura di rafforzare
il peso salariale del contratto nazionale, ridistribuendo in
quella sede una quota della ricchezza complessiva. Poi, come
si è detto, i metalmeccanici fanno il referendum sugli
accordi, mentre di altri non si sa neppure che cosa sia
avvenuto nelle assemblee. Se il congresso non si confronta
liberamente su questi nodi centrali, ai quali si aggiunge
oggi l'emergere di rilevanti differenze su vicende come
quella della Tav, allora è inevitabile che poi rifluisca
verso il conflitto sugli equilibri politici nei gruppi
dirigenti. A sua volta tale conflitto, viene poi alimentato
da una maggioranza congressuale che dichiara di non
esistere, ma nello stesso tempo pretende di essere presente
nei gruppi dirigenti fino all'ultima virgola percentuale.
In questo modo si spreca una grande occasione. Questo
congresso potrebbe davvero svolgere una funzione innovativa,
anche rispetto al confronto politico più generale. Il
congresso poteva approfondire e chiarire le differenze,
nell'ambito di una comune piattaforma che rivendica una
nuova politica economica e sociale. Poteva interrogare
l'organizzazione sindacale sulle proprie pratiche concrete,
sulle proprie difficoltà e crisi, sui drammatici problemi
quotidiani del mondo del lavoro. Per fare questo bisognava
saper dare la giusta dimensione a ciò che è comune, così
come a ciò che è differente. Invece questo non sta
avvenendo. Naturalmente, tutti diranno che è colpa di tutti,
però, in un congresso che si avvia con un patto tra i
segretari uscenti e nel quale, in ogni caso, c'è una
maggioranza di voti del 75 per cento sulle tesi del
segretario generale, è difficile pensare che tocchino ad
altri le responsabilità.
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