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Mantova [nostro corrispondente] - «Qui salta il rapporto con
gli iscritti uno dei fondamenti della Cgil, se non conta più
la democrazia del voto, allora cosa conta?». Conclusione
amara e dure reazioni dei sostenitori delle tesi di
Rinaldini alla fine del Congresso della Cgil lombarda. Se le
tesi per la democrazia arrivano seconde e poi nella
formazione dei gruppi dirigenti diventano terze in virtù di
un accordo pre-congressuale tra la maggioranza di Epifani e
Lavoro e Società di Patta, allora la Fiom non ci sta più.
«Quello che è accaduto - grida Maurizio Zipponi, segretario
generale Fiom Milano - è una mascalzonata perpetrata da un
ristretto gruppetto ben identificato ai danni dei lavoratori
iscritti alla Cgil».
Uniti sui contenuti, divisi sui gruppi dirigenti. Il nodo
del prossimo Congresso nazionale (1-4 marzo Rimini) viene al
pettine in quel di Mantova. Qui si gioca una sorta di
pre-congresso nazionale, non solo per i 903.054 iscritti in
Lombardia (ovvero un cittadino su 10 della Lombardia, di cui
il 40% donne e il 10% migranti), ma perché una volta
incassato il 99% di adesione al documento unitario gli
scontri sono venuti a galla e al voto, apparentemente una
questione interna alla sinistra, tra le due minoranze, in
realtà un problema reale per tutta la Cgil.
I lombardi si sono divisi sui 157 posti al comitato
direttivo regionale e sulla delegazione al congresso
nazionale (Rimini, 1-4 marzo prossimi), ma la posta in gioco
è ben più alta. La Fiom con la Camera del lavoro di Brescia
e vari spezzoni di altre categorie chiedono prevalga il
criterio una testa un voto, gli altri ribattono che dovevano
allora presentare un documento alternativo perché sapevano
dell'accordo precongressuale. Cosa vale: la democrazia
elettorale o la gestione politica dei gruppi dirigenti? Di
fronte a una platea che più volte ha invocato a piena voce
"unità unità", i dirigenti delle tre aree (maggioranza,
Lavoro e società, sostenitori degli emendamenti Rinaldini)
non hanno trovato la quadratura e si è andati al voto: 71%
alla maggioranza, 18% a Patta (rispetto al 13% nel voto
degli iscritti) 12% a Rinaldini (rispetto al 19% e 20% delle
due tesi). Franco Arrigoni, segretario generale Fiom
Lombardia, va giù pesante: «C'è la mortificazione e la
cancellazione delle regole basilari della democrazia, si è
di fatto annullato il voto dei lavoratori e qualcuno nella
nostra organizzazione ha deciso di cestinare il voto degli
iscritti e quindi di umiliarli solo per ragioni di potere».
Dino Greco Segretario generale della Camera del lavoro di
Brescia ha rifiutato di entrare nel direttivo: «C'è la
negazione assoluta del rapporto tra formazione dei gruppi
dirigenti e voto dei lavoratori, era previsto dai documenti
nazionali e congressuali, così la maggioranza che dovrebbe
garantire i pluralismi minoritari si è rafforzata rispetto
al voto espresso».
Alla fine sembrano scontenti anche gli altri. Per Onorio
Rosati, fresco segretario generale della Camera del Lavoro
di Milano, «sarà necessaria una riflessione sul carattere
unitario di questo congresso». Per Nicola Nicolosi,
segretario regionale e leader lombardo di Lavoro e Società:
«Se non siamo riusciti a trovare la giusta intesa è colpa di
tutto il gruppo dirigente, me compreso, nessuno scarica
barile, a ciascuno secondo il suo peso». Luisa Donzelli,
delegata storica del Corriere della Sera, esprime il
disappunto di molti: «Si consuma uno strappo pregiudizievole
di una strada unitaria, enfatizzata nei luoghi di lavoro
come punto di sintesi di un'organizzazione plurale e unita
che qui si fa fatica a riconoscere. Ci avevo un po' creduto,
peccato».
La parola d'ordine del congresso regionale era uguale a
quella nazionale: «Riprogettare il Paese. Lavoro, saperi,
diritti, libertà». Da lì è partito il ragionamento
conclusivo di Guglielmo Epifani, sulla necessità di un
cambiamento per il paese senza deleghe in bianco al governo
che sarà, senza politica dei due tempi, con l'abolizione
delle leggi più sbagliate, la tassazione delle rendite e
ripartendo dalla ricostruzione del rapporto tra cittadini e
istituzioni. Il segretario generale, però, non ha potuto
evitare di affrontare il "paradosso" che gli consegna il
Congresso della più grande confederazione regionale:
«Nessuno di noi è abituato a un congresso con un solo
documento e tesi diverse (prima c'era la diretta dipendenza
dai partiti, dal 1991 le mozioni contrapposte con le
percentuali di rappresentanza, ndr)». Per Epifani lo spirito
giusto per affrontare questa novità è «nessun automatismo su
delegati e numero dei seggi, abbiamo il dovere di
rappresentare tutta la Cgil; ciò può portare ad avere molti
più voti su una tesi rispetto a quanti delegati si possono
poi ottenere». Fin qui possono essere tutti d'accordo, ma
quando si ribaltano le posizioni... «Nelle difficoltà che ci
sono l'arma fondamentale è la misura e il buon senso, la
mediazione - ha concluso Epifani - quasi sempre ci siamo
riusciti, qui no, peccato, nessuno se lo merita, né i
lavoratori né noi». Epifani annuncia un impegno di tutta la
Cgil per trovare linguaggi e criteri comuni necessari per
superare i «problemi della vita organizzativa», sperando che
Mantova non sia l'antipasto di Rimini.
Più unitario il dibattito sulle questioni fuori dal
sindacato: con oltre 60mila posti di lavoro a rischio e
decine di crisi alla settimana, «la Lombardia da svariati
trimestri a questa parte ha realizzato uno sviluppo
decisamente inferiore a quello medio nazionale», ha
ricordato Susanna Camusso, rieletta segretaria generale. Il
primo antidoto: uno sciopero generale regionale a breve che
la Cgil propone a Csil e Uil.
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