Ignorato il voto degli iscritti, meno posti nei gruppi dirigenti per i sostenitori delle tesi di Rinaldini. La Fiom: una mascalzonata
Congresso Cgil, strappo in Lombardia
di Claudio Jampaglia
 

 
Mantova [nostro corrispondente] - «Qui salta il rapporto con gli iscritti uno dei fondamenti della Cgil, se non conta più la democrazia del voto, allora cosa conta?». Conclusione amara e dure reazioni dei sostenitori delle tesi di Rinaldini alla fine del Congresso della Cgil lombarda. Se le tesi per la democrazia arrivano seconde e poi nella formazione dei gruppi dirigenti diventano terze in virtù di un accordo pre-congressuale tra la maggioranza di Epifani e Lavoro e Società di Patta, allora la Fiom non ci sta più. «Quello che è accaduto - grida Maurizio Zipponi, segretario generale Fiom Milano - è una mascalzonata perpetrata da un ristretto gruppetto ben identificato ai danni dei lavoratori iscritti alla Cgil».

Uniti sui contenuti, divisi sui gruppi dirigenti. Il nodo del prossimo Congresso nazionale (1-4 marzo Rimini) viene al pettine in quel di Mantova. Qui si gioca una sorta di pre-congresso nazionale, non solo per i 903.054 iscritti in Lombardia (ovvero un cittadino su 10 della Lombardia, di cui il 40% donne e il 10% migranti), ma perché una volta incassato il 99% di adesione al documento unitario gli scontri sono venuti a galla e al voto, apparentemente una questione interna alla sinistra, tra le due minoranze, in realtà un problema reale per tutta la Cgil.

I lombardi si sono divisi sui 157 posti al comitato direttivo regionale e sulla delegazione al congresso nazionale (Rimini, 1-4 marzo prossimi), ma la posta in gioco è ben più alta. La Fiom con la Camera del lavoro di Brescia e vari spezzoni di altre categorie chiedono prevalga il criterio una testa un voto, gli altri ribattono che dovevano allora presentare un documento alternativo perché sapevano dell'accordo precongressuale. Cosa vale: la democrazia elettorale o la gestione politica dei gruppi dirigenti? Di fronte a una platea che più volte ha invocato a piena voce "unità unità", i dirigenti delle tre aree (maggioranza, Lavoro e società, sostenitori degli emendamenti Rinaldini) non hanno trovato la quadratura e si è andati al voto: 71% alla maggioranza, 18% a Patta (rispetto al 13% nel voto degli iscritti) 12% a Rinaldini (rispetto al 19% e 20% delle due tesi). Franco Arrigoni, segretario generale Fiom Lombardia, va giù pesante: «C'è la mortificazione e la cancellazione delle regole basilari della democrazia, si è di fatto annullato il voto dei lavoratori e qualcuno nella nostra organizzazione ha deciso di cestinare il voto degli iscritti e quindi di umiliarli solo per ragioni di potere». Dino Greco Segretario generale della Camera del lavoro di Brescia ha rifiutato di entrare nel direttivo: «C'è la negazione assoluta del rapporto tra formazione dei gruppi dirigenti e voto dei lavoratori, era previsto dai documenti nazionali e congressuali, così la maggioranza che dovrebbe garantire i pluralismi minoritari si è rafforzata rispetto al voto espresso».

Alla fine sembrano scontenti anche gli altri. Per Onorio Rosati, fresco segretario generale della Camera del Lavoro di Milano, «sarà necessaria una riflessione sul carattere unitario di questo congresso». Per Nicola Nicolosi, segretario regionale e leader lombardo di Lavoro e Società: «Se non siamo riusciti a trovare la giusta intesa è colpa di tutto il gruppo dirigente, me compreso, nessuno scarica barile, a ciascuno secondo il suo peso». Luisa Donzelli, delegata storica del Corriere della Sera, esprime il disappunto di molti: «Si consuma uno strappo pregiudizievole di una strada unitaria, enfatizzata nei luoghi di lavoro come punto di sintesi di un'organizzazione plurale e unita che qui si fa fatica a riconoscere. Ci avevo un po' creduto, peccato».

La parola d'ordine del congresso regionale era uguale a quella nazionale: «Riprogettare il Paese. Lavoro, saperi, diritti, libertà». Da lì è partito il ragionamento conclusivo di Guglielmo Epifani, sulla necessità di un cambiamento per il paese senza deleghe in bianco al governo che sarà, senza politica dei due tempi, con l'abolizione delle leggi più sbagliate, la tassazione delle rendite e ripartendo dalla ricostruzione del rapporto tra cittadini e istituzioni. Il segretario generale, però, non ha potuto evitare di affrontare il "paradosso" che gli consegna il Congresso della più grande confederazione regionale: «Nessuno di noi è abituato a un congresso con un solo documento e tesi diverse (prima c'era la diretta dipendenza dai partiti, dal 1991 le mozioni contrapposte con le percentuali di rappresentanza, ndr)». Per Epifani lo spirito giusto per affrontare questa novità è «nessun automatismo su delegati e numero dei seggi, abbiamo il dovere di rappresentare tutta la Cgil; ciò può portare ad avere molti più voti su una tesi rispetto a quanti delegati si possono poi ottenere». Fin qui possono essere tutti d'accordo, ma quando si ribaltano le posizioni... «Nelle difficoltà che ci sono l'arma fondamentale è la misura e il buon senso, la mediazione - ha concluso Epifani - quasi sempre ci siamo riusciti, qui no, peccato, nessuno se lo merita, né i lavoratori né noi». Epifani annuncia un impegno di tutta la Cgil per trovare linguaggi e criteri comuni necessari per superare i «problemi della vita organizzativa», sperando che Mantova non sia l'antipasto di Rimini.

Più unitario il dibattito sulle questioni fuori dal sindacato: con oltre 60mila posti di lavoro a rischio e decine di crisi alla settimana, «la Lombardia da svariati trimestri a questa parte ha realizzato uno sviluppo decisamente inferiore a quello medio nazionale», ha ricordato Susanna Camusso, rieletta segretaria generale. Il primo antidoto: uno sciopero generale regionale a breve che la Cgil propone a Csil e Uil.