Scalate finanziare

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Keoma - Tre scalate, un'unico regista

Giulietto chiesa - Unipol, il nodo venuto al pettine.
 


di Keoma - articolo, pubblicato da www.bellaciao.org/it

TRE SCALATE - UN'UNICO REGISTA


E’ inutile girarci intorno, siamo di fronte al terzo (in ordine temporale) scandalo bancario nella storia della Repubblica: dopo la Banca Privata di Michele Sindona e il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, adesso anche la Banca Popolare Italiana, ex Lodi, entra a far parte della terribile casistica.
Per ora il “salvataggio” della Bpi ha assunto caratteristiche solo manageriali - l’arrivo di Divo Gronchi alla guida della banca, al posto di Gianpiero Fiorani - ma appena sarà finita la buriana giudiziaria, ci si dovrà occupare della sua sistemazione anche dal punto di vista proprietario.

Capisco che questo giudizio possa sembrare brutale, ma purtroppo quando, al di là delle perdite registrate dal gruppo bancario lodigiano, si inficia il rapporto fiduciario che lega il correntista che affida i propri risparmi con la banca che li accoglie e li gestisce - come è nel caso specifico, visto che Fiorani è reo confesso di aver prelevato denaro direttamente dai depositi - altro non può definirsi che uno scandalo bancario.  E, si badi bene, si tratta della cosa peggiore che possa capitare in un sistema economico, perchè proprio su quella fiducia si basano le fondamenta del sistema stesso (non a caso in tutto il mondo le autorità monetarie e politiche cercano in tutti i modi di evitare il fallimento degli istituti di credito).
Naturalmente, tutto sarebbe decisamente meno significativo se fossimo di fronte ad un puro e semplice caso di arricchimento personale.  Invece è del tutto evidente (ma lo era anche prima del precipitare delle cose) che la doppia opa su Antonveneta e BNL e il maldestro tentativo di scalata al Corriere fanno parte di un disegno organico - la cui mente non può essere quella del furbastro ma modesto ragioniere di Lodi - destinato a creare un vero e proprio sistema di potere (come fu per Sindona e Calvi).

Attenzione, qui è bene chiarire subito che sarebbe un errore correre troppo con la fantasia: non siamo di fronte alle sofisticate architetture di Enrico Cuccia, ma molto più modestamente a “furbetti” che, intravisti gli spazi di potere vuoti aperti dalla crisi del vecchio establishment creato da e intorno a Mediobanca, hanno pensato bene di riempirli. L’idea, visto che i segni evidenti della crisi del “salotto buono” risalgono alla fine degli anni Novanta, non nasce certo con queste ultime operazioni. Ma il “concerto” sì.
In precedenza, Fiorani aveva speso cinque anni per creare un gruppo creditizio di dimensioni nazionali, assemblando nientemeno che 21 banche, stringendo alleanze e cercando coperture politico-istituzionali, a cominciare da quella ormai stranota con il Governatore della Banca d’Italia. L’alleanza più importante è quella con Chicco Gnutti, che gli porta in dote anche il rapporto con la Unipol di Giovanni Consorte.
La cosa è importante sia perchè il patron della Hopa ha la testa fina (vedi Telecom), sia perchè via Consorte si arriva a costituire a sinistra il pendant di quelle coperture politiche che Fiorani era stato capace di costruirsi a destra (prima con Berlusconi via Ubaldo Livolsi e via lo stesso Gnutti, che vanta tra i suoi soci la Fininvest, poi con la Lega).
Una rete che prima si muove su Antonveneta (l’operazione parte sei mesi prima del lancio dell’opa) e che poi si butta su Bnl dopo la decisione di Francesco Gaetano Caltagirone di uscire da una partita che non era più quella  operazione di mercato che aveva pensato.
Una doppia opa a regia unica cui si aggiunge, non senza qualche tratto folkloristico, la scalata alla Rcs (l’opa più preannunciata e mai lanciata della storia) della new entry Stefano Ricucci.
Ma il mix tra sottovalutazione degli ex “poteri forti” - che sono deboli e divisi, ma non fino al punto di farsi fregare da quattro presuntuosi arroganti - e la sopravvalutazione del peso reale delle coperture politico- istituzionali - Fazio era già azzoppato, Berlusconi li ha benedetti ma non si è speso, mentre la guerra sorda dentro i Ds e più in generale nel centro-sinistra ha reso fragile quella sponda (ha fatto sì che il “grande disegno” s’infrangesse miseramente contro la saldatura (momentanea) di interessi avversi, dal patto di sindacato del Corriere della Sera alla magistratura milanese) vogliosa di riconquistare il centro del ring passando per capitali stranieri ben rappresentati a Bruxelles.
Se questo è lo scenario, denunciare la dimensione sistemica del fenomeno che tiene “banco” nella cronaca di questi giorni non significa né sottovalutare i meccanismi perversi dell’orologio giudiziario che sta scandendo l’inchiesta milanese - identici, per tempi, modi e logiche, della stagione di Mani Pulite: basti pensare all’arresto “postumo” di Fiorani - né, tantomeno, alimentare la voglia di gogna che sempre emerge in questi casi. 
Ma proprio per evitare che il recente passato ritorni - il Paese, già in pieno declino, non sopporterebbe una nuova stagione giudiziaria - occorre avere piena consapevolezza della portata strutturale della questione. La quale, contrariamente agli strali alzati dal solito rito della indignazione collettiva che si recita in situazioni come queste, non riguarda la portata del caso in sé - e neppure suoi eventuali sviluppi ulteriori, che peraltro appaiono piuttosto probabili - quanto, invece, le conseguenze “politiche” che esso è destinato a generare.
E non mi riferisco ai “soldi ai politici”, che è la morbosità di queste ore (destinata ad essere delusa: scommetto che i nomi saranno di secondo piano). Parlo di almeno tre grandi deficit che finiranno per spingere ancora più alla deriva il Paese: l’impossibilità che si crei un nuovo establishment economico-finanziario, e con esso assetti diversi del nostro capitalismo; la riduzione delle chances, già scarse, che si metta mano ad un progetto-paese il cui fulcro sia un nuovo modello di sviluppo; il crollo “sanguinoso” del bipolarismo.
Insomma, il problema non è che potere economico e potere politico si siano ancora una volta incrociati - qui ha ragione Giuliano Ferrara: è fisiologico, e chi dice il contrario o è sciocco o è ipocrita - ma sta nel valore (infimo) dei protagonisti, nel comportamento (autolesionista) di Bankitalia, e soprattutto nel vuoto pneumatico della Politica.
Sì, credo proprio che attraverso questa vicenda si scriverà il certificato di morte della Seconda Repubblica - ed è un bene - ma che, ancora una volta a dettarlo sarà la magistratura, come nel 1992-1994, e che il Paese faticherà più di quanto già non sia a trovare il bandolo della matassa del declino economico e della crisi del sistema politico.
Alle porte bussa una campagna elettorale che solo formalmente contrapporrà le due coalizioni del nostro sgangherato bipolarismo, ma che in realtà sarà una guerra fratricida dentro i poli, come le polemiche su Unipol fanno presagire a sinistra ma che le confessioni di Fiorani dal carcere possono sicuramente aprire anche a destra.
Evito di stilare la lista delle responsabilità, ora non serve. Spero solo che chi ha ancora un briciola di cervello lo usi.  Ma, confesso, è una speranza assai flebile.


Di : keoma
venerdì 23 dicembre 2005

 

Unipol: il nodo venuto al pettine - 18-1-06

di Giulietto Chiesa - dal mensile Galatea


Si sono autoassolti tutti, i DS, all'unanimità, perchè - si direbbe, o almeno così hanno detto loro - il fatto non costituisce reato. E, infatti, a  quanto se ne sa al momento, non c'è stato reato. Giovanni Consorte e il fido  Sacchetti hanno tentato una scalata bancaria e loro hanno fatto il tifo.  Punto e basta. Che c'è di male? Niente se D'Alema e Fassino fossero dei  banchieri. Sfortunatamente per la sinistra , e per il centro-sinistra, non  lo erano e non lo sono.
In altri termini è vero fino a prova contraria che il fatto non costituisce reato, ma potrebbe essere un misfatto. Ed è anche vero che non tutti i  misfatti sono reati. Ma se è stato un misfatto non si può essere assolti, o  autoassolversi, politicamente, perchè politicamente esso resta tale.
E il misfatto cui assistiamo ormai da anni - e che ora è venuto al pettine - è la perdita progressiva dell'insediamento popolare, della rappresentanza  storica che i DS impersonavano. E' andata perduta, irrimediabilmente, irreversibilmente, la diversità berlingueriana, ed è stata imboccata una  china il cui punto terminale non è ancora stato raggiunto, ma di cui alcune  tappe, alcune pietre miliari sono già state segnate e compiute, tra cui - eminente per la sua sesquipedale evidenza - la piena e totale riabilitazione di Bettino Craxi.
Non è un incidente di percorso, del resto. Si scivola in giù non perchè trascinati da una qualche forza di gravità inesorabile. Si usano, al contrario, le racchette, si spinge. Sono anni che questo slalom è in corso, sempre più veloce. L'unico rallentamento, ogni tanto, è rappresentato dalla necessità di non perdere del tutto il contatto con il proprio elettorato, che non riesce a capacitarsi della deriva, non se la sa spiegare, ma non sa  neppure rinunciare alla propria storia, e quindi non può credere di essere stato abbandonato. Questione di generazione e di vischiosità della storia. 
Naturalmente le generazioni passano e si succedono, gli anziani se ne vanno a miglior vita, e sono quelli che reggono le bandiere, finchè possono. Ai giovani non si ha più niente da dire, da proporre, e quindi non vengono. Il saldo netto è sempre negativo. Ma non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, o come si dice a Genova, "nu se pò sciurbì e sciuscià intu mèshimu tempu", non si può espirare e aspirare nello stesso tempo.
Loro lo sanno, perchè sono abbastanza scafati da rendersene conto, e indorano le pillole. E va detto che sono riusciti a contenere entro limiti  accettabili l'emorragia elettorale. Così come sono riusciti a traghettare,  seppure con fatica, una parte del loro elettorato là dove il coro dei  revisionisti storici, capitanati da Paolo Mieli, Barbara Spinelli e Giuliano  Ferrara, li spingeva.
Così tra scarpe da due milioni di vecchie lire, e leggi che introducono il precariato di massa, e barche in leasing, e telefonate e incontri con i vari Colaninno, Gnutti, e consorterie varie ed eventuali, sperando che altre registrazioni non vengano fuori col contagocce, o magari tutte insieme a  dieci giorni dal voto, non si può poi pretendere che funzioni l'ancoraggio morale con la sensibilità dei propri elettori.
Come scriveva quel geniale matusalemme di Carlo Marx, l'uomo è il punto d'intersezione dei suoi rapporti sociali. Che è una versione epica del buon vecchio proverbio secondo cui "dimmi con chi vai e ti dirò chi sei". E  allora se dialoghi nei modi che adesso sappiamo, in piccola parte, con l'amico degli amici dei furbetti del quartiere, e anche, direttamente, proprio con i furbetti del quartiere, allora non puoi pretendere di rappresentare quella grande parte della società italiana che vive con 1200 euro al mese, più o meno.
Non è che li si vuole poveri e vestiti col saio, questi leader. E nemmeno l'elogio del pauperismo. Basterebbe che sapessero quanto costa al mercato un  chilo di cavoli e un etto di salame, o l'affitto di una casa. Perchè se lo sapessero non andrebbero nel salotto di Vespa a parlare con i lanzichenecchi che hanno occupato il potere come se fossero dei gentiluomini con cui si può trattare un'intesa che garantisca la convivenza civile.
Tutti capiscono che è un dialogo impossibile, che non porterà a nulla se non alla delegittimazione della sinistra: tutti tranne loro. Ma questo è solo il punto terminale di una lunga scivolata. Cominciata  quando si decise, cioè decisero loro, che il partito pesante non serviva più, e che andava sostituito con quello leggero, altrimenti detto "d'opinione". Il crollo del comunismo sovietico li aveva sorpresi, folgorati sulla via di Damasco, e decisero che bisognava andare a Washington, anzi a Londra, da Clinton e da Tony. Furono loro, per primi a tirare fuori l'idea  del partito democratico, tanto per imitare il modello americano di bipartitismo perfetto, costituito - come ha ben spiegato Gore Vidal - da due ali, entrambe destre.
Furono loro a tirare fuori il sistema maggioritario, che avrebbe dovuto consentire la modernizzazione e la governabilità di cui tanto aveva parlato il defunto in odore di santità tardiva Bettino Craxi. Tutto ciò - passando per la splendida trovata dei "ragazzi di Salò", del grande Luciano Violante - senza darsi conto che nelle nuove condizioni  sarebbe stata la televisione a decidere "l'opinione" dei più. E senza avere ben realizzato che proprio il loro nuovo punto di riferimento ideale, cioè  Bettino Craxi, aveva qualche tempo addietro regalato le televisioni a Berlusconi. Per cui la massima di Platone secondo cui "i pochi controllano i  molti attraverso l'opinione" sarebbe stata applicata non da loro ma da  Berlusconi.
Di conseguenza, poichè una ciliegia tira l'altra, si trovarono a non avere più i soldi per fare andare avanti un grande partito e neanche avendo più le televisioni di stato, che avevano conquistato con orgogliosa baldanza,  infarcendole di clienti del nemico nella speranza di conquistare il centro. I clienti del nemico hanno fatto i clienti del nemico e loro si sono trovati  a fare gli ospiti nel salotto di Vespa, cioè a fare gli attori nelle soap opera dell'avversario.
Conclusione provvisoria: diventava inevitabile fare patti per avere soldi e garantirsi spazi nell'universo televisivo. Che è esattamente quello che è avvenuto. Una volta capito questo insieme di dettagli, diventa  improvvisamente chiaro perchè Fassino va alle manifestazioni "unitarie" in Piazza del Campidoglio, insieme a Fini, e a Sandro Bondi. O si siede allo  stesso tavolo con Berlusconi per salvare gli ostaggi in Irak, o pencola non sapendo che dire circa i motivi della guerra afghana, e poi l'appoggia, ma  si trova in difficoltà con la guerra irachena, sebbene tutto sia chiaro fin dall'inizio: che era tutta una bufala colossale inventata da Dick Cheney, e  Osama bin Laden più o meno come l'11 di settembre del 2001.

Se ci aggiungi l'inciucio dell'elezione del Consiglio di Amministrazione della Rai, realizzato con la visita di Petruccioli, presidente allora della Commissione Parlamentare di Vigilanza, nella residenza privata del capo del  Governo e padrone della concorrenza, da cui Petruccioli esce insignito della carica di presidente della Rai, si può immaginare, sebbene con qualche repulsione (perchè il troppo è troppo), la quantità di patti bipartisan che  sono stati siglati all'insaputa del colto e dell'inclita in questi anni.
Nessuno stupore, dunque, se la capacità e la voglia di mobilitazione di questo centro-sinistra è così scarsa e assente. Basti vedere come tutte le sue componenti si siano dimostrate incapaci di gestire perfino la raccolta  delle firme per il referendum che - si spera ancora - dovrebbe abrogare la demolizione della Costituzione repubblicana. I lanzichenecchi ci stanno portando via la democrazia, nientepopodimeno, e l'opposizione - che ha regalato loro la schiacciante maggioranza nelle due Camere - non è nemmeno capace di sollevare le piazze per impedire il martirio della Costituzione.
Che altra prova occorre per completare la dimostrazione scientifica che questa classe politica ha ormai raggiunto lo stato fisico caratteristico dell'oligarchia? Cioè di un gruppo definito di persone che, a prescindere da  cosa li divide, sono accomunate dalla cura di impedire alla gente che le ha elette di ficcare il naso negli affari loro, cioè negli affari pubblici.
Ma la crisi italiana ha galoppato comunque, nonostante l'oligarchia bipartisan. Siamo al si salvi chi può e i patti, più o meno segreti, stanno  saltando ad uno ad uno. Se Berlusconi perde è chiaro che la famosa Casa delle Libertà si scioglierà come neve al sole. Malignamente qualcuno che scritto che a Forza Italia succederà Forza Milan e la vecchia Democrazia Cristiana suonerà le trombe dell'adunata richiamando le truppe cammellate  che si erano disperse provvisoriamente nei due campi. Alle quali si aggiungerà il neo democristiano Rutelli, sotto le stesse bandiere di Casini, Follini, Mastella and company. Una previsione attendibile è che, cioè, anche  il centro sinistra avrà vita breve, nella sua attuale forma, dopo la fine  del "nemico", cioè con il tramonto dell'equivoco rappresentato da  Berlusconi.
En attendant le ulteriori, possibili, anzi probabili, registrazioni telefoniche di questo e di quello, senza alcuna speranza che questo o quello dei leader DS si dimetta prima dell'arrivo della bufera, non ci resta che  attendere l'uscita dei conigli ancora sconosciuti che Silvio Berlusconi - che non intende arrendersi - dichiara di avere nel suo cappello a cilindro.
L'avanspettacolo della politica italiana continua. Non per niente lui intratteneva gli ospiti sulle navi da crociera.

di Giulietto Chiesa
dal mensile Galatea