| Montezemolo scopre la lotta alla
rendita |
| di Giorgio Cremaschi |
Con il suo articolo di fine anno, il
presidente della Confindustria ha posto se stesso e la sua
associazione al centro dell’offensiva per affermare il
valore etico del capitalismo liberista, contrapposto alla
politica, alle corporazioni, agli scalatori. Pochi giorni fa
il vice direttore del "Corriere" aveva così efficacemente
sintetizzato le vicende della Banca d’Italia: "Fazio è
caduto perché ha creduto di poter fermare il vento della
globalizzazione con le mani di Giampiero Fiorani".
Da un lato dunque l’inarrestabile marcia del progresso,
guidato dalla forza del mercato globalizzato, dall’altro le
resistenze più o meno lecite delle forze del passato, del
provincialismo e delle corporazioni? Non pare proprio così.
Se ancora una volta, posti di fronte ai guidici ex potenti
improvvisamente svelano di quante piccole e grandi miserie
sia costellata la loro ascesa. Se ancora una volta, come
durante Tangentopoli, si scoprono piccole e grandi
meschinità, portate all’udibrio della pubblica opinione, nei
nuovi ricchi precipitati nella polvere. Se così emerge e si
sottolinea un lato ignobile del capitalismo, per affermarne
all’opposto uno etico, bene è proprio quest’ultimo che non
si capisce bene dove sia, chi davvero lo interpreti, cosa
produca.
Saranno le multinazionali bancarie, alla fine di bancopoli,
a trovare il modo di sistemarsi e sistemare la propria
posizione, in accordo con i poteri più antichi. Così come
nel passato è avvenuto con le multinazionali dell’industria
e dei servizi. Ma tutto questo non cambierà certo la qualità
dello sviluppo del nostro paese. Da anni il nostro
capitalismo è percorso dal conflitto tra più antichi poteri
e nuove cordate, ma alla fine di questi conflitti non ci
sono mai state innovazione e progresso.
Nel passato si trattava di scegliere quale settore
privilegiare, quali prodotti lanciare e quali abbandonare,
quali mercati invadere e quali lasciar deperire. Qui oggi
però, siamo di fronte ad altro. Dalla fine degli anni
Settanta i grandi scontri del capitalismo italiano sono
sempre stati su chi comanda sul piano politico e
finanziario. Questi scontri non hanno mai portato a nulla di
positivo. Non c’erano reali diversità di progetti
industriali né dal lato dei perdenti, che si sono rinnovati
periodicamente, né da quello dei vincenti, che sono sempre
gli stessi. Qui c’è il grande trasformismo del gruppo di
comando del capitalismo italiano. Cambiare bandiera, dal
protezionismo al liberismo, dalla difesa dell’italianità al
rapporto privilegiato con le multinazionali, dall’industria
ai servizi, con gli stessi sempre al comando. La Fiat
rappresenta plasticamente questa evoluzione. Negli anni
Ottanta sconfitti il sindacato e i lavoratori, la Fiat si
batté con successo contro la cessione dell’Alfa Romeo alla
Ford, nel nome degli interessi industriali nazionali. Negli
anni ’90 essa distolse dall’auto e dall’industria ingenti
capitali che furono investiti nelle telecomunicazioni, nelle
banche, nella speculazione finanziaria. A causa di queste
scelte il gruppo precipitò nel disastro, da cui fu salvato,
come ha ricordato Sergio Cusani sul "Sole 24 Ore" da un
intervento concertato delle banche unico nella sua specie,
peraltro negato a Gardini e al gruppo Ferruzzi.
Ora il presidente della Fiat e della Confindustria sostiene
gli interessi dell’industria contro quelli della
speculazione finanziaria e, senza però confliggere con le
banche, allude alla necessità di lottare contro la rendita.
Però tra i principali sponsor del nuovo corso della
Confindustria stanno famiglie industriali come Benetton, che
hanno smantellato la produzione tessile per investire nelle
autostrade e negli autogrill.
Le vicende del capitalismo italiano di questi vent’anni non
hanno presentato mai sul campo buoni e cattivi, ma solo
cattivi e pessimi. Gli scalatori perdenti di questi giorni
sono probabilmente tra questi ultimi, ma in fondo sono
finiti tra questi ultimi, ma in fondo vi sono stati un po’
costretti. In un libero mercato brutalmente esposto alla
globalizzazione, qual è il nostro, un po’ tutto è in vendita
e allora che cosa si vuole comprare prima di tutto? Ciò che
rende guadagni sicuri, quali telefoni, autostrade, banche e
chi compra? O chi è più potente, o chi è più spregiudicato.
Non ci avevano forse spiegato che la forza del capitalismo
liberista è proprio quella di permettere a chiunque di
provare a diventare ricco e potente? Allora sono proprio gli
scalatori dal basso coloro che più hanno praticato la
modernità del liberismo. Del resto come è stata comprata la
Telecom e tanti altre aziende privatizzate? Con i loro
stessi soldi. Gli acquirenti hanno potuto acquistare la
maggioranza delle azioni, facendosi prestare i soldi, e
restituendoli poi con i profitti delle società comprate.
Anche gli scalatori di Antonveneta e della Bnl hanno provato
la stessa strada e il fatto che siano incorsi
nell’intervento della magistratura, non cambia la sostanza.
L’affermazione del capitalismo finanziario, la
liberalizzazione del mercato dei capitali, traducono in
tutto il mondo le scalate fatte con amicizie, accordi,
intrighi. Lo scandalo Cirio e quello Parmalat sono solo la
ripetizione di quello Enron avvenuto negli Usa. Tutto il
mondo è paese. Il capitalismo etico del presidente della
Confindustria è semplicemente lo stile dei vincenti di
sempre. Del resto l’etica non centra nulla con il rispetto
delle leggi, che dovrebbe essere un atto dovuto. Si potrebbe
cominciare a parlare di etica andando oltre il puro rispetto
delle regole del mercato. Giancarlo Pajetta disse una volta
che conosceva un solo imprenditore eticamente illuminato,
Olivetti, ma che era fallito. Certo, comportamenti etici nel
mondo delle imprese di oggi dovrebbero voler dire rinunciare
a facili guadagni per salvare posti di lavoro, investire i
soldi nella ricerca invece che nella finanza, non
delocalizzare le aziende per inseguire il supersfruttamento
del lavoro. Ma questo non lo fa nessuno.
La verità è che si vogliono affermare come etici
semplicemente gli interessi della globalizzazione, interessi
dietro i quali ci sono poteri più forti e consolidati, che
non hanno bisogno di ricorrere ai mezzucci degli scalatori.
Oggi sono proprio questi poteri a scatenare una brutale
offensiva contro la sinistra riformista e i Ds in
particolare. Questi ultimi evidentemente non hanno appreso
fino in fondo la lezione di quanto avvenuto a Bettino Craxi.
Nel nostro Paese tutti i tentativi della sinistra di
conquistare potere facendosi alfiere del capitalismo e del
liberismo, sono finiti in un disastro. L’idea di competere
con i poteri forti del capitalismo nel nome del libero
mercato, delle liberalizzazioni, dei capitani coraggiosi, ha
portato e porta alle sconfitte e all’isolamento. E’
paradossale che solo ora, il gruppo dirigente dei Ds scopra
lo spirito anticomunista di certe campagne. Da noi il
capitalismo liberista ha sempre affermato il privilegio di
pochi e non ha mai svolto una funzione di sviluppo. Per
questo più che preoccuparsi del conflitto tra antiche
famiglie e nuovi scalatori, più che inseguire l’utopia del
capitalismo etico, che, come è l’araba fenice, tutta la
sinistra dovrebbe riscoprire l’indipendenza della politica
dal mercato e, conseguentemente, ripristinare regole,
diritti, poteri, programmi pubblici.
Il presidente della Confindustria ha lamentato come limite
alla crescita il persistere dei monopoli e delle proprietà
degli enti pubblici. E’ vero il contrario, l’Italia delle
partecipazioni statali e della programmazione industriale è
quella che è più cresciuta nella storia del nostro paese,
quella delle privatizzazioni si è invece fermata. Per cui se
si vuol davvero trarre una lezione da bancopoli si cominci a
perseguire l’interesse pubblico dei cittadini contro quello
del mercato e di coloro che lo comandano, che poi sono
sempre gli stessi.
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| 28 dicembre 2005 |
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