----------- BUON ANNO. O NO? --------------------- /x-tad-bigger>Da qualche giorno è uscita la prima bozza del gruppo di lavoro Scuola per il programma dell'Unione. Tentiamo un'analisi puntuale di questo documento. -------------------- L'ampio fronte che non ha condiviso le riforme della Moratti potrebbe essere collocato, per posizioni politiche, lungo un segmento. Ad un estremo possiamo individuare coloro che, pur in dissenso con le scelte della Moratti, condividono molti aspetti delle sue riforme, e per questo sono allergici al sentir parlare di "abrogazione": vogliono limitarsi a emendare qua e là. Sappiamo che in quell'estremo si ritrovano alcuni esponenti della Margherita e dei Ds e la gran parte dei dirigenti scolastici. Il documento da loro diffuso su Scuolaoggi qualche settimana fa (http://www.scuolaoggi.org/index.php?action=detail&artid=2534) costituisce un buon campionario di quelle idee, se tali possono essere definite. Si tratta di un documento che parla della scuola riuscendo nella prodigiosa impresa di arrivare a NON citare nemmeno una volta i termini "bambini", "adolescenti", "studenti" e persino "utenti". Un documento intellettualmente povero e politicamente disastrato che ha per unico scopo proporre la corporazione dei dirigenti scolastici come interlocutrice previlegiatia dell'Unione. All'altro estremo c'è la proposta di legge del movimento (http://www.leggepopolare.it), per il quale lo scrivente parteggia e che oggi è sostenuta dalla gran parte dei comitati che hanno costruito la resistenza alla Moratti. Questa legge non si propone solo di abrogare ogni atto della ministra, ma anche di modificare largamente l'esistente nella direzione opposta a quella intrapresa dalla ministra. Bene, da qualche giorno è uscita la prima bozza del gruppo di lavoro Scuola, Università e Ricerca per il programma dell'Unione (http://www.comune.bologna.it/iperbole/coscost/newsita/programma_unione.pdf). In quale punto del segmento si situa la bozza dell'Unione? Vediamo, punto per punto. I SOGGETTI Nell'Unione c'è gente che pensa alla scuola come uno strumento per far sì che l'azienda Italia vinca la sua battaglia economica nella competizione mondiale contro le altre potenze. Abbiamo cercato di spiegare che per fare una buona scuola si deve partire dai bisogni dei bambini e degli adolescenti e che si può essere molto competitivi ma con una infanzia infelice, basti pensare al Giappone e al suo straripante potere economico, ma che va di pari passi col record mondiale dei suicidi scolastici. Nella bozza qualche scivolata economicista qua e là si trova, ma nel suo insieme non si può fare a meno di notare una secca sottolineatura della scuola come luogo di vita di persone, da valorizzare perché cosa importante in sé. Siccome siamo tipi concreti, però, delle petizioni di principio non ci accontentiamo e allora scendiamo nei dettagli. L'AUTONOMIA SCOLASTICA In tutto il documento si parla abbondantemente di autonomia scolastica. L'"autonomia" è diventata una di quelle parole che non stanno su da sole: hanno sempre bisogno di aggettivi ed esplicazioni, e possono essere stiracchiate di qua e di là. I dirigenti scolastici, di "autonomia", la loro, ne vogliono di più perché puntano ad alllargare il proprio straripante potere; gli insegnanti sono perplessi: l'unico cambiamento visibile di cui si sono accorti da quando è stata introdotta l'autonomia è un aumento esponenziale del potere dirigenziale, che non sempre brilla per competenza e senso della misura; i genitori non sanno che dire: negli organismi di circolo e di istituto delle scuole "autonome" contano meno di prima, dato che non riescono davvero a monitorare i bilanci; l'apparato amministrativo delle scuole del resto subisce da anni un supersfruttamento strutturale dato dal passaggio delle competenze dai provveditorati alle scuole, senza aumento di personale. Coloro che ancora credono all'autonomia scolastica immaginano che grazie ad essa si sia potuto dar vita a sperimentazioni didattiche altrimenti impossibili con il "centralismo ministeriale": degli insuccessi su questo piano ve ne sono stati molti, forse anche qualche successo, ma degli uni e degli altri ben pochi sanno dire qualcosa. E' proprio il meccanismo dell'autonomia che, isolando ogni scuola dalle altre, non consente di generalizzare i successi di progettazioni innovative e di ragionare sugli insuccessi. Penso che si dovrebbe cominciare coraggiosamente a demolire il feticcio "autonomia" che impedisce di parlare del merito delle cose. Che "versione" dà dell'autonomia la bozza dell'Unione? Essa afferma che "va affidata alle scuole la responsabilità di integrare una quota flessibile dell’orario (15% -20%) con la quota obbligatoria definita a livello nazionale". L'attuale normativa prevede già, anche se in modo piuttosto confuso e con diverse limitazioni, la possibilità di agire sul 15% del monte orario e varie scuole hanno utilizzato questa possibilità per variare la propria offerta formativa, promuovere progetti, ecc. In realtà quello che andrebbe superato è proprio il carattere "autonomo" di queste sperimentazioni. Alle scuole dovrebbe essere possibile promuovere dei progetti di sperimentazione didattica, ma con un meccanismo di relazione stretta con organismi ministeriali o territoriali che monitorizzino queste esperienze, le seguano e le generalizzino proponendole anche ad altre scuole, nel caso abbiano funzionato. La didattica, e il dibattito pedagogico che ne consegue, non è cosa da confinare dentro le mura di una scuola "autonoma": al contrario, tutte le esperienze devono servire ad alimentare il dibattito nazionale sugli strumenti dell'insegnare. Nella bozza inoltre manca un chiaro bilancio della dirigenza scolastica, sottoprodotto dell'autonomia, in assoluto la componente più inadeguata ad affrontare i problemi della scuola oggi. Salvo qualche eccezione, il dirigente non è una risorsa, ma un problema in più che i docenti impegnati a fare una buona scuola si trovano a dover "gestire", insieme alla burocrazia, i tagli, la Moratti, ecc. Occorre anche dire, del resto, che nella bozza non si trovano reali concessioni alle richieste della dirigenza. Il sopracitato documento dei dirigenti scolastici apparso su scuolaoggi era pervaso dall'ossessione di proporsi come corporazione in grado non solo di governare la "propria" scuola, ma "la scuola", attraverso la costituzione di organismi territoriali di governo delle scuole. In conclusione riguardo all'"autonomia" la bozza non è chiara, e di chiarezza invece vi sarebbe bisogno. ORGANICO FUNZIONALE Se si parla troppo di "autonomia" delle scuole, fatalmente, si finisce per parlare molto poco dei "diritti" dei bambini, che sono gli stessi sia che capitino in una scuola "autonoma" o in un'altra. L'alternativa concettuale tra autonomia e diritti viene fuori molto bene quando si parla di "organico funzionale". La bozza dell'Unione dice: "vanno definiti gli organici funzionali per tutti gli ordini e i gradi di scuola e le risorse finanziarie necessarie, debitamente ponderate, da garantire ai bilanci degli istituti per la loro specifica progettazione curricolare". Anche la nostra legge di iniziativa popolare chiede molto più organico nelle scuole, però: attenzione! Noi chiediamo che alle scuole siano assegnati dei docenti in più in maniera automatica allo scattare di una serie di bisogni che partano dagli alunni. In parole povere: pensiamo che alle scuole dove vi è una forte componente di studenti stranieri, ad esempio, debbano essere assegnati docenti in più in misura proporzionale al numero di ragazzi che necessitano di prima alfabetizzazione. E lo stesso dovrebbe accadere nelle scuole di zone "difficili" dove è necessario un sostegno al successo scolastico, ecc. L'"organico funzionale" invece è una cosa della vecchia impostazione berlingueriana e che più o meno suona così: ogni scuola dispone di qualche insegnante in più oltre al suo organico in modo che la scuola "autonoma" possa decidere il loro utilizzo; dato lo strapotere della dirigenza fatalmente essi sono destinati a divenire figure di staff a disposizione del dirigente, quadri intermedi tra la dirigenza e la massa dei docenti. La scuola non ha bisogno di figure che sono già apparse nel periodo d'oro del berlinguerismo, colleghi forniti di distacchi e dei quali pochi riuscivano a comprendere che diavolo stessero fare a scuola a parte passare una disdicevole quantità di tempo nella stanza del dirigente. L'organico funzionale diverrebbe di nuovo, come lo è stato in passato, uno strumento di divisione dei docenti e terreno di rancori permanenti, dato che si dovrebbe decidere continuamente se trasformarlo in "staff" o in sostegno diretto alla didattica delle classi. Con l'inevitabile quadretto della corsa al distacco da parte di colleghi stanchi di insegnare, ma prontissimi a fare da comandanti a quelli che trottano. Una scuola "autonoma" potrebbe decidere ad esempio di collocare la propria risorsa in più, tanto per fare un esempio, nell'organizzazione di corsi postdiploma o nella pubblicità dell'istituto per guadagnare iscritti: è possibile con l'organico funzionale. Ma non sarebbe possibile con l'impostazione che abbiamo dato con la nostra legge di iniziativa popolare, dove l'organico in più scatterebbe all'emergere di un determinato numero di studenti in difficoltà e il lavoro dovrebbe chiaramente spendersi nel sostegno diretto ai ragazzi. Per questo l'organico aggiuntivo dovrebbe essere assegnato alle scuole esclusivamente in relazione diretta con bisogni comprovati degli studenti, e per attività in classe. In conclusione: su questo punto la bozza dell'Unione è pericolosa, sul terreno didattico e su quello sindacale. STRANIERI Nella bozza dell'Unione c'è scritto che nei confronti dei piccoli stranieri "la scuola deve essere in grado di garantire l’apprendimento della lingua italiana, curando che non si perdano le lingue e le culture originarie". Non c'è dubbio: un bel salto qualitativo rispetto a quel che ci ha abituato la Moratti della seconda lingua "comunitaria" e della storia che inizia e finisce in Europa. Ma. Però. Non si è capito bene come verrà concretizzato tutto ciò. Se non ci si limita alle parole la traduzione pratica delle affermazioni di cui sopra è un bel mucchietto di soldi, dato che per insegnare l'italiano e non far perdere le lingue di orgine, ci vuole gente che insegni tutte queste cose. Quindi: investimenti e organici. A tal proposito nella bozza dobbiamo accontentarci di una mezza righetta: "Tali obiettivi necessitano di un forte impegno", senza nemmeno un accenno all'esperienza (da ripristinare, pensiamo) dei progetti interculturali che nel milanese avevano visto l'attivazione di molti distacchi sull'alfabetizzazione. Conclusione: impostazione ottima. Traduzione pratica: oltremodo deficitaria. SOLDI La bozza dell'Unione afferma che: "strategico sarà l’investimento delle risorse. Un piano finanziario in rapporto al Pil per obiettivi strutturali: edilizia scolastica, diritto allo studio, qualificazione degli insegnanti, progetti dell’autonomia, ampliamento del tempo scuola, organico funzionale e stabilità dei docenti." E' un fatto positivo che venga proposto un metodo di determinazione dell'impegno economico in campo scolastico, ed anche a noi sembra che quello giusto sia basato sulla relazione con la ricchezza prodotta dal Paese (nella nostra proposta di legge parliamo del 6% del Pil da investire nell'istruzione). Il problema è che ... questa percentuale non viene scritta. Non solo: non si scrive nemmeno se questa percentuale debba essere, almeno un po', incrementata. Riguardo agli organici non si prendono impegni veri, ed anzi la formulazione è un po' ambigua: "la politica degli organici non può essere solo un fatto quantitativo", cosa sulla quale potremmo convenire se ci rassicurassero che non è una maniera per dire che potrebbero anche diminuire. L'unico impegno è a "stabilizzare" gli organici. Però: cosa vuol dire? Diminuire la precarietà? In effetti c'è scritto: "Si deve combattere ogni forma di precarietà, operando sistematicamente l’immediata copertura di tutti i posti vacanti immettendo in ruolo coloro che già lavorano nella scuola, e agevolando coloro che si sono formati in questi anni." Ottimo. Però non significa, pare di capire, che gli organici verranno aumentati per assicurare, ad esempio, un minor numero di allievi per classe. Riguardo al personale Ata però si scrive che si "deve operare per un maggiore investimento di risorse finalizzate a valorizzare tutte le professionalità Ausiliarie, Tecniche e Amministrative" ed anche qui non è per nulla chiaro se si è deciso di invertire la tendenza ai tagli selvaggi in questo comparto. La traduzione di "valorizzare le risorse" può voler dire un aumento dello stipendio, o l'avvio di carriere, ma non un aumento del numero di personale impiegato. Ci pare drammaticamente poco auspicare un "ampliamento delle politiche di diritto allo studio". Credo che i possibili elettori dell'Unione abbiano il diritto di capire se il nuovo possibile governo abbia o no intenzione di mantenere alto il costo della scuola, specie di quella superiore, anche nel momento in cui si ripropone di renderla obbligatoria. Infine, anche per la lotta contro la cosiddetta "dispersione", le ricette proposte sono un po' vaghe. Un numero ridotto di allievi per classe sappiamo, ad esempio, che garantisce di per sé un secco aumento del successo scolastico. Però costa. E allora ecco i soliti "potenziamento delle attività di orientamento" e il "forte collegamento tra le autonomie scolastiche, gli enti locali, l’associazionismo e il volontariato". Tanto vale dire che ci si rassegna alla dispersione oppure che non si vuole aiutare lo studente a cavarsela in quel che vuol fare, ma limitarsi a convincerlo che le cose che vuol fare "non sono adatte a te". Costa meno, ma è meno giusto. In conclusione: si tratta del punto più critico della bozza. Ce l'aspettavamo. Se devo immaginare un momento in cui ci arrabbieremo con il futuro auspicabile governo dell'Unione sarà nella discussione della prossima finanziaria. Su questo piano sentiamo un po' troppe voci del tipo "quelli là se ne andranno lasciando un buco così". Che è quello che dicono tutti i nuovi governi. Spero che il popolo della scuola non caschi in questo realismo da polli. La finanza non è qualcosa di oggettivo: sono scelte; si taglia di qua per non tagliare di là. Su questo la bozza dell'Unione non prende impegni. DAI NIDI ALLE MEDIE E' un indubbio passo in avanti il fatto che "ufficialmente" la questione nidi vada a far parte per la prima volta di un programma di governo, e nella parte che riguarda la scuola e non l'assistenza o il welfare. Lo chiediamo anche noi con la legge di iniziativa popolare ed anche i promotori della legge 0-6 anni. Ci pare positivo l'impegno "per i nidi, attraverso un piano di investimenti degli enti locali, sostenuto da un fondo nazionale dedicato, si pone l’obiettivo di incrementare annualmente la percentuale di bambini frequentanti al fine di raggiungere entro la legislatura l’obiettivo del 25% di utenza". E' anche un'ottima cosa che si voglia la "generalizzazione della scuola d’infanzia per tutti i bambini e le bambine dai 3 ai 6 anni, con l'abolizione della norma sugli anticipi per le iscrizioni alla scuola dell’infanzia ed elementare". Però "generalizzare" significa dare l'opportunità a tutti, e non "obbligare". Ci pare quindi un passo indietro anche rispetto ai propositi berlingueriani, il fatto che non venga proposto il terzo anno obbligatorio di scuola d'infanzia, mancanza che rende il proposito di "generalizzare" assai vago. Riguardo alle elementari e alle medie è positivo che ci si impegni a garantire "più tempo-scuola" e ad eliminare "le riduzioni dell’orario di tutti apportate dalla Moratti. La valorizzazione del tempo pieno e del tempo prolungato, ripristinandone la normativa nazionale, da realizzare come modelli didattici, con il riconoscimento della pari valenza educativa di tutte le attività previste." Però, anche qui, si evita di dire a chiare lettere una cosa molto semplice: verranno concesse tutte le classi a tempo pieno che le famiglie richiederanno? La Moratti ci ha insegnato che le riforme si possono fare anche manovrando sugli organici. Conclusione: bene ma. SUPERIORI Il testo si propone "nell’ambito del diritto all’istruzione per tutti, l’elevamento dell’obbligo di istruzione gratuita fino a 16 anni", e poi: "coerentemente con l’obbligo di istruzione fino ai 16 anni si propone l’innalzamento dell’età minima per l’accesso al lavoro dai 15 ai 16 anni". Come sappiamo, la Moratti ha riportato l'obbligo scolastico da 15 anni a 14. Naturalmente siamo favorevoli a qualsiasi innalzamento dell'obbligo, dopodiché non possiamo che vedere con grande allarme la sparizione anche solo della prospettiva dell'elevamento a 18 anni. Ci dobbiamo rassegnare ad una massa di studenti che mollano le superiori dopo il primo o il secondo anno? Si afferma che l'"obiettivo prioritario è quello di portare tutti i ragazzi al conseguimento di un titolo di studio superiore, cioè ad un diploma di scuola superiore e/o ad una qualifica professionale (almeno triennale). Più precisamente, entro la legislatura, l’85% sino a un diploma; gli altri, dopo il biennio obbligatorio di istruzione, devono raggiungere una qualifica professionale, in un percorso scolastico, o nella formazione professionale o nell’apprendistato". Ci pare un secondo canale non dichiarato, in forma ridotta e posticipata, certo, ma pur sempre una rinuncia della scuola nei confronti di una percentuale troppo elevata di ragazzi. La ragione, temiamo, ha ben poco a che vedere con le esigenze dei ragazzi e delle ragazze e molto invece con gli interessi di parte dell'Unione nei confronti dei centri di formazione professionale, che con l'obbligo ai 18 anni sarebbero rimasti senza un pezzo di utenza. In effetti quando si parla di formazione professionale si afferma che "si configura come sistema distinto da quello dell’istruzione, con il quale crea relazioni e progetti integrati. L’obbligo formativo dai 16 fino ai 18 anni si realizza nei sistemi dell’istruzione, della formazione professionale, anche in integrazione tra loro, nell’apprendistato (con un monte ore di formazione incrementato coerentemente con gli standard e gli obiettivi formativi). Vanno favoriti i passaggi da un percorso all’altro, attraverso un sistema nazionale di qualifiche professionali, dispositivi condivisi di certificazione e di riconoscimento dei crediti." Non vi è nulla che collochi la formazione professionale là dove dovrebbe stare in un Paese moderno: dopo il diploma. Come gli stessi lavoratori della formazione professionale, stanchi di gestire i ragazzi che il sistema scolastico "scarta", chiedono. Alle scuole superiori, del resto, va impedito di occuparsi di un campo che non compete loro: i corsi postdiploma, ecc. e questi devono essere lasciati in esclusiva alla formazione professionale. Il biennio delle superiori coerentemente con l'innalzamento dell'obbligo ai 16 anni verrebbe "innovato rispetto alla situazione attuale, con strette interrelazioni con la scuola media da un lato e con valenza orientativa rispetto ai percorsi successivi. Un biennio strutturato in modo da contemperare le esigenze del completamento della formazione culturale di base, del potenziamento delle capacità di scelta e della propedeuticità ai percorsi successivi, impostato su metodologie didattiche rispettose delle diverse forme di intelligenza e dei diversi stili di apprendimento. In tal modo viene superata nel biennio la canalizzazione precoce dei percorsi formativi normata dalla legge Moratti." Notiamo con piacere che quando si parla di biennio delle superiori non si parla di possibile integrazione con la formazione professionale. Il pericolo incombente infatti è la soluzione scelta da alcune regioni di istituire all'interno delle superiori delle classi differenziali con percorsi alleggeriti e integrati con la formazione professionale dove verrebbero collocati i ragazzi "problematici", secondo la desolante concezione per cui chi "va male a scuola" deve passare alla "manualità" invece che godere di un sostegno allo studio. Nonostante il dato positivo, su questo biennio, però, si dice assai poco. Per esempio: è unitario? Non possiamo nasconderci che il sistema premoratti e attualmente in uso costituisce una canalizzazione morbida, ma pur sempre canalizzazione: vi sono ormai abbondanti studi che attestano le motivazioni sociali che stanno alla base della non scelta tra liceo, tecnici e professionali. I ragazzi devono essere in grado di decidere da soli e ciò è possibile non all'inizio della terza media, ma dopo un biennio che non divide i ragazzi in base alla estrazione sociale e permette loro, attraverso un pacchetto di ore "orientative" di testare le proprie attitudini. Sul triennio delle superiori poi non si dice nulla, a parte una riga, positiva, dove si annuncia la ricostituzione di una commissione per l'esame di stato "a prevalente composizione esterna". Conclusione: si deve fare molto di più. IL RESTO Sulla "valutazione" sembra che abbiano influito le lotte che abbiamo portato avanti contro l'Invalsi là dove si afferma che si deve "istituire un servizio nazionale di valutazione qualificato e indipendente" quando in teoria questo esiste già, l'invalsi, per l'appunto, che sembra dunque debba essere soppresso in favore di qualcosa dotato di più nobili fini: "supportare i singoli istituti scolastici nel loro processo di autovalutazione e di individuare le aree di difficoltà che necessitano di interventi di tipo perequativo in grado di ridurre le disuguaglianze e gli squilibri di carattere territoriale, economico, etnico e culturale." Qualcosa di più chiaro comunque contro la classificazione delle scuole attraverso i test, sistema che ha creato vasti danni in USA, Regno Unito e Francia, ci sarebbe piaciuto leggerlo. Sugli organi collegiali si propongono modifiche assai poco chiare: le enunciazioni di principio vanno senz'altro nella direzione di volere un maggior protagonismo di studenti e genitori, ma quando si arriva un po' più sul concreto troviamo formulazioni ambigue, del tipo: "è necessaria una chiara distinzione tra le funzioni di indirizzo (il Consiglio di Scuola), le competenze tecnico professionali con le conseguenti potestà decisionali e le responsabilità organizzative e gestionali" che suona un po' come dire: lasciamo il dirigente scolastico dirigere, e agli altri "l'indirizzo", il che, sapendo come funzionano le scuole, significa dare ancor meno potere a genitori, studenti e docenti. Anche le funzioni del Collegio Docenti parrebbero ridotte: "il Collegio dei docenti dovrebbe essere organizzato per commissioni e/o dipartimenti in modo da valorizzarne la funzione tecnico-scientifica, sia per la elaborazione e la realizzazione del POF, sia in relazione alle competenze di ricerca e sviluppo". Ci piace che si affermi "il sistema della prima formazione e della formazione in servizio deve diventare la sede nella quale, si privilegi la collaborazione tra università e scuola- assegnando agli insegnanti di scuola un ruolo crescente come ricercatori e formatori dei futuri docenti." Perché non se ne può più di una pedagogia astratta insegnata da gente che non ha mai messo piede a scuola o che non ha mai gestito da sola una classe. Sulla professionalità docente si rilascia una frase che pare tagliare la strada a possibili futuri concorsoni, ma con una punta di ambiguità: "va riconosciuto, senza introdurre inutili gerarchie, lo sviluppo delle competenze e responsabilità professionali legate al miglioramento dell’insegnare e apprendere, e sostenere, all’interno della unicità della funzione, forme di articolazione delle attività." CONCLUSIONE La bozza dell'Unione è meno peggio di quello che eravamo preparati a leggere. E quindi con piacere abbiamo letto sulla bozza degli impegni sui bambini stranieri, sui nidi, ecc. Sospettiamo che ciò sia merito, nel gruppo che ha redatto la bozza, della spinta esercitata da quell'arco politico trasversale che in qualche modo in questi anni ha fatto da sponda politica al movimento. Detto questo, bisogna dire con molta chiarezza che la bozza si situa al di sotto dell'accettabile e al di sotto della qualità della resistenza sviluppata in questi anni dal popolo della scuola. La bozza non prende impegni che sono decisivi (sugli organici, sulle risorse), ne cancella altri che erano stati fatti propri persino da Berlinguer (obbligo del terzo anno della scuola d'infanzia), e nemmeno prospetta misure progressive come quella dell'obbligo ai 18 anni, ecc. ecc. Non è dunque un caso che nella bozza vi sia scritto "con gli atti dei primi mesi di governo, in radicale discontinuità con il governo di centro-destra, abrogheremo i punti della legislazione vigente in contrasto col nostro Programma" e dunque non ci sia scritta una parola chiara a favore dell'abrogazione senza se e senza ma delle riforme Moratti. In realtà, se dovessimo prendere alla lettera quella frase, di abrogazione totale si tratterebbe nei fatti, perché la bozza, pur coi suoi silenzi e le sue ambiguità, è incompatibile con l'impianto morattiano. E dunque perché non l'hanno scritto in maniera chiara? Perché la bozza NON vuole essere chiara, su quel punto come su molti altri. Nel gruppo dei redattori vi sono le spinte di chi ha assunto il punto di vista del movimento, ma ci paiono ancora prevalenti quelle di coloro che il movimento lo hanno sempre visto come il fumo negli occhi. Alla luce di questa bozza appare chiaro come la strada intrapresa dal movimento puntando sulla legge di iniziativa popolare sia quella più corretta. Proviamo ad immaginarci se fossimo rimasti alla ripetizione meccanica di "abrogazione": sul documento dell'Unione non avremmo saputo che dire. Grazie al dibattito che stiamo costruendo in tutta Italia, all'abrogazione secca di tutte le riforme Moratti abbiamo aggiunto (e NON sostituito) molte altre richieste. E grazie a questo dibattito gli attivisti di un movimento che rischiava la dispersione, sono oggi in grado di collocarsi ad un livello sofisticato di analisi e di elaborazione, e dunque di critica. La bozza dell'Unione percorre tutti i punti che noi abbiamo affrontato in questi mesi e sui quali stiamo sviluppando una competenza di massa. E che saranno i punti di incontro o di scontro della prossima fase politica. A gennaio vareremo, dopo questo processo di costruzione di un intellettuale collettivo di movimento in grado di entrare nel merito di ogni questione riguardante la scuola, la versione definitiva della legge e cominceremo la raccolta di firme. Per noi non sarà tanto importante la quantità di firme, quanto l'opportunità di alfabetizzazione di massa sui temi che agiteranno la scuola nei prossimi anni: obbligo, biennio unitario, obbligatorietà della scuola d'infanzia, organici, risorse, ecc. Perché, se le premesse sono quelle del documento, mi pare evidente che dovremo agitarci parecchio. Nei confronti della parte politica dobbiamo continuare a mantenere lo stesso atteggiamento che ci ha caratterizzato in questi anni: indipendenza e pressione. Sarebbe un errore fatale se fossimo paralizzati dal timore di dispiacere i referenti politici amici rinunciando a criticare il livello di compromesso che avranno saputo raggiungere di volta in volta. A ognuno il suo mestiere: la politica cercherà livelli di mediazione sempre più avanzati, il movimento deve dire quel che ritiene giusto, sempre e a prescindere da qualsiasi condizionamento politico. Compromesso e movimento non sono termini destinati ad andare d'accordo. Nel momento in cui il movimento ne accetta qualcuno è destinato a "prendere il posto" della politica, e quindi a sparire. E quindi a non essere influente. E dunque in ultima analisi a non essere utile nemmeno a quella parte della politica che cerca di spostare un po' più in là il confine del possibile. In un dato momento forse l'obbligo ai 16 sarà il massimo di mediazione che la politica riuscirà a conseguire. Ma non vedo nessuna buona ragione per cui noi dovremmo rinunciare a batterci per un obiettivo che è negli interessi delle/degli adolescenti. Alcuni buontemponi tentavano di accreditare l'ipotesi che il movimento fosse passato dalla fase dei no a quella dei sì. Si sbagliavano: i nostri no, figli dei nostri sì, cioé delle nostre speranze e dei nostri ideali, si sono moltiplicati, qualificati, radicati. Michele Corsi |