Le donne le più penalizzate. Sottopagati e senza diritti.
Trattamento pensionistico miserabile La legge 30 ha incentivato e
legalizzato il lavoro "atipico".
Emerge da un'indagine di Nidil-Cgil
Chi sono e quanti sono i lavoratori parasubordinati, ossia i vecchi
co.co.co. (contratti di collaborazione coordinata continuativa) e i nuovi
co.co.pro. (contratti di collaborazione a progetto)? Dove sono collocati?
Quanto guadagnano? Che trattamento pensionistico percepiscono? Godono dei
normali diritti contrattuali e sindacali? A queste domande risponde
un'attendibile indagine realizzata da Nidil (Nuove identità di lavoro)
Cgil sulla base dei dati Inps (Istituto nazionale della previdenza
sociale).
Il primo dato che emerge è che questa forma di lavoro superprecario in
pochi anni è cresciuto enormemente fino a rappresentare il 9,14% degli
occupati. Si tratta di una media nazionale visto che in ben 10 regioni
questa soglia è ampiamente superiore. Con in testa la Lombardia (13,84%),
Emilia-Romagna (12,30%), Lazio, Veneto e Toscana (oltre l'11%). E' al Nord
la maggiore concentrazione dei rapporti di collaborazione (63%) rispetto
alle regioni del Centro (23%) e a quelle del Sud (13,2%).
In maniera più dettagliata l'inchiesta indica che tra il 2003 e il 2004 i
lavoratori collaboratori attivi sono aumentati del 14,80% passando da
1.803.089 a 2.069.929 unità. Una crescita che, se rapportata al 1996,
primo anno di gestione del fondo parasubordinato, con 832.501 allora
attivi, sale addirittura a 148,63%. L'Inps fornisce anche i dati del
totale degli iscritti al fondo dei "lavoratori parasubordinati" i quali
segnalano che nel 2004 erano 3.611.324 con un aumento del 6,57% a
confronto con il 2003 e del 212,23% a confronto con il 1996.
Anche sottraendo dal numero dei collaboratori attivi: gli amministratori
di condominio e gli amministratori locali, nonché i collaboratori
pensionati, i lavoratori subordinati "puri" nel 2003 erano comunque la
bella cifra di 1.196.716. Il governo "ha consapevolmente minimizzato il
fenomeno, per non affrontare - si legge - il problema delle tutele sociali
di questi lavoratori".
Una paga da fame
Quanto guadagnano? Tutti, anche quelli con un'elevata professionalità,
percepiscono un compenso lordo molto al di sotto dei lavoratori dipendenti
che svolgono uguali mansioni e scandalosamente inferiore a quello dei veri
lavoratori autonomi, dei professionisti. Il rapporto tra numero di
lavoratori attivi e contributi versati all'Inps nel 2004 indica un
compenso medio di 10.880 euro lordi annui. Tolte le tasse rimane un
salario di fame.
A proposito di fisco, non essendo il salario dei lavoratori
parasubordinati vincolato a minimi stabiliti per legge o contratto, ogni
volta che si innalza l'aliquota contributiva diminuiscono i compensi. "In
pratica - è scritto - la gran parte delle imprese ed enti, scarica sul
collaboratore o l'intero aumento dei costi previdenziali, o nella migliore
delle ipotesi, un parte consistente di esso".
Nidil parla di rischio, ma si potrebbe parlare di certezza, di "uso
spregiudicato" e di "abusi" nell'utilizzo delle collaborazioni da parte
delle imprese. "Il dato più preoccupante è la crescita esponenziale delle
'attività non classificate' aumentate del 74,5%. Da queste passano il
maggior numero di abusi nell'uso dei contratti parasubordinati, invece di
assumere lavoratori dipendenti.
Interessante e significativa l'età media di coloro che lavorano con
contratti di collaborazione. L'indagine mette a fuoco due aspetti: il
primo concerne l'innalzamento, sia pure lieve, dell'età degli iscritti al
fondo dei parasubordinati. Questo significa che sempre di meno rappresenta
una prima esperienza lavorativa e sempre di più costituisce una condizione
che riguarda la popolazione adulta. Infatti il 68% di essi ha un'età tra i
30 e i 59 anni e soltanto il 21% ha un età inferiore ai 30 anni. Il
secondo rileva il fatto che l'incremento dell'età media si è registrata
proprio dopo l'entrata della legge 30 sul "mercato del lavoro".
Altro aspetto da rimarcare è la progressiva e costante crescita del numero
delle donne impegnate nei contratti di collaborazione che nel 2004 hanno
raggiunto il 48,2% degli iscritti. Questo dato "testimonia che alle donne
si offrono principalmente lavori precari". E se "la precarietà in Italia
caratterizza sempre più il lavoro non vi è dubbio che il prezzo maggiore
lo pagano le donne".
Un elemento strutturale del "mercato del lavoro"
Che il ricorso ai contratti atipici sia enormemente aumentato è dimostrato
anche dall'incremento del numero delle imprese che li utilizzano. Dal 1996
al 2004 sono cresciute del 91% ed operano in tutti i settori merceologici
e in tutte le attività sia private sia pubbliche. Questo incremento si è
manifestato in larga parte negli ultimi tre anni, specie nel Sud e nelle
Isole con un +100%. Ciò a ulteriore dimostrazione di come le
collaborazioni siano diventate "sempre più un elemento strutturale del
mercato del lavoro italiano" e "del fallimento della legge 30 che non ha
contrastato gli abusi del ricorso alle collaborazioni fasulle, ma le ha
incentivate e legalizzate".
L'uso del lavoro in collaborazione risulta estremamente "parcellizzato".
Il 48% dei committenti utilizza un solo collaboratore. Un ulteriore 42%
dei committenti utilizza un numero di collaboratori tra 2 e 5. Mentre meno
del 10% di essi usa un numero di collaboratori superiore a 6 unità. Questa
accentuata frammentazione rende "difficilissimo assicurare una solida rete
di diritti e tutele sociali esclusivamente con contrattazione aziendale".
Secondo il Nidil per ottenere diritti e tutele si deve fare forza sui
contratti nazionali di lavoro; e su una nuova legislazione che da un lato
scoraggi il ricorso alle collaborazioni in sostituzione del lavoro
dipendente e dall'altro offra una copertura sociale a questi lavoratori. I
quali, oltretutto, non godono nemmeno di un trattamento pensionistico
appena decente.
Gli esempi riportati dall'inchiesta sono eloquenti. Con le attuali norme
in vigore con 65 anni di età e 40 anni di contributi il lavoratore avrà
una pensione mensile di appena 410,83 euro mensili. Lo stesso lavoratore
con 25 anni di contributi percepirà una pensione mensile di 256,7 euro.
Per le donne sarà ancora peggio. Con 60 anni di età e 40 di contributi
dovrà vivere con un assegno mensile di 345,68 euro. Con la stessa età
anagrafica e 25 di lavoro si dovrà accontentare di una miseria pari a
216,05 euro mensili.
Abrogare
Nel caso che ce ne fosse stato ancora bisogno, l'inchiesta Nidil conferma
in modo incontrovertibile che l'introduzione dei co.co.co., tra l'altro
per opera dei passati governi di "centro-sinistra" con la complicità dei
sindacalisti collaborazionisti, hanno creato una massa sterminata di
precari senza diritti, senza garanzie e senza futuro a tutto vantaggio dei
capitalisti. Altro che "nuova frontiera del lavoro" come andavano
cianciando i suoi sostenitori. Una forma di lavoro questa, anche
nell'ultima versione a progetto, di supersfruttamento che va abolita, più
che attenuata con qualche restrizione e qualche miglioria, per quanto da
non disprezzare. Anche la Cgil, impegnata nel suo congresso, dovrebbe
prenderne atto.
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