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L'inchiesta vecchio stile/1 – www.diario.it - 25/11/2005
Noi
della Valsusa? Siamo fuori dal tunnel
Altro che
egoisti e localisti. Vivono da vent’anni in un grande cantiere. E ora
hanno detto basta. Perché la nuova linea ferroviaria non serve. Perché
temono l’amianto degli scavi. Perché sanno che i lavori stanno aprendo una
nuova Tangentopoli, con vecchi protagonisti
di Gianni Barbacetto
E’
il più grande scontro
mai avvenuto in Italia tra interessi generali e interessi particolari.
Tra i bisogni del Paese, anzi dell’Europa, e le richieste dei
Nimby («not in my backyard»), quelli che dicono: ovunque, ma non
nel mio cortile. Questo è Valsusa, secondo la vulgata corrente. C’è da
fare una grande opera utile per il Paese, anzi per l’Europa. Il più lungo
tunnel ferroviario del continente. La meraviglia – nome in codice:
Corridoio 5 – che permetterà di unire Lisbona a Kiev. La soluzione che
passando sotto le Alpi ridurrà da quattro ore a un’ora e mezzo i tempi di
percorrenza tra Torino e Lione. Ma di più: il miracolo che permetterà di
togliere un fiume di camion inquinanti dalla strada e di convogliarli su
rotaia; il portento che quadruplicherà le capacità della ferrovia.
Di fronte a queste meraviglie, che dovrebbero far gongolare anche i verdi
più verdi, un manipolo di oppositori si schiera invece inspiegabilmente
contro, rifiuta il progresso, minaccia di fare le barricate. Nemici della
modernità, Nimby, inguaribili egoisti: dal vescovo ai sindaci, dal
presidente della Comunità montana all’ultimo dei valligiani. In questi
chiari di luna, compito delle forze politiche responsabili, di destra e di
sinistra, da Berlusconi a Fassino, è far capire che gli egoismi
localistici non possono fermare i grandi progetti. Tutto chiaro,
dunque, e fine dell’inchiesta vecchio stile.
Ma è proprio così? No. Perché chi voglia capire senza preconcetti che
cos’è l’Alpetunnel del Frejus, chi provi senza partito preso né
preclusioni ideologiche ad addentrarsi nel mare di cifre, tabelle,
disegni, cartine, progetti, rapporti, finisce per scoprire che
l’operazione Valsusa è (anche) una grande manovra di disinformazione.
Ma procediamo con ordine.
Una valle paziente. Nimby? Venite qui a spiegarglielo, a quelli che in
Valsusa ci abitano, che sono egoisti. Vivono da vent’anni in un cantiere.
Ne hanno visti, di funzionari romani e di burocrati torinesi. Ne hanno
sentite, di mirabolanti promesse. Hanno assistito al raddoppio della
ferrovia (concluso nel 1977), che nei progetti doveva avere un traffico di
15 milioni di tonnellate di merci l’anno (mai raggiunto). Hanno visto
crescere l’autostrada (aperta al traffico nel 1992), costruita nel loro
fondovalle, ricavata nel letto della Dora. Hanno aspettato l’edificazione
dei nuovi argini, che ancora non sono finiti. Hanno visto scavare le
gallerie autostradali sul fronte di frana. Hanno subìto l’alluvione del
2000, perché il fiume si è alla fine vendicato. Hanno visto sorgere
l’elettrodotto di Venaus. La centrale elettrica di Pont Ventoux. E hanno
constatato che cos’è successo a Bardonecchia: l’unico Comune del Nord
sciolto per mafia, perché i cantieri e i subappalti all’italiana hanno
portato la ’ndrangheta al potere, con seguito di richieste di pizzo e
traffici di eroina e cocaina e occupazione delle istituzioni.
Con tutto ciò, alcuni abitanti della Val di Susa stanno ancora aspettando
i rimborsi degli espropri compiuti vent’anni fa per tracciare
l’autostrada: molti soldi non sono ancora arrivati... Ne hanno viste di
cose, ne hanno sentite di promesse, ne hanno conosciute di facce di
bronzo. E oggi non si fidano più, racconta Claudio Giorno, ambientalista e
sindacalista, per anni considerato troppo verde dai rossi e troppo rosso
dai verdi. Aggiungeteci un piccolo particolare: nell’area tra Borgone e
Bussoleno, dove dovrebbe essere costruito l’interscambio tra la vecchia e
la nuova linea ferroviaria, continua a funzionare la Beltrame,
un’acciaieria di seconda fusione, che ricicla cioè rottame e materiali
ferrosi e che provoca tassi d’inquinamento (e di mortalità) tra i più alti
d’Italia. È un giocattolino che pesa sull’ambiente 80 volte l’inceneritore
di Brescia. E che libera nell’aria non soltanto diossina (prodotto dalla
combustione), ma anche Pcb: da dove viene questo veleno? Non certo dal
ferro: ma allora qualcuno sta facendo il furbo e usa la vecchia Beltrame
per smaltire rifiuti proibiti? Questa però è un’altra storia e un’altra
inchiesta.
Ma la pazienza dei valsusini è una, e i loro polmoni solo due. Come
stupirsi se si allarmano quando vengono a sapere che, oltre alla diossina
e al Pcb, nel loro cielo potrebbe arrivare anche l’amianto? A Balangero
c’è la più grande cava d’amianto a cielo aperto d’Europa, ora naturalmente
inattiva. Ora si viene a sapere che i detriti di scavo estratti
dalle montagne (lo «smarino») saranno oltre 15 milioni di metri cubi: come
dieci piramidi di Cheope. Dove metterle? Anche perché, secondo uno
studio ufficiale dell’università di Siena, potrebbero contenere
significative quantità d’amianto: «La possibilità che si verifichino
condizioni di rischio sanitario è assolutamente rilevante», scrive
l’oncologo Edoardo Gays dell’Azienda ospedaliera San Luigi d’Orbassano.
L’amianto potrebbe infatti finire per essere disperso nell’aria.
Infine c’è l’uranio. Il cuore della montagna che, in futuro, sarà
trivellata è radioattivo. Ma qui siamo fin troppo avanti. Meglio
tornare al presente.
Una linea (abbastanza) inutile. La nuova linea ferroviaria del
Frejus è una superopera che inizia a nord di Torino, imbocca la Valsusa,
scompare per due volte nella montagna, ad Alpignano e a Bussoleno, con due
gallerie (di 21 e 12 chilometri). Poi vola sul viadotto di Venaus, per
infilarsi infine nel supertunnel, quel «tunnel di base» di 53 chilometri
che sbuca in Francia, a Saint Jean de Maurienne. Poi altre due gallerie
sul versante francese, Belledonne e Chartreuse, portano la linea a
collegarsi con l’alta velocità che arriva a Lione.
Il tutto costa come quattro ponti sullo Stretto di Messina. Spiega
Andrea Debernardi, di Polinomia, consulente della Comunità montana della
Valsusa: il preventivo è di 2,4 miliardi di euro per la tratta nazionale
italiana, 6,7 per il «tunnel base», 6,1 per la tratta nazionale francese.
Totale: 15,2 miliardi di euro. Previsione dei tempi di
realizzazione: 15 anni. Ma in letteratura, spiega il professor Marco
Ponti del Politecnico di Milano, costi e tempi si dilatano almeno del 20
per cento. Viste le prevedibili difficoltà, la superlinea potrebbe
costare una ventina di miliardi di euro ed essere pronta, se tutto andrà
bene, nel 2023. Finché non sarà posata l’ultima traversina, la
ferrovia sarà solo un costo, senza apportare alcun beneficio almeno
parziale, senza poter aver alcuna utilizzazione intermedia. E poi che cosa
succederà?
Il tunnel sotto la Manica è costato meno, 13 miliardi, ed è fallito non
una, ma due volte. Per mancanza di traffico. E serve a unire Parigi e
Londra, non (con tutto il rispetto) Torino e Lione. La superlinea che
scavalcherà le Alpi è del tutto sovradimensionata, rispetto ai bisogni.
Potrebbe convogliare su rotaia merci addirittura per 100 milioni di
tonnellate l’anno. Con previsione di farne passare 40 milioni, ci
vorrebbero 350 treni al giorno, uno ogni quattro minuti, alla velocità di
120 chilometri all’ora, alternati a treni passeggeri da 220 chilometri
all’ora. Così il gioco varrebbe forse la candela.
Peccato però che il traffico ferroviario transalpino sia in calo
costante dal 2000, fatta eccezione per il Sempione e il Gottardo.
Dal Frejus oggi passano merci per appena 7 milioni di tonnellate l’anno
(erano 10 milioni nel 1997) e non c’è alcun segnale di svolta, né
realistiche previsioni di una crescita così vertiginosa. Gli scambi
Italia-Francia sono da lungo tempo consolidati, sono un business maturo in
cui non si prevedono nuovi, clamorosi sviluppi. Del resto è già in
corso il potenziamento della linea esistente che porterà a triplicare la
sua capacità, fino a oltre 20 milioni di tonnellate: a che cosa
servirà, allora, la nuova linea? E comunque, perché far arrivare le
merci dalla Francia a 120 chilometri all’ora, quando poi, arrivate in
Italia, si fermerebbero in qualche stazione e riprenderebbero la velocità
media nazionale per i treni merci, che è di 19 chilometri all’ora?
E poi il 70 per cento delle merci che ora passa dal Frejus non corre
lungo la direttrice est-ovest, ma quella nord-sud: vanno e vengono da
e per Digione, Bruxelles, Londra. Su questa direttrice, le nuove linee
svizzere del Gottardo e del Sempione sono più competitive. Quanto agli
scambi continentali sull’ipotetica linea Lisbona-Kiev, tranquilli: si
spinge tanto sulla Val di Susa come se da essa dipendessero per intero le
gloriose sorti e progressive dello sviluppo continentale, ma a est di
Trieste non si mette giù neppure un metro di rotaia.
Niente paura, dicono i fautori della Grande Opera: non ci sono solo le
merci, ci sono anche i passeggeri. E così la linea nata come «alta
velocità» per i passeggeri e poi diventata «ad alta capacità» per le merci
ridiventa magicamente una linea «ad alta velocità» capace di spostare le
persone lungo il mitico «Corridoio 5». Ma la grande corsa Lisbona-Kiev
sarà difficile da fare, non foss’altro per il fatto che le ferrovie
spagnole hanno uno scartamento diverso dal resto d’Europa. «E poi
l’alta velocità c’è già. E non costa un centesimo allo Stato: si chiama
Ryan Air», taglia corto il professor Marco Ponti. «Un biglietto aereo low
cost ha un prezzo inferiore ai biglietti ferroviari, ma soprattutto non
richiede denaro pubblico, quello che le ferrovie invece inghiottono in
dosi pantagrueliche».
Difficile infine poter definire «ad alta velocità» una linea quasi
tutta in galleria, intasata dai treni merci, che correrà non a 300, ma al
massimo a 120 chilometri all’ora. Alla fine, come dimostra Debernardi,
la tanto sbandierata «alta velocità» tra Lione e Torino farà risparmiare
soltanto un’oretta. Anche perché – udite udite – per poter entrare in
Torino i treni veloci dovranno correre non sulla nuova superlinea, ma
sulla vecchia ferrovia già esistente.
In compenso, il nodo torinese entro cinque anni scoppierà. Anche
Milano non sta benissimo quanto a sistema dei trasporti. Ma per
risolvere il problema Torino e il problema Milano non ci saranno soldi:
tutti impegnati nel supertunnel che piace tanto al ministro delle
Infrastrutture Pietro Lunardi.
Treni? No, tunnel. L’architettura societaria per fare l’Alpetunnel è
un’invenzione che supera perfino quella dell’alta velocità o del ponte
sullo Stretto, con apparenza privata e soldi tutti pubblici. Per il nuovo
Frejus si sono alleate le ferrovie francesi (Rff) e quelle italiane (Rfi)
che insieme, al 50 per cento, hanno costituito la Ltf, Lyon Turin
Ferroviaire, con il compito di progettare la superlinea e appaltare i
lavori. In questo caso non hanno fatto neppure finta di tirare in ballo
investimenti privati, project financing, redditività futura: paga
Pantalone e basta. Con quali soldi, visti i conti dello Stato, resterà un
mistero.
Ma l’importante è mettere in moto la macchina dei finanziamenti, che
poi si autoalimenterà. A nessuno interessa veramente il risultato, che
arriverà (forse) tra vent’anni. «Treni? Qui non si parla di treni, ma di
tunnel», ripetono i funzionari delle ferrovie. L’importante è scavare, e
cominciare il più presto possibile. Aprire cantieri. Far girare i soldi.
Oggi, subito. Che cosa importa che il tunnel sotto la Manica sia già
fallito due volte? E che l’Alpetunnel (200 chilometri complessivi) costi
15 miliardi di euro, mentre il molto più utile Gottardo (270 chilometri)
ne costi solo 12? In tutto ciò, Ltf è il Pantalone che pagherà. Un
Pantalone asimmetrico: benché il controllo della società sia al 50 per
cento dei francesi e al 50 per cento degli italiani, per decisione presa
da Lunardi gli italiani pagheranno di più, il 63 per cento della tratta
internazionale (4,2 miliardi) più l’intera tratta nazionale (2,4
miliardi), per un totale di 6,6 miliardi di euro; eppure la supergalleria
è solo 8 chilometri in territorio italiano e 45 in suolo di Francia.
Ma che importa? A incassare, tanto per cominciare, sarà la Rocksoil
della famiglia Lunardi, incaricata dei «sondaggi» (le prime
trivellazioni) in Francia: così sarà ipocritamente aggirato il conflitto
d’interessi del signor ministro delle Infrastrutture. In Italia
incasserà la Cmc di Ravenna, già pronta a iniziare i «sondaggi» sul
territorio nazionale. Con la Cmc, cooperativa rossa, la Grande Opera
diventa bipartisan. Benedetta anche dai vertici dei Ds, da Piero
Fassino in giù, fino all’uomo degli affari della Quercia a Torino, il
molto attivo capogruppo alla Provincia Stefano Esposito. E benedetta
malgrado la fiera opposizione dei diessini della Valsusa, sindaci compresi
e con in testa Antonio Ferrentino, presidente della Comunità montana Bassa
Valle di Susa. Ma, del resto, responsabile nazionale delle Infrastrutture
per i Ds è quel Cesare De Piccoli che fu indagato e processato (e poi
salvato dalla prescrizione) per aver incassato mazzette dalla Fiat, ai bei
tempi di Tangentopoli, sui conti Accademia, Carassi, Linus...
Costi (tanti) e benefici (pochi). Dunque il (poco) tempo risparmiato dai
(pochi) passeggeri non giustifica un investimento così massiccio. Il
promesso incremento delle merci che potranno essere trasportate con i
treni non combacia con previsioni attendibili su un reale aumento delle
merci da trasportare. Che cosa resta, allora, della grande impresa? Ci
saranno grandi benefici ambientali, ribattono i sostenitori del tunnel,
perché le merci potranno passare dai camion (inquinanti) al treno.
Illusione, sostiene più d’uno studioso. Il professor Angelo Tartaglia
del Politecnico di Torino, consulente dei comitati NoTav, ricorda che in
Italia soltanto il 17 per cento delle merci viaggia su rotaia e la
quota non è purtroppo molto incrementabile. Per spostare piccoli
numeri dalla gomma al ferro, bisogna sopportare costi pubblici immensi. Le
ferrovie, del resto, nel loro complesso sono costate in 15 anni all’Italia
quanto il Progetto Apollo agli Stati Uniti. E non abbiamo mandato nessuno
sulla Luna.
Marco Ponti (www.lavoce.info/chisiamo) taglia corto: «La ferrovia è una
tecnologia dell’Ottocento, è ottima per trasportare per lunghi tratti
merci pesanti, che produciamo sempre meno, o grandi numeri di passeggeri
nelle aree metropolitane; legname, non microchip o abiti di Armani. E poi
ha bisogno di immensi finanziamenti dello Stato, che oggi non ci sono più.
Ora, invece, varrebbe la pena di ridurre le emissioni differenziando i
pedaggi e le tassazioni per i camion: far pagare molto quelli che
inquinano di più, così da rendere economico il rinnovo del parco mezzi
circolante. Così il beneficio ambientale sarebbe diffuso, non limitato
a una sola tratta. Se proprio poi si volesse aumentare la capacità di
trasporto merci, allora converrebbe realizzare il raddoppio del tunnel
stradale del Frejus: costa un decimo e le emissioni possono essere ridotte
con i pedaggi fortemente differenziati».
Non ci saranno neppure grandi benefici occupazionali: lo scavo di tunnel è
un lavoro ormai molto automatizzato. «Si metterebbe molto di più in moto
l’economia e l’occupazione con un grande piano di ristrutturazione delle
periferie urbane», valuta Ponti.
I furbetti del tunnellino. Tangentopoli ci ha insegnato che quando
girano soldi pubblici, spesso c’è chi ne approfitta. L’alta velocità è
la Tangentopoli del futuro, prevedeva in un suo libro, qualche anno
fa, lo studioso bolognese Ivan Cicconi. Il futuro è già qui, anche se
ancora non conosciamo nei particolari il nuovo sistema della corruzione.
Conosciamo però il curriculum di alcuni degli uomini impegnati
nella grande festa dei tunnel e delle linee ferrate. Di Lunardi,
ministro e progettista, sono pubblici i coinvolgimenti nei lavori
(mediante società di famiglia), anche se la Ltf li nega decisamente.
Alcune inchieste giudiziarie, poi, evidenziano l’attivismo negli appalti
di Ugo Martinat, esponente di An e viceministro delle
Infrastrutture, gran burattinaio degli affari piemontesi ora indagato per
turbativa delle gare per la Torino-Lione, oltre che per i Giochi olimpici.
L’inchiesta sta evidenziando la regia discreta, negli appalti sabaudi, del
costruttore Marcellino Gavio, attorniato da una cupola di ex
funzionari di una delle sue aziende, la Sitaf, che oggi hanno fatto
carriera in proprio e da democristiani o socialisti si sono
«riposizionati» in area An.
Le intercettazioni telefoniche realizzate dalla Guardia di finanza
svelano i retroscena dei maneggi compiuti da questi ex uomini di Gavio,
tra cui Vincenzo Procopio, oggi titolare della Stef, la società che ha
progettato l’autostrada Torino-Bardonecchia, Walter Benedetto,
responsabile della direzione lavori di Ltf, e Gianni Desiderio, del
comitato direttivo dell’Agenzia olimpica. Non sospettando di essere
intercettati, parlano tra loro e con Paolo Comastri, numero uno italiano
della società mista Ltf: chiacchiere tutte da verificare, da furbetti del
tunnellino. Desiderio, per esempio, racconta al telefono che la società
Stone è del ministro (vorrà dire Lunardi?) e che si è alleata con l’Alpina
di Milano, una «scatola vuota» che sarebbe stata messa in campo da Gavio:
«Ci ha fottuti, vi ha fottuto», dice Desiderio a Benedetto. Procopio, che
nelle conversazioni telefoniche viene definito «il cassiere di Martinat»,
s’arrabbia nei confronti di Gavio, lo sospetta di brogli nelle gare e
progetta di far arrivare contro di lui interpellanze in Parlamento. Poi lo
va a trovare, si tranquillizza e il giorno seguente spiega la situazione a
Benedetto. Infine riferisce a Desiderio «di aver appreso dai comuni amici
della Metropolitana milanese che non è stato fatto un bel lavoro e che si
aspettavano un aiuto più concreto». Prosegue il rapporto dei finanzieri:
«Vincenzo (Procopio) aggiunge che “serve una botta” e si rende necessario
“fare un intervento”. Gianni (Desiderio) gli dice di andare a parlare con
Walter (Benedetto), dato che lui è il presidente della commissione, per
verificare se è necessario intervenire presso Comastri, per poi passare la
cosa a Ugo (Martinat)».
Quando Benedetto riferisce a Martinat che teme grane giudiziarie «per il
cantiere di Modane» e lo informa che c’è di mezzo la Rocksoil della
famiglia Lunardi, Martinat risponde: «Uh, cacchio!». E poi: «Vabbe’,
pazienza, nella vita non si vince sempre...». Comastri e Benedetto brigano
per far vincere a Procopio la gara d’appalto per la «discenderia» di
Venaus (una delle gallerie d’accesso ai tunnel). Quando appare ben
piazzata, invece, la società Geodata, i due sospendono la gara: «Geodata
ha la maglia rossa, è vicina alla sinistra». La Guardia di finanza va
allora nella sede di Ltf a sequestrare i documenti dell’appalto, ma i due
li fanno sparire: «Li mandiamo su a Chambery». Comodo, lavorare alla
frontiera.
Dalle intercettazioni emerge una certa arietta d’intese bipartisan per
gli appalti ferroviari e stradali piemontesi, con Gavio ben introdotto
anche negli affari che dipendono da Comune, Provincia e Regione, tutti di
centrosinistra. Ma in questa storia d’appalti di rito sabaudo spunta
anche l’ambasciatore Umberto Vattani, che ha contribuito a definire in
sede internazionale l’architettura societaria per la gestione della
Torino-Lione. E spuntano anche alcuni protagonisti della vecchia
Tangentopoli. Quell’Ercole Incalza che fu travolto dallo scandalo di
Lorenzo Necci (a lungo numero uno delle Ferrovie italiane), ma che fu poi
subito riciclato nientemeno che come responsabile del gruppo Economia
della commissione intergovernativa italo-francese che ha preparato l’iter
per l’approvazione del supertunnel da parte dei rispettivi governi: oggi
Incalza è consigliere del ministro Lunardi e membro del «gruppo Van Miert»
in sede Ue. E quell’Emilio Maraini che insieme a Incalza fu il dirigente
Fs più vicino a Necci, per anni numero uno della Italfer, la società
incaricata della progettazione e della vigilanza sull’alta velocità.
Nel 1993 Maraini fu arrestato a Milano dal pool Mani pulite e negli
interrogatori ammise le tangenti pagate come amministratore delegato di
Ansaldo Trasporti per partecipare ai lavori delle metropolitane di Roma e
di Milano. Poi, con un paio di rinvii a giudizio sul groppone, fu messo da
Necci al vertice dell’Italfer, finché finì di nuovo in cella, nel 1998,
per ordine dei magistrati di Perugia, in una delle tante inchieste
sull’alta velocità. Forte di questo know-how, oggi Maraini è consigliere
di Lunardi per gli affari internazionali.
Martinat e Gavio sospendono ogni conflittualità e fanno fronte comune
quando si tratta di pretendere soldi pubblici. Martinat: «Tremonti vuol
tagliare le spese. Noi sosteniamo la tesi opposta, bisogna sfondare
ulteriormente. Andiamo a Bruxelles e diciamo affanculo... Abbiamo bisogno
di soldi da investire quest’anno, il prossimo e quello seguente, se
vogliamo vincere le elezioni! Secondo Tremonti, questo ministero dovrebbe
spendere il 10 per cento in meno in strade, ferrovie eccetera». Gavio:
«Roba da matti!». Così si decidono le grandi infrastrutture e le sorti del
Paese. Le teste calde della Valsusa sono avvisate: non fermeranno il
Progresso.
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