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http://unimondo.oneworld.net/article/view/122086/1/ ]
Incubo-Tav
di Marco Cedolin
La storia che voglio raccontarvi parla di grandi capitali e di piccoli
uomini, di treni che correranno vuoti a 300 km/h dentro a gallerie scavate
nell'uranio, di società private costituite con il denaro pubblico,
piramidi di Cheope fatte di smarino e grattacieli di fibre d'amianto, di
cittadini che difendono i propri diritti additati come canaglie e di
canaglie senza scrupoli che si fingevano persone attente all'ambiente e ai
diritti dei propri cittadini, di sindaci bastonati dalla polizia in una
Valle decisa a resistere all'ennesimo stupro del proprio territorio, di
come un grande investimento non produrrà altro che impoverimento, di
quando le parole degli esperti vengono trasformate in sussurri ed il
biascicare incompetente dei politici assurge a realtà incontrovertibile.
La storia inizia il 7 agosto 1991 con la nascita di Tav spa, la società a
capitale misto pubblico e privato deputata a costruire in Italia quasi 900
km di linee ferroviarie per i treni ad alta velocità.
In realtà dopo il disastroso risultato economico del tunnel sotto la
Manica non si riscontrava assolutamente traccia di privati disposti a
rischiare il proprio capitale nella costruzione di grandi infrastrutture e
quello di presentare Tav spa come una società a capitale misto era un mero
artificio volto a far si che l'Italia potesse rispettare i parametri di
Maastricht che imponevano il rapporto deficit-pil al 3%. Lo Stato garantì
il finanziamento del 40% in conto capitale, mentre finanziò il restante
60% (quello di appannaggio dei privati) attraverso prestiti bancari,
accollandosi gli interessi degli stessi fino al completamento dell'opera.
Il 10 marzo 1998 le Ferrovie di Stato che detenevano la maggioranza
del capitale pubblico acquisirono il 100% di Tav spa e dal primo gennaio
del 2003, ormai nell'ambito della "legge obiettivo" Tav spa è entrata
nell'orbita di Infrastrutture spa, il cui azionista unico è la Cassa
Depositi e Prestiti.
Tutto questo gioco di scatole cinesi, nato una quindicina di anni fa dalla
fervida fantasia dell'allora ministro del Bilancio Cirino Pomicino e
perfezionato poi dal governo Berlusconi sotto il nome di "project
financing" ha come unico scopo quello di permettere allo Stato di
contrarre enormi debiti, senza però doverli iscrivere nel proprio
Bilancio, evitando così che essi incidano nei parametri del Patto Europeo
di stabilità.
I privati esistono veramente ma rivestono il ruolo di General Contractor
grazie al perfezionamento di un'altra "intuizione" del buon Cirino
Pomicino.
Fiat IRI ed ENI (i General Contractor) sono concessionari con l'esclusione
della gestione, hanno cioè tutti i poteri del committente pubblico nella
gestione dei subappalti, nella direzione dei lavori, negli espropri, ma
non hanno poi la gestione diretta dell'opera, (caso unico in Europa) per
cui il loro solo interesse, essendo disancorati dalla successiva gestione,
sarà quello di fare durare i lavori il più a lungo possibile al fine di
fare levitare al massimo la spesa. Inoltre il General Contractor a
differenza del concessionario tradizionale di lavori o servizi pubblici
potrà affidare i lavori a chi vuole anche con trattativa privata ed
essendo un privato non sarà mai perseguibile per corruzione, in quanto
eventuali tangenti potranno essere giustificate sotto forma di
"provvigioni".
Un'architettura senza dubbio ingegnosa attraverso la quale si trasferisce
tutto il rischio d'impresa dal privato allo Stato che alla fine dei lavori
sarà però costretto a restituire i prestiti delle banche, aprendo così una
voragine senza fondo nella quale precipiterà giocoforza la nostra già
fragile economia. La conseguenza di tutto ciò è che il progetto dell'Alta
Velocità, presentato nel 1991 con un costo previsto di 26.180 miliardi di
lire, rischierà invece di costare, una volta terminato in un lontano
futuro, circa 80 miliardi di euro e gli italiani ne pagheranno i debiti
fino al 2040 ad un ritmo di 2 miliardi e 300 milioni di euro l'anno.
Ci sarebbero molte altre cose da raccontare concernenti questi 14 anni nei
quali il progetto Alta Velocità ha preso forma e mosso i suoi primi passi,
anni nei quali la zona del Mugello è stata devastata dalle gallerie con
conseguenze idrogeologiche irreversibili, anni nei quali personaggi legati
a doppio filo alla politica e all'imprenditoria come Necci Lorenzo, Pacini
Battaglia, Icalza Ercole e molti altri si sono spartiti tangenti
miliardarie, sono stati indagati, hanno corrotto giudici, vinto e perso
processi, il tutto continuando a mantenere sempre posizioni preminenti
all'interno delle istituzioni. Anni di grossi guadagni per chi come
l'attuale ministro delle infrastrutture Pietro Lunardi, attraverso la
Roksoil azienda di famiglia si è aggiudicato un numero infinito di opere e
consulenze o chi come Romano Prodi fondò la Nomisma, società bolognese
indagata nel 1992 nell'ambito di una consulenza miliardaria sull'Alta
Velocità, le cui conclusioni a fronte di un'analisi quanto mai
approfondita e retribuita si manifestavano nell'enunciato che "la velocità
fa risparmiare tempo".
Anni nei quali 13.779 lavoratori impegnati nel progetto Tav hanno lavorato
a ciclo continuo con turni che potevano impegnarli anche per 48 ore di
seguito, in gallerie dove l'aria era inquinata, la luce poca ed i rischi
molti, come molti sono stati fra loro gli operai deceduti in incidenti sul
lavoro. Basti pensare che nei soli primi 6 mesi di lavori sulla tratta
Torino - Novara si sono annoverati 350 infortuni dei quali 2 mortali.
Ma la storia che voglio raccontarvi è una storia ad Alta Velocità, dove
non esiste tempo per soffermarsi a riflettere, valutare i giudizi degli
esperti, confrontarsi con le istituzioni locali. Esiste solamente una
montagna di denaro senza fine sulla quale gettarsi con voracità assassina
ed una montagna di roccia da sventrare al più presto per garantire la
sopravvivenza del bengodi.
Il progetto per la costruzione della Linea ferroviaria Alta Velocità ?
Alta Capacità Torino - Lione si è evidenziato fin da subito come il più
scellerato ed economicamente dispendioso dell'intero programma Tav e la
nostra storia vuole entrare nel merito delle motivazioni che hanno spinto
decine di migliaia di persone ad osteggiarlo con veemenza fin dalla sua
nascita.
L'intenzione dei progettisti è quella di costruire un tracciato che
partendo da Settimo Torinese (periferia nord est di Torino) attraversi
buona parte della Valle di Susa per poi sbucare in Francia attraverso un
tunnel di 52 km sotto il massiccio dell'Ambin. Tale tracciato accreditato
come parte integrante di un fantomatico "Corridoio 5 Lisbona - Kiev" viene
definito indispensabile ed irrinunciabile dalla maggior parte degli uomini
politici di ogni razza e colore, nonché dalla Confindustria e da tutti i
poteri forti che attendono di spartirsi le enormi somme di denaro
garantite dall'opera per almeno i prossimi 15 anni.
Le ragioni addotte per suffragare la necessità assoluta del progetto si
sono sempre limitate a demagogiche affermazioni secondo le quali la Torino
- Lione sarebbe indispensabile al rilancio del Piemonte che senza di essa
resterebbe isolato dall'Europa, oppure a proclami privi di fondamento
secondo i quali l'opera risulta indispensabile per l'innovazione del
sistema dei trasporti italiano e garantirà un enorme ritorno sia dal punto
di vista economico che da quello occupazionale. E' stata anche ventilata,
in realtà senza troppa convinzione, la necessità di garantire attraverso
l'opera la gestione del supposto futuro incremento dei flussi passeggeri e
commerciali, nonché ipotizzato un futuro trasferimento alla rotaia del
traffico su gomma tramite le navette in grado di trasportare i Tir, con
conseguenze positive in termini d'inquinamento ambientale.
Quando le commissioni tecniche, scientifiche e gli esperti hanno iniziato
nel corso degli anni ad analizzare il progetto nelle sue varie
sfaccettature è però emersa una realtà in profonda distonia con le
roboanti dichiarazioni della folta schiera di politici, pennivendoli e
mestieranti vari che si sono prodigati e si prodigano nel tentativo di
dare alla Torino - Lione una patente di "opera necessaria" che non ha
assolutamente ragione di esistere. Quella di un Piemonte isolato dal resto
d'Europa è un'affermazione talmente assurda da meritare di albergare solo
nella fantasia di una mente malata. Lungo la sola la Valle di Susa passano
infatti attualmente circa il 35% delle merci che valicano le Alpi, troppe
veramente per una regione in stato d'isolamento. La Valle di Susa è una
valle alpina larga in media solamente 1,5 km con abbondanza d'insediamenti
abitativi ed industriali. Attraverso di essa già oggi passano
un'autostrada, due strade statali, una linea ferroviaria passeggeri e
merci a doppio binario, un fiume, molteplici strade provinciali,
acquedotti, condutture del gas, linee elettriche aeree ed interrate.
Dovrebbe essere evidente per chiunque come una realtà naturale già così
fortemente violentata non sia assolutamente in grado di sostenere il peso
di nuove pesanti infrastrutture, se non al prezzo di conseguenze
disastrose sia per il territorio che per la qualità di vita di coloro che
lo abitano.
La costruzione della Torino - Lione comporterà nella sola parte italiana
l'estrazione dalle gallerie di 16.000 metri cubi di smarino (almeno 6
volte il volume della piramide di Cheope) per i quali occorreranno
2.500.000 passaggi di camion solo per stoccare nelle varie discariche i
materiali di risulta. I recenti studi d'ingegneria dei trasporti affermano
che quando tra una quindicina di anni l'opera sarà terminata solo l'1%
dell'attuale traffico su gomma si trasferirà sulla ferrovia. La
contropartita di questo deludente risultato sarà pagata in maniera
salatissima dai cittadini della Valle e della cintura di Torino, in quanto
si calcola che durante questi 15 anni almeno 500 camion circoleranno
giorno e notte per il trasporto dei materiali di scavo dai tunnel ai
luoghi di stoccaggio, con il conseguente aumento d'inquinanti, polveri e
rumore.
Oltre ai grossi rischi di natura idrogeologica focalizzati nella bassa
valle, ad elevato rischio alluvionale, le cui conseguenze potrebbero
ripercuotersi in maniera drammatica anche sulla città di Torino, gli studi
hanno messo in evidenza due punti di estrema criticità del progetto Alta
Velocità - Alta Capacità Torino - Lione.
Il primo riguarda la galleria di 23 km Musinè/Gravio che dovrebbe
attraversare un terreno caratterizzato da rocce ricche di amianto. Secondo
le analisi commissionate dalla Rete Ferroviaria Italiana ai geologi
dell'Università di Siena il volume previsto di materiale estratto
contenente amianto dovrebbe essere di almeno 1.150.000 metri cubi.
Non risulta sia stato previsto alcun piano di sicurezza volto ad impedire
la dispersione delle fibre d'amianto durante le fasi di lavorazione e di
stoccaggio. La metà del materiale estratto contenente amianto
(paragonabile per volume ad un grattacielo alto 400 metri) è previsto sia
stoccata in un sito a cielo aperto nei pressi del comune di Almese, senza
nessuna protezione e giocoforza esposto ai forti venti di fhon che spesso
soffiano nella valle (mediamente per 40 giorni all'anno) in direzione
Torino.
In un dossier curato dal dottor Edoardo Gays, oncologo dell'ospedale San
Luigi di Orbassano viene sottolineato come l'amianto, riguardo al quale
non esiste per l'uomo una soglia minima di tollerabilità, causa oltre ad
altre affezioni il mesotelioma pleurico, un tumore maligno che si
manifesta anche dopo 15, 20 anni dall'inalazione delle particelle, esso
porta al decesso in media entro 9 mesi dal momento della diagnosi ed ha un
tasso di mortalità nell'ordine del 100%.
Sempre il dottor Gays nel suo studio esprime grossa preoccupazione per le
conseguenze degli scavi e dello stoccaggio dei materiali contenenti
amianto sulla salute dei cittadini ed afferma che alla luce di queste
condizioni le morti per mesotelioma rischieranno di aumentare di oltre 100
volte su scala regionale.
Il secondo punto critico è costituito dal tunnel di 52 km che dovrà
correre sotto il massiccio dell'Ambin, preceduto da una galleria di
prospezione lunga oltre 7 km e del diametro di 6 metri. All'interno del
massiccio dell'Ambin sono infatti presenti numerosi giacimenti di uranio,
come documentato dal CNR fin dal 1965. Per maggior precisione il materiale
presente è pechblenda, una forma particolarmente radioattiva.
Una parte dello smarino estratto sarà perciò con tutta probabilità carica
di radioattività ed estremamente pericolosa sia in fase di scavo che di
stoccaggio.
L'uranio si disperde nell'aria e può essere inalato, inoltre contamina le
falde acquifere e va ad inquinare i corsi d'acqua che possono essere
utilizzati per l'irrigazione. L'uranio se inalato o ingerito provoca
contaminazione interna e può essere causa di linfomi e leucemie.
Occorre anche sottolineare che la distribuzione delle falde acquifere
all'interno del massiccio dell'Ambin è estremamente complessa e le
conseguenze degli scavi rischiano di compromettere gravemente il sistema
idrografico dell'area, come già avvenuto nel corso degli scavi delle
gallerie per la linea Alta Velocità Firenze - Bologna nella zona del
Mugello.
Se alla luce delle analisi fin qui esposte il progetto della linea
ferroviaria Alta Velocità - Alta Capacità Torino - Lione si dimostra in
maniera incontrovertibile un'opera altamente pericolosa per la salute e
l'incolumità dei cittadini, non solo della Valle di Susa ma anche della
cintura torinese e del capoluogo stesso, anche gli studi inerenti
all'utilità ed al ritorno economico del tracciato mostrano imbarazzanti
incongruenze nel merito delle quali non si può evitare di entrare.
I traffici di lunga distanza sull'asse Lisbona - Kiev, che motiverebbero
il concetto di "Corridoio 5" sono ad oggi irrilevanti. Il traffico
passeggeri di lunga distanza si muove e si muoverà in aereo, poiché
risulta ampiamente dimostrato come le ferrovie ad Alta Velocità non siano
assolutamente competitive nelle distanze superiori ai 500 km.
I traffici merci di lunga distanza sono estremamente esigui, la velocità
non è un requisito fondamentale (basta osservare il successo delle
ferrovie statunitensi con velocità commerciali nell'ordine dei 30 km/h.)
anzi contribuisce ad aumentare i costi a dismisura, favorendo sull'asse in
oggetto l'alternativa marittima.
L'attuale linea ferroviaria Torino - Modane è oggi utilizzata solamente al
38% della sua capacità. Le navette predisposte per il caricamento dei Tir
sono state usate solo durante il breve periodo di chiusura del Frejus,
altrimenti partono ogni giorno vuote. Gli unici due treni giornalieri del
collegamento ferroviario diretto Torino - Lione sono stati soppressi per
mancanza di passeggeri. Una scarsità di traffico davvero disarmante per
una direttrice così importante da giustificare l'investimento di 21
miliardi di euro (la metà dei quali di competenza italiana) al fine di
dotarla di una linea ad Alta Velocità. Negli anni passati, quando ancora
la pesante crisi economica europea non si era manifestata in tutta la sua
interezza, il governo aveva affidato ad una società molto quotata, la
Setec Economie il compito di valutare i benefici dell'opera.
Tale società aveva analizzato i volumi tendenziali di traffico per gli
anni a venire, stimando con un ottimismo che alla luce della contrazione
odierna del mercato non può che far sorridere, un volume di traffico che
avrebbe dovuto attestarsi nel 2015 intorno ai 174 treni/giorno. La linea
esistente, una volta effettuati gli interventi di potenziamento previsti,
molti dei quali già in corso dovrebbe consentire già nel 2008 una capacità
di circa 220 treni/giorno, un valore ampiamente compatibile con qualsiasi
ottimistica previsione. Alla luce di questi dati si stenta veramente a
comprendere, se non nell'ottica della spartizione mafiosa dei
finanziamenti pubblici, per quale arcana ragione anziché perseguire lo
sfruttamento della linea attuale ottimizzandone le potenzialità, s'intenda
invece portare a termine un progetto totalmente inutile come quello della
linea ferroviaria Alta Velocità - Alta Capacità Torino - Lione,
finalizzata ad una capacità di trasporto superiore di oltre 5 volte agli
attuali livelli di traffico, oltretutto alla luce del fatto che detti
livelli anziché in crescita esponenziale come si prevedeva nel passato
sono scesi del 9% solamente nell'ultimo anno.
Appare inoltre lapalissiano come il costo esorbitante di un'opera di
queste dimensioni, stimato in circa 11 miliardi di euro per la sola
competenza italiana e passibile (come l'esperienza ci insegna) di
ulteriori notevoli incrementi durante i 15 anni di lavori, non potrà
assolutamente essere ammortizzato attraverso i ricavi derivanti da un
traffico composto da elementi di sola fantasia. Tale costo ricadrà per
forza di cose sulle spalle di tutta la collettività con effetti a dir poco
disastrosi.
La storia che ho voluto raccontarvi si è ormai trasformata in pura cronaca
di attualità, una cronaca che vede riproporsi la biblica lotta di Davide
contro Golia. Da un lato i cittadini della Valle di Susa e tutti gli
abitanti dell'area torinese che hanno avuto la sensibilità e la capacità
di riuscire a comprendere i termini del problema pur attraverso la
disinformazione messa in atto dai grandi media asserviti alle ragioni
della politica. Insieme a loro i sindaci dei comuni della Valle, alcuni
studiosi, medici ed esperti che si manifestano quali spiriti liberi non
aggiogati al carro dei potenti, nonché esigue frange della politica
appartenenti ai Verdi ed a Rifondazione Comunista.
Dall'altro le arroganti falangi del potere, i ministri del governo insieme
agli onorevoli dell'opposizione, fino ad arrivare al Presidente della
Regione Piemonte Mercedes Bresso (donna che per l'occasione è giunta al
punto di abiurare ogni parola esperita in tanti anni di militanza
ambientalista) ed al sindaco di Torino Sergio Chiamparino.
Tutti uniti, coesi, forti di quella protervia che deriva loro dalla
consapevolezza di poter gestire l'opinione pubblica attraverso le
televisioni, i giornali e gli esperti compiacenti, convinti di potere
reprimere ogni forma di protesta con la furia belluina della polizia e la
militarizzazione del territorio.
Il primo scontro si è già svolto il 31 ottobre, quando il potere ha usato
i manganelli della polizia per bastonare i tanti, tantissimi cittadini,
nonché alcuni sindaci che si erano inerpicati sulla montagna sopra
Monpantero nel tentativo d'impedire la conquista del primo lembo della
loro terra, sul quale sarebbe stata installata la prima trivella a sancire
di fatto l'inizio dell'opera. Il lembo di terra è stato conquistato solo
con l'ausilio dell'inganno, in maniera probabilmente illegale ed è ora
presidiato dalla polizia. Le trivelle non hanno ancora potuto mettersi in
moto ma la Presidente della regione Piemonte Mercedes Bresso ed il sindaco
di Torino Sergio Chiamparino si sono già espressi con durezza, affermando
che la ferrovia Alta Velocità - Alta Capacità Torino - Lione si farà in
ogni caso, poiché si tratta di un progetto irrinunciabile e nessun tipo di
protesta riuscirà ad impedirne la realizzazione.
In risposta al rifiuto di ogni dialogo che non passi attraverso l'uso dei
manganelli da parte delle istituzioni, il 16 novembre tutta la Valle di
Susa si fermerà unita in uno sciopero generale contro l'ennesima violenza
perpetrata nei confronti del territorio e dei suoi abitanti.
La storia ovviamente non finisce qui e come tutte le storie potrà
riservare infinite sorprese anche a coloro che si sentono onnipotenti
quando tengono in mano il bastone del potere. I contestatori NO TAV della
Valle di Susa potrebbero un giorno di questi apparire al resto d'Italia
nella loro veste reale, non uno sparuto gruppo di estremisti ecologisti,
no global, luddisti, nemici del progresso, bensì semplicemente tanti
cittadini coraggiosi disposti a mettersi in gioco e lottare per difendere
i loro diritti, la propria salute e la propria terra.
Quel giorno potrebbero diventare tantissimi e poi ancora di più, così
tanti da uscire dall'invisibilità nella quale si è cercato per lungo tempo
di nasconderli, troppi perché i poliziotti possano bastonarli tutti, ed
allora forse inizierà una storia diversa che parlerà di treni costruiti
per essere utili alla qualità di vita dell'uomo e non di uomini
sacrificati nel nome dei treni e della velocità.
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