Caccia aperta al Tfr. Maroni querela
Scoppia la bagarre su una norma della riforma
appena varata da Palazzo Chigi che potrebbe favorire le compagnie di
assicurazione. La denuncia della Cgil. Maroni: passo tutto ai miei
avvocati
PAOLO ANDRUCCIOLI
I tredici miliardi di euro del bottino annuale del Tfr
e i soldi stanziati per la previdenza complementare (620 milioni) hanno
fatto scattare un vero e proprio conflitto sulla riforma della previdenza
complementare, il giorno dopo il varo del disegno di legge. Volano le
polemiche politiche, ma anche le querele: il ministro del welfare, Roberto
Maroni, ha infatti querelato per «diffamazione aggravata» il sindacalista
della Cgil, Beniamino Lapadula, che ieri era tornato ad attaccare il
governo e aveva parlato di «neo furbetti del quartierino in azione».
Secondo Lapadula, alcune norme della riforma della previdenza
complementare potrebbero infatti entrare in vigore da subito (da gennaio
del 2006) e non dal 2008, come è previsto per altre, compreso il
silenzio-assenso. «Per il combinato disposto dell'articolo 19 e
dell'articolo 1, lettera b - spiega il sindacalista della Cgil - le forme
pensionistiche individuali complementari sarebbero legittimate ad essere
destinatarie di quote del Tfr». Lapadula teme in sostanza che si possa
verificare «un immediato vantaggio per le assicurazioni che inveve, sulla
base della normativa vigente, non possono utilizzare il Tfr nelle polizze
individuali». La risposta del ministro non si è fatta attendere. Lapadula,
dice Maroni, ha utilizzato una tecnica basata su fantasione ipotesi per
farne discenderne conseguenze catastrofiche. E' una tecnica, dice il
ministro in un comunicato stampa, da «terrorismo psicologico, che non ha
alcun fondamento nella verità». Con le affermazioni del sindacalista della
Cgil, sempre secondo Maroni, si dimostrerebbe solo il livore nei confronti
di un governo che pur tra mille difficoltà è riuscito a portare a termine
la riforma. Conclusione: «Non intendo accettare questi insulti e ho dato
mandato ai miei legali di presentare querela per diffamazione aggravata
nei confronti dell'esponente della Cgil».
La polemica scatenata dalla Cgil non è infatti di poco conto perché
potrebbe cambiare molte cose. Il responsabile economico della Cgil lancia
in sostanza l'allarme su una possibile interpretazione distorta di una
parte del testo. Tutte le norme che avrebbero dovuto essere applicate dal
gennaio del 2006 scatteranno ora dal 2008: il silenzio-assenso per
decidere la destinazione del Tfr, la moratoria per le imprese, la
parificazione dei fondi e via dicendo. Nel testo varato da palazzo Chigi
si sarebbe però un'ambiguità che potrebbe permettere una parificazione dei
prodotti previdenziali già dal 2006, avvantaggiando quindi le compagnie di
assicurazione. In particolare Lapadula si chiede perché nel testo c'è
scritto che la Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensione, deve
scrivere i regolamenti attuativi entro 30 giorni. Il ministro Maroni ha
risposto che tutte le norme andranno in vigore dal 2008, ma poi subito
dopo ha anche deciso di adire a vie legali contro il sindacalista della
Cgil che avrebbe offeso non solo il suo lavoro, ma anche quello di tutti i
collaboratori impegnati da mesi sulla riforma.
Anche il sottosegretario Alberto Brambilla è intervenuto per chiarire la
norma sulla parificazione dei vari prodotti e sui tempi delle direttive
della Covip. Brambilla parla ancora di 20 giorni di tempo per la Covip per
varare le direttive. Ma a ruota una nuova dichiarazione di Lapadula, dopo
l'annuncio della querela del ministro. La dichiarazione di Brambilla, dice
Lapadula, non convince. Vedremo nei prossimi giorni come andrà a finire la
storia.
Ma non c'è solo lo scontro diretto tra la Cgil e il ministro del welfare.
Ci sono anche vari scontri interni alla coalizione di governo e tra
maggioranza e opposizione. Appena ventiquattro ore dopo l'approvazione
della riforma, che rimanda tutto il processo di modifica al 2008, ieri si
sono quindi verificati infatti vari colpi di scena. Dopo il varo di
palazzo Chigi, si sono scatenate subito le polemiche sostenute in
particolare dai sindacati e dai partiti di opposizione, che accusano il
governo di praticare in modo scientifico la politica del rinvio. Una
scelta, dicono i rappresentanti dell'Unione, che non deriva solo dalla
assoluta confusione in cui versa il governo Berlusconi, ma anche dalla
volontà di scaricare tutti i costi della riforma sul prossimo governo.
Per quanto riguarda i costi della riforma è scontro anche all'interno
della maggioranza berlusconiana. Si sono infatti liberati parecchi soldi,
620 milioni di euro, che sarebbero stati utilizzati per le compensazioni
delle imprese che decidano di rilasciare il Tfr per trasferirlo ai fondi
pensione. Dove andranno ora questi soldi visto che la riforma sarà
applicata solo tra due anni? Il vicemistro dell'economia, Giuseppe Vegas,
ha dichiarato ieri che non sarà certo il ministro Maroni a decidere per
conto del governo o del parlamento il destino di queste risorse. «I fondi
destinati al Tfr per il 2006 e 2007 che ammontano a 620 milioni di euro -
ha detto ieri Vegas - devono andare al rientro del deficit del 2007». I
soldi, ha voluto precisare il viceministro, sono di competenza del governo
e quindi spetterà all'esecutivo nella sua collegialità dediderne la nuova
destinazione.
ASSICURATORI
«La norma non convince neanche noi»
Parla Gianpaolo Galli, direttore generale dell'Ania
(le compagnie)
P. A.
La Cgil grida al trucco a favore delle compagnie di
assicurazione e il ministro del welfare Maroni parte con le querele. Il
governo rassicura tutti, ma poi le dichiarazioni dei tecnici creano nuove
ambiguità sui reali poteri della Covip (la commissione di vigilanza) e
soprattutto sulle norme applicative che riguardano le pensioni individuali
e i fondi aperti. Che cosa succede? E' vero che le assicurazioni potranno
utilizzare da subito il Tfr per i piani individuali (le polizze), mentre
il silenzio-assenso è rinviato al 2008? Lo abbiamo chiesto a Gianpaolo
Galli, direttore generale dell'Ania, l'associazione che riunisce tutte le
compagnie assicurative italiane.
Direttore, allora come stanno le cose, come interpretate la norma
varata dal governo?
Sulla base delle dichiarazioni del ministro Maroni, non mi pare che si
possano nutrire dubbi: tutta la riforma scatterà dal 2008, quindi anche le
norme che riguardano le assicurazioni. Tutto è rinviato al 2008, sia i
diritti, sia i doveri. Mi lascia invece un po' perplesso la dichiarazione
del sottosegretario al welfare, Brambilla, che parla della necessità di
varare entro 30 giorni dalla data di approvazione del disegno di legge le
direttive applicative da parte della Covip. Ma se tutto deve scattare nel
2008 come dice Maroni, allora perché questa fretta? Io mi sentirei molto
più tranquillo se questo punto venisse chiarito definitivamente. Se tutte
le norme dovranno essere applicate nel 2008, allora anche la Covip
potrebbe preparare le direttive qualche tempo prima, ma non si capisce
perché dovrebbe farlo oggi. Tra l'altro è anche uno spreco di lavoro di
funzionari pubblici, visto che poi, come si prevede, la riforma verrà
modificata.
Ma questo sembra lo stesso quesito posto da Lapadula della Cgil...
Evidentemente c'è un problemino da risolvere nel testo varato dal governo.
Il testo definitivo e ufficiale ancora non lo conosciamo, ma io penso che
la soluzione a tutte le eventuali ambiguità sia nella definizione del
ruolo della Covip. Basterebbe dire che anche i nuovi compiti della Covip e
quindi la stesura delle direttiva andranno in vigore dal 2008, come tutte
le altre norme della riforma. In questo modo si tranquillizzerebbero
tutti. Sarebbe allora chiaro che - da qui al 2008 - rimangono in vigore
tutte le vecchie norme sulla previdenza complementare.
Si riferisce cioè alle norme della legge 124 del 1993 che ha istituito
i fondi pensione?
Esattamente. Sto parlando di quelle norme, che io definisco paleolitiche e
per certi versi indecenti. Si tratta infatti di una legge che crea
distorsioni, visto che prevede la proibizione della devoluzione del tfr ai
fondi pensione aperti e alle polizze individuali se un lavoratore di una
determinata categoria ha il suo fondo pensione contrattuale. Sono norme
che privilegiano i sindacati e che non permettono ai lavoratori di
scegliere liberamente tra i vari prodotti previdenziali che offre il
mercato.
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