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E' stato un errore permettere che la previdenza "integrativa"
(cioè "aggiuntiva") diventasse "complementare" (cioè
"indispensabile"). Meglio riconoscerlo e comportarsi di
conseguenza
Una piccola premessa. Non mi persuadono le spiegazioni che tendono ad
attribuire la responsabilità di scelte discutibili (o addirittura
sbagliate) al casuale sviluppo delle circostanze, al confuso susseguirsi degli accadimenti. Penso infatti che quando le
cose vanno per il verso sbagliato è perché ci abbiamo messo anche
molto del nostro.
Provo quindi a chiarire il mio punto di vista.
1) Per la sua genesi, lo 0,50 per cento (proposta sindacale
avanzata nel 1982 per l'istituzione di un fondo di solidarietà a
sostegno dello sviluppo - ndr) non può essere scambiato con
un antecedente delle pensioni integrative. La proposta dello 0,50 per
cento traeva infatti origine dalla duplice impennata messa a segno dai
prezzi del petrolio negli anni settanta e dalle connesse conseguenze
inflazionistiche. Conseguenze che in Italia si rivelarono assai più
gravi e persistenti che altrove. Poiché, in quel contesto, diversi
"consiglieri del principe" reclamavano, come unico modo per uscire
dalla crisi, una riduzione del salario reale, con una diminuzione
della quota di reddito destinata al lavoro ed un parallelo aumento di
quella destinata al capitale, il sindacato decise di opporre una sua
strategia alternativa.
Sostenne perciò la tesi che era possibile dare una risposta ai
problemi dell'accumulazione senza ridurre la dinamica del salario
reale. Ma semplicemente decidendo (di volta in volta) quale parte
degli aumenti nominali delle retribuzioni fosse "salario spendibile",
e quale dovesse invece concorre alla determinazione del "salario
disponibile". A partire da questa distinzione venne formulata la
proposta di ridurre il "salario spendibile" dello 0,5 per cento (ferma
restando la titolarità dei lavoratori su questa quota) per destinarne
le somme accantonate a progetti di investimento in grado di favorire
la ripresa.
Pertanto lo scopo dello 0,5 per cento non è mai stato quello di
favorire la "possibilità di intervento del movimento dei lavoratori
nei mercati finanziari". Pensare infatti di trasformare il sindacato
in un insider trader non sarebbe stato soltanto un errore. Ma
soprattutto una sciocchezza. Ed è così vero che il sindacato, a
cominciare dalla Cisl, non ebbe mai alcuna tentazione del genere. Del
resto, non è affatto casuale che la istituzione dello 0,50 per cento,
contenuta nell'accordo triangolare del 22 gennaio 1983, fosse
finalizzata alla realizzazione di un "Fondo di Solidarietà" per
investimenti nel Mezzogiorno. Quindi una scelta opposta ad ogni
proposito speculativo. Come invece hanno, di norma, gli investimenti
finanziari.
Il fatto poi che, su questo punto, l'accordo del 1983 non abbia avuto
nessun sviluppo pratico, non ha niente a che fare con le sue
motivazioni. Ciò che infatti ha pesato è stato l'insorgere, nei mesi
immediatamente successivi, di una dialettica aspra tra le
organizzazioni sindacali (le vicende sono note e non c'è alcun bisogno
di riprenderle in questa sede) che ha finito per mettere in causa
l'intera strategia con la quale si sarebbe dovuto affrontare la crisi
e comportando anche il prezzo esoso dell'impotenza e della paralisi.
2) Concordo sul fatto che (considerato l'allungamento della vita
media) a partire dall'inizio degli anni novanta si è imposto nel
dibattito sociale e politico il tema di come assicurare la pensione
pubblica alle nuove generazioni. Questa presa d'atto non è però in
contraddizione con la convinzione (non soltanto mia) che la questione
avrebbe potuto essere affrontata in altro modo. Oltre tutto, più
lineare e più semplice. Allungando cioè l'età pensionabile, o
aumentando la contribuzione previdenziale. Oppure con un mix di
entrambi.
Come sappiamo, si è invece scelto la soluzione eccentrica di aumentare
l'età pensionabile, riducendo contemporaneamente i contributi
previdenziali. Così, come nel gioco dell'oca, si è ritornati al punto
di partenza. Il risultato è stato che si è cominciato a discutere di
"previdenza integrativa" non più in termini di "volontarietà" (come
era avvenuto fino ad allora e come confermano le poche esperienze
pregresse) ma di "necessità" (per evitare di ritrovarsi del tutto
privi mezzi in quella parte della propria vita, quando aumentano
problemi e bisogni).
3) Ciò che quindi continua a sfuggirmi è la "ratio" che avrebbe
indotto il sindacato ad assecondare la trasformazione delle pensioni
"integrative" (che cioè si "aggiungono") in pensioni "complementari"
(che invece diventano "essenziali", "irrinunciabili"; tanto sul piano
quantitativo che della struttura).
4) Perciò, senza voler in alcun modo offuscare le responsabilità di
nessuno (comprese, dunque, quelle del sindacato e delle forze
politiche del centrosinistra), alla domanda di Benetti se le pensioni
siano una riforma da completare o da rivedere, risponderei con
Sant'Agostino: "Humanum fuit errare, diaboliucum est per animositatem
in errore manere". (Errare è stato umano, ma sarebbe diabolico
perseverare per ostinazione nell'errore.)
(pubblicato su "eguaglianzaeliberta.it"
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