Risposta a Pietro Ichino: Chi strangola i lavoratori, il contratto o il mercato?
di Giorgio Cremaschi

 

Una volta c’era la scala mobile, che con i suoi periodici scatti garantiva a tutti i lavoratori un automatico, anche se non totale, recupero dell’aumento del costo della vita. Ad essa si aggiungevano poi gli aumenti che derivavano dai contratti nazionali e, per chi poteva, quelli degli accordi aziendali. La casa dei salari era strutturata su tre piani, e tutti ne raggiungevano almeno due.
Da quando il primo piano, la scala mobile, nel 1992 è stato abolito, i salari hanno cominciato ad andare sempre peggio, ed in meno di un quindicennio hanno perso ben dieci punti sulla ricchezza complessiva del paese. Qualcosa come 150 miliardi di euro all’anno.
Col senno di poi si potrebbe sostenere che era difficile che questo non accadesse. Una volta, anche se si tardava a rinnovare il contratto nazionale, una quota di salario veniva comunque percepita quando aumentava il costo della vita. Oggi, anche quella parte della retribuzione che è calcolata sull’inflazione programmata dal governo, che è preventivamente scontata in tutti i bilanci delle imprese, anche quella deve essere conquistata con gli scioperi. I metalmeccanici è da un anno che non prendono nulla. Il pubblico impiego da due, i lavoratori della ricerca da quattro. La Fiat non rinnova il contratto aziendale da dieci anni. Il sistema attuale, nato per superare il conflitto e per garantire la partecipazione, si è invece rivelato come fondato sui più brutali rapporti di forza: non fai il contratto, allora non ricevi nemmeno il minimo indispensabile.
Eppure, quando cominciò la campagna contro la scala mobile, alla fine degli anni settanta, le forze del riformismo politico e sindacale sostenevano che l’eliminazione di quell’automatismo avrebbe permesso una maggiore crescita dei salari. Eliminata la rigidità e l’eccesso di egualitarismo della scala mobile, si diceva, ci sarebbe stato più spazio per la contrattazione, per la flessibilità dei salari, e alla fine le retribuzioni sarebbero aumentate senza far danni al sistema. Abbiamo visto com’è andata, eppure oggi le stesse forze, le stesse culture politiche e sindacali, ripropongono, per il contratto nazionale, gli stessi argomenti usati contro la scala mobile. Secondo questo punto di vista i contratti nazionali non si rinnovano perché sono troppo rigidi e troppo generali. Dovrebbero essere più leggeri, più flessibili (nessuno ancora dice di abolirli), così si creerebbe più spazio per il salario aziendale e le retribuzioni crescerebbero. Una volta si sosteneva che il palazzo dei salari, passando da tre a due piani, sarebbe diventato più alto, ora lo si vuol far crescere con un piano solo.
Il giuslavorista Pietro Ichino, in un suo recente libro, fornisce l’impianto più organico a questa impostazione. Egli propone di passare a un modello di contrattazione flessibile ove, a livello aziendale, le organizzazioni sindacali che rappresentano la maggioranza dei lavoratori, possano firmare accordi in deroga ai contratti nazionali. Per sostenere questa sua tesi, Ichino prende ad esempio lo stabilimento Nissan in Gran Bretagna e quello “Saturn” della General Motors negli Stati Uniti. Là, accordi aziendali sulla flessibilità della prestazione e dei salari hanno garantito alta produttività e buone retribuzioni. Ichino si domanda polemicamente per quale ragione in Italia i giapponesi non siano intervenuti per rilevare l’Alfa di Arese. E risponde accusando le rigidità del sistema, e tra queste in primo luogo quelle sindacali. A parte il fatto che proprio in questi giorni la General Motors annuncia 30mila licenziamenti. A parte il fatto che la Nissan aveva già investito in Italia, proprio assieme all’Alfa Romeo quando questa apparteneva allo stato, ed è stata la Fiat a fare terra bruciata.
A parte il fatto che in Italia ci sono crescenti investimenti di multinazionali giapponesi, che non si lamentano certo della produttività e del salario dei lavoratori italiani, anzi. A parte, insomma, il fatto che la realtà è complessivamente un’altra, è giusto misurarsi con la tesi di fondo. I bassi salari e la scarsa competitività del sistema derivano dall’azione livellatrice del contratto nazionale? Per cui se ci fosse la possibilità di derogare ad esso le aziende sarebbero più produttive e i lavoratori più contenti?
Intanto è bene ricordare come la Confindustria e la Federmeccanica pensano di applicare questa tesi. Non, come propone Ichino, attraverso un più ampio spazio alla contrattazione aziendale, ma con una centralizzazione autoritaria delle relazioni sindacali.

Il vicepresidente della Confindustria ha dichiarato che per guadagnare di più bisogna lavorare di più. Va chiarito però che la Federmeccanica pretende che la maggiore flessibilità degli orari, cioè il potere di far lavorare 60 o 30 ore alla settimana a seconda della necessità, sia imposta con accordo nazionale. Il contratto nazionale dei metalmeccanici, infatti, già prevede che si possano fare orari flessibili in certi settori, ma esige che questi siano concordati con le rappresentanze sindacali aziendali. I padroni vogliono invece eliminare proprio questo potere dei delegati di fabbrica. La loro richiesta fondamentale è quella della “esigibilità”, cioè dell’obbligo dei lavoratori di obbedire, una volta che l’azienda ha deciso.
Non è vero quindi che le imprese sono disposte a una maggiore contrattazione in azienda in cambio di un indebolimento del contratto nazionale. Esse vogliono ridurre la contrattazione ovunque. Così è sul salario, ove la riduzione della retribuzione contrattata nazionalmente vuol dire l’aumento del peso del salario concesso unilateralmente e discriminatoriamente, quello che i manager chiamano “salario di mercato”. Così è sull’inquadramento professionale, ove è la Federmeccanica che ha sempre respinto la richiesta sindacale di poter realizzare classificazioni dei lavoratori più vicine alle concrete condizioni di lavoro.
E’ una favola quella che da un lato ci sarebbe il centralismo egualitario della Fiom, e dall’altra una disponibilità delle imprese a scambiare flessibilità con contrattazione. Non so altrove, ma in Italia non è mai stato così. Per il padronato italiano gli accordi devono essere fatti centralmente per permettere alle imprese di agire localmente. La regolazione deve servire a deregolare. E così tutti gli accordi di concertazione degli ultimi venti anni hanno, in un modo o nell’altro, ridimensionato il potere contrattuale del sindacato nei luoghi di lavoro.
Ipotizzare poi, come fa Ichino, che l’incremento delle paghe possa realizzarsi monetizzando diritti ed istituti, come ad esempio la retribuzione dei primi tre giorni di malattia, non è poi un’idea così innovativa. Purtroppo questa condizione in Italia c’è già. Nei cantieri navali, in siderurgia, nelle lavorazioni di appalto, crescono i cosiddetti “globalisti”. Che sono quei lavoratori, spesso reclutati all’estero anticipando i disastri della direttiva Bolkestein, che ricevono una retribuzione omnicomprensiva. Non hanno malattia, ferie, riposi, pensione, orari. E così percepiscono magari 2.500 euro netti al mese, invece che i 1.000 di un normale metalmeccanico. Ma è vero guadagno, è vero salario? Un aumento delle retribuzioni fondato sulla rinuncia ai diritti potrebbe anche dare l’apparenza di un maggiore reddito. Ma sarebbe un aumento virtuale e temporaneo, pagato con l’incertezza, i danni alla salute, la precarietà.
C’è qualcosa di profondamente utopico nell’idea che flessibilità e mercato alla fine producano, con qualche regolazione della politica e delle relazioni sindacali, una crescita equilibrata. E’ l’utopia del liberismo temperato, che non funziona da nessuna parte al mondo, e che soprattutto non funziona per i lavoratori.
Il problema fondamentale dello sviluppo italiano è che tutti quei miliardi di euro che sono stati tolti ai salari in questi quindici anni sono stati dilapidati. Essi hanno aumentato a dismisura la ricchezza finanziaria e la rendita e non sono stati invece investiti nello sviluppo. Quella che Pietro Ichino tratta con sufficienza nel suo libro, la politica industriale, è ciò che davvero è venuto a mancare per tanti anni. Una volta la signora Thatcher a un consiglio dei ministri europei, disse: “rivoglio i miei soldi”, riferendosi ai contributi britannici all’Unione. Con ben maggior diritto i lavoratori italiani potrebbero dire, a tutti coloro che li hanno sprecati: “ridateci i nostri soldi”.
In conclusione la flessibilità dei contratti e dei salari peggiorerebbe complessivamente il reddito e le condizioni dei lavoratori, senza giovare alla competitività del sistema economico. Il contratto nazionale, nell’Italia di oggi, è una delle poche istituzioni che ancora possono garantire un equilibrio dignitoso tra giustizia sociale e mercato. Se esso dovesse venire meno, sprofonderebbero ancora i salari e la giustizia sociale, mentre il mercato e le imprese continuerebbero ad andare come vanno oggi.
Sarebbe una buona cosa non ripetere sempre lo stesso errore. Per questo, la lotta dei metalmeccanici per un contratto nazionale senza scambi tra salario e flessibilità è un momento decisivo per il futuro del paese.
 
23 novembre 2005