|
Per la difesa ed il rilancio della previdenza pubblica
No
al trasferimento del nostro TFR ai fondi pensione integrativi
Dal prossimo 1
gennaio 2006 scatteranno i 6 mesi entro i quali i lavoratori
dovranno decidere se aderire o meno al trasferimento del loro TFR a
favore di un fondo pensione integrativo. Un’operazione che,
costretta dentro il meccanismo del "silenzio - assenso" impone ai
lavoratori di dichiarare esplicitamente il loro diniego alla perdita
del TFR, pena il vederselo automaticamente dirottato verso un fondo
pensione integrativo.
Perché siamo contrari
al trasferimento del TFR ai fondi pensione integrativi.
Non è vero che i
lavoratori ci guadagnano
L'operazione è
presentata come occasione per i lavoratori di utilizzare una parte
del loro salario, altrimenti immobilizzato, al fine di investirlo in
maniera più redditizia per costruirsi una previdenza soddisfacente
per il futuro. Ma le cose non stanno così...........
E’
infatti dimostrato che in questi anni il rendimento del TFR è stato
superiore a quello dei fondi pensione integrativi. Come previsto
dalle attuali normative contrattuali il TFR è rivalutato ogni anno
automaticamente dell’ 1,5% più il 75% dell’inflazione del periodo.
In questi ultimi 4 anni il rendimento del TFR è stato quindi pari al
13,44 %, mentre i fondi chiusi hanno avuto rendimenti di molto
inferiori, attorno al 5,25%.
Nessun fondo
pensione può quindi garantire a priori rendimenti superiori a quelli
del TFR. Inoltre, gli enti previdenziali pubblici garantiscono il
pagamento del TFR maturato anche in caso di fallimento e/o
bancarotta aziendale, cosa questa che non possono garantire i fondi
pensione.
Di
contro, Il rendimento dei fondi pensione integrativi (per quanto
oculatamente amministrati), non può ritenersi del tutto esente da
crisi e crack finanziari. Il loro rendimento è per sua natura
incerto poiché legato all’andamento della borsa e dei mercati
finanziari, con evidente rischio di perdita dei nostri contributi in
caso di crisi o fallimenti. Non dimentichiamoci le perdite subite da
molti risparmiatori per i casi Parmalat, per i Bond Argentini ecc.,
così come non dimentichiamoci dei clamorosi fallimenti di fondi come
quelli della Enron, dell’Alaska Carpenter Pension Fund, per dire
solo dei casi più grossi e recenti, che hanno gettato sul lastrico
migliaia di lavoratori facendo loro perdere la copertura
contributiva.
Ma allora,
perché ci vogliono convincere a cedere il nostro TFR ??
La cosa si
spiega solo con l'interesse che si muove dietro alla previdenza
privata ed integrativa, considerata una importante occasione per
rastrellare liquidità per finanziare (si parla di 13.000 miliardi
dai nostri TFR) l’asfittico mercato finanziario nazionale.
I fondi pensione
integrativi, indicati dalla riforma Dini come secondo pilastro della
previdenza, per compensare la perdita di copertura di un sistema
pubblico che si vuole in definitiva smantellare, non sono riusciti a
decollare in tutti questi anni essenzialmente perché poco appetibili
e difficili da sostenere da lavoratori occupati in modo sempre più
precario. Non è un caso che solo il 10%
dei lavoratori dipendenti abbia fino ad ora aderito ai fondi
pensione integrativi.
Essendo però
impossibile smantellare del tutto la previdenza pubblica, senza
prima aver imposto un nuovo sistema pensionistico su base
privatistico (e di questo si tratta sia che si parli di fondi
pensione privati che di quelli contrattuali) ecco che, per legge, si
vuole imporre ai lavoratori di destinare tutto il loro TFR (oltre a
quanto già è previsto come versamento fisso dalla retribuzione
mensile) al finanziamento di questi fondi.
Paradossalmente
quindi, oltre che non essere affatto un affare il trasferire il Tfr
ai fondi pensione integrativi (lasciando il TFR in azienda si
guadagna di più e si è più tutelati) si finisce per finanziare con i
nostri soldi un sistema che può soppravvivere nel tempo solo con il
definitivo smantellamento della previdenza pubblica.
.
Quanto ci costa
tutto ciò?
Nel tentativo di rassicurare i datori di lavoro che, con il TFR,
perdono il loro principale strumento di autofinanziamento il Governo
ha deciso la riduzione di quelli che ha definito “oneri impropri”,
ovvero i contributi che i datori di lavoro versano per assicurare ai
lavoratori i trattamenti per la malattia, la maternità e gli assegni
familiari.
In
aggiunta il Governo non cessa di proporre la chiusura delle finestre
per l’uscita in pensione, di anticipare la fine delle pensioni di
anzianità, senza parlare della recente proposta di innalzamento
dell’età pensionabile per tutti a 68 anni.
La
conclusione è i risparmi a favore delle imprese per favorire la loro
disponibilità a cedere il nostro TFR lo pagheremo ancora noi con
ulteriori tagli alle pensioni pubbliche, alle coperture per
malattia, maternità ed assegni familiari.
E’
stato stimato che l’intera operazione avrà un costo per lo Stato
pari a non meno di 3 miliardi di euro a cui vanno aggiunti
712 milioni di euro all’anno di minori entrate fiscali che le
aziende cesserebbero di versare non avendo più in cassa il nostro
TFR, ed altri 200 milioni di euro per finanziare l’accesso al
credito per le imprese. Tutto a carico dello Stato (cioè nostro). In
definitiva, per perdere il nostro TFR dovremo pure pagare, e salato.
L'operazione
risulta infine, oltre che non conveniente, risulta così costosa da
farci domandare perchè, allora, tutte queste disponibilità
finanziarie che lo Stato è disposto a pagare per sostenere i fondi
integrativi non vengono invece utilizzati per sostenere e sviluppare
il sistema e le coperture della previdenza pubblica.
In realtà
l’obiettivo è sempre l’affossamento della previdenza pubblica.
Chi sostiene lo sviluppo dei fondi pensione integrativi, e quindi il
trasferimento del nostro TFR, lo fa dando per scontato che la
pensione pubblica, come sistema, debba andare progressivamente a
ridursi a mero strumento assistenziale. Noi siamo invece convinti
che la previdenza pubblica debba essere rilanciata, riaprendo la
discussione sui guasti prodotti dalle controriforme di questi anni,
rimettendo in discussione il sistema contributivo a favore di un
ritorno al sistema retributivo a ripartizione che meglio garantisce
la tenuta del fondo previdenziale pubblico e che meglio tutela il
carattere universalistico e solidaristico della previdenza.
Fare fallire quindi l’operazione sul trasferimento del Tfr è un
passaggio essenziale per tenere aperta la possibilità di riaprire
una nuova discussione sulla previdenza pubblica.
Vi
è inoltre un problema di giustizia sociale che va assolutamente
ripreso.
Tenere aperta la discussione sul rilancio della previdenza pubblica
vuol dire mantenere aperto l’obiettivo di una pensione dignitosa per
tutti e di una messa in discussione di quelle politiche di
flessibilità, precarietà salariale ed occupazionale che di fatto
concorrono all’affossamento della previdenza pubblica.
E’
fuor di dubbio (come anche il “Sole 24 ore” ha recentemente
riconosciuto) che l’Inps non naviga in acque così cattive come ci
vogliono far credere.
Certo ci sono problemi ma questi sono prodotti proprio dall’aumento
della precarietà, dall’evasione previdenziale, dalle politiche di
decontribuzione sostenute in questi anni, dall’utilizzo a piene mani
delle casse Inps (quindi dei soldi accantonati dai lavoratori) per
ripianare i debiti dello Stato (come la recente vendita degli
immobili Inps ha dimostrato). Sulla gestione Inps grava ancora il
finanziamento delle politiche di assistenza (Cassa integrazione,
invalidità, ecc) che dovrebbero essere invece a carico della
fiscalità generale.
Basterebbe mettere ordine a tutto ciò, separando nettamente dal
bilancio le entrate e le uscite per la previdenza dalle uscite per
l’assistenza. Tutto questo non si fa essenzialmente perché la scelta
è quella di sostenere lo sviluppo della previdenza integrativa, per
alcuni terreno fertile per enormi rastrellamenti di denaro a favore
di operazioni finanziarie, per altri ancora (I Governi) per
utilizzare le risorse Inps al fine di ripianare il bilancio dello
Stato, per altri ancora (i nostri sindacati) perché si considera
ormai persa una battaglia per una previdenza pubblica a carattere
universalistico e solidale, capace di garanire a tutti i lavoratori
una pensione dignitosa.
La
verità è sotto gli occhi di tutti: Vogliono continuare nella
liquidazione di un sistema pensionistico che funzionava praticamente
a costo zero, per sostituirlo con un altro onerosissimo, oltre che
inadeguato, e che pagheremo, con ulteriori erosioni salariali, e con
la riduzione delle prestazioni sociali e dei servizi.
Sono molte, tra
i lavoratori, le voci critiche contro questa politica. La Cgil deve
farsi rappresentante di quel bisogno di tutele previdenziali che i
lavoratori chiedono, soprattutto quelli costretti alla precarietà
occupazionale ai quali l’attuale sistema (e neppure con una
previdenza integrativa) può garantire una pensione dignitosa.
Già il monte
salari a carico dei lavoratori (anche la quota versata dalle imprese
è salario nostro) versato per finanziare la previdenza pubblica,
rappresenta un sacrificio importante, e non tutti i lavoratori
possono sostenere ulteriori riduzioni di salario per finanziarsi
anche una pensione integrativa che alla fine, se va bene, permette
di recuperare solo in parte i guasti prodotti con le ultime
controriforme previdenziali.
Per questo
riteniamo che la Cgil debba con forza ritirare le sue disponibilità
all’utilizzo del TFR dei lavoratori per finanziare il rilancio della
previdenza integrativa e riordinare invece la propria iniziativa
-
Per rimettere mano ai guasti prodotti dalla riforma Dini del 1995,
superando le differenze di trattamento tra sistema contributivo e
retributivo che dividono i lavoratori nelle loro aspettative
previdenziali, promuovendo l’unificazione per tutti attorno al
sistema retributivo a ripartizione che è l’unica garanzia per una
pensione dignitosa e costituisce un importante collante
solidaristico tra lavoratori giovani ed anziani.
-
Per dare maggiore solidità agli enti previdenziali pubblici
attraverso l’effettiva separazione nei loro bilanci tra le uscite
previdenziali (a carico dei contributi versati dai lavoratori) e
quelle destinate all’assistenza (che sono a carico della fiscalità
generale), recuperando l’ingente e sempre maggiore evasione
contributiva, combattendo lo sviluppo del lavoro precario,
cancellando tutte le forme di decontribuzione fino ad ora concesse a
favore delle imprese.
Delegate e delegati
della Cgil Lombardia
che aderiscono al
Comitato contro lo scippo del TFR
www.controloscippodeltfr.org
|