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La confusione non è
mai una bella cosa e diventa ancora peggiore quando la si crea
intorno ad un tema scottante come quello dell'economia, veicolandola
attraverso una marea di cifre e dati estrapolati dalle fonti più
svariate. Gli italiani hanno trascorso la primavera e l'estate
assumendo man mano piena coscienza di come il loro paese si trovasse
in una fase di grave recessione, dalla quale sarebbe stato molto
difficile uscire. Il messaggio è stato divulgato con ossessiva
ripetitività da tutto il mondo dell'informazione [Marco Cedolin].
Uomini politici,
esperti economisti, giornalisti di fama, opinionisti e mestieranti
vari si sono affannati per mesi, alternandosi fra i salotti
televisivi e la carta stampata, nello spiegarci che la situazione
era davvero molto grave.
La produzione industriale scendeva inesorabilmente, i consumi
interni si riducevano ogni giorno di più, il rapporto deficit - pil
continuava a salire, le prospettive a breve e medio termine si
rivelavano assai problematiche. Facevano da corollario al quadro che
si riempiva sempre più di tinte fosche anche i richiami da parte
dell' Unione Europea, sotto forma di moniti ad una migliore gestione
della finanza pubblica.
Oggi a solo un paio
di mesi di distanza, mentre il cielo bigiognolo d'autunno non ha
ancora dato spazio ai primi rigori dell'inverno incipiente,
scopriamo che un nuovo messaggio si sta materializzando, dapprima
timidamente, poi man mano con sempre crescente convinzione. Lo si
percepisce nei toni dei politicanti, nel diverso segno aritmetico
che caratterizza il valzer dei numeri e delle statistiche, prima
ancora che nell'agognata parola "ripresa" sussurrata da sempre più
voci.
Di segnali
incoraggianti, di ripresa ormai prossima, di aumento della
produzione industriale ed altre amenità sui generis, stanno in
questi ultimi giorni discorrendo quasi tutti. Non solamente gli
uomini del governo Berlusconi, costretti per ragioni di mero
utilitarismo ad enfatizzare ogni sia pur vago segnale di vita della
nostra economia moribonda, ma anche altri soggetti che ci avevano
abituati a discorsi di ben diverso tenore.
Parlano di ripresa
gli industriali che si erano sempre mostrati oltremodo scettici
sull'argomento, ne parla il presidente della Banca d'Italia Fazio i
cui giudizi erano da tempo pesantemente negativi, ne parla perfino
il leader della coalizione di centrosinistra (prossima a trasferirsi
dai banchi dell'opposizione a quelli del governo) Romano Prodi che
più di ogni altro aveva cavalcato per i propri fini elettorali la
drammaticità della crisi nella quale versava il paese.
E' impossibile non
rimanere a bocca aperta, con una sensazione a metà fra lo stupore e
l'incredulità, di fronte a questa sorta di metamorfosi subitanea
quanto imprevedibile che sembra caratterizzare il quadro economico
italiano, a maggior ragione se scandagliando gli avvenimenti degli
ultimi due mesi ci rendiamo conto che non è accaduto nulla, ma
proprio nulla in grado d'incidere anche solo minimamente sulla
congiuntura economica che stiamo attraversando, se escludiamo una
finanziaria modesta, ricca di tagli e povera di misure adatte a
porre le basi per una qualche forma di rilancio economico.
Non sono state
varate leggi per affrontare e risolvere il problema, né si sono
verificati a livello mondiale o europeo fatti importanti che
favoriscano in qualche misura il nostro paese. Da cosa nasce dunque
tanto improvviso ottimismo, anche da parte di chi si diceva
preoccupato oltremisura della drammatica situazione che
caratterizzava la nostra economia?
Se invece che in
Italia vivessimo altrove verrebbe voglia di rispondere che
probabilmente sia l'atteggiamento di qualche mese fa, volto ad
enfatizzare gli incontestabili dati che parlavano di recessione, sia
quello di oggi, tutto improntato a voler vedere fantomatici segnali
di una ripresa obiettivamente assai improbabile, nascano dalla
cattiva fede e da ragioni utilitaristiche proprie del mondo politico
e dell'informazione ad esso asservita. Ma per forza di cose viviamo
in Italia e siamo costretti a sperimentare sulle nostre spalle la
realtà che ci circonda, a prescindere da come essa venga raccontata
sui giornali.
La vera crisi
economica del nostro paese non è quella che ci è stata illustrata
per mesi, una crisi che parla il linguaggio erudito degli
economisti, manifestandosi attraverso gli asettici dati del rapporto
deficit - pil, della diminuita produzione industriale, della scarsa
competitività delle imprese nostrane impossibilitate ad investire
nell'innovazione.
Il rapporto deficit
- pil può essere corretto con relativa facilità attraverso le
politiche appropriate e buona parte delle imprese italiane,
soprattutto quelle di medie e grandi dimensioni non versano affatto
in una situazione di crisi. Molte di loro hanno anzi realizzato in
questi anni di globalizzazione utili faraonici, come conseguenza
della delocalizzazione, dell'evasione fiscale, della facilità nel
poter reperire in Italia lavoratori a basso costo, sottopagati e
sottotutelati, grazie alla legge 30 che ha legalizzato il mercimonio
delle risorse umane.
Anche i grandi
gruppi bancari, assicurativi, immobiliari, nonché la grande
distribuzione alimentare hanno vissuto e stanno vivendo un periodo
d'oro senza eguali, caratterizzato da un aumento esponenziale dei
propri utili.
Così come hanno
incrementato in questi anni a dismisura i propri introiti tutti
coloro che operano da protagonisti nell'ambito dello spettacolo,
dell'intrattenimento televisivo, dello sport agonistico, della
pubblicità.
La vera crisi
riguarda le persone normali, i milioni e milioni di lavoratori o
aspiranti tali che si sono improvvisamente trovati a dover gestire
una realtà economica per molti versi ingestibile. La disoccupazione,
a dispetto dei dati falsi ed offensivi dispensati dall'Istat, ha
continuato a salire vertiginosamente e ad essa si è affiancata una
vasta area di sottoccupazione caratterizzata da lavoratori
(interinali, part time ecc.) che percepiscono introiti annui
sufficienti forse a mantenere un animale domestico ma non certo una
persona.
Il potere d'acquisto dei salari di chi ha fortuna di lavorare a
tempo indeterminato si è ridotto negli ultimi 5 anni praticamente
alla metà, rendendo un lusso inarrivabile tutto ciò che prima
rientrava nella normalità. Una grossa parte dei piccoli commercianti
è fallita o si è vista costretta a chiudere la propria attività,
schiacciata dalla grande distribuzione e dal costante calo dei
consumi.
Molti piccoli
imprenditori agricoli sono stati stroncati dal mercato e da una
legislatura costruita a livello europeo con lo scopo di favorire
solamente la grande imprenditoria. I pensionati hanno visto la
propria capacità di spesa erodersi sempre più ed una grossa parte di
loro è impegnata in una quotidiana disperata lotta per la
sopravvivenza.
Un'abbondante fetta
della spesa delle famiglie italiane negli ultimi anni è stata
possibile solo grazie al finanziamento del credito al consumo,
facendo salire in maniera drammaticamente preoccupante l'indice
d'indebitamento. I giovani sono costretti a rimanere in famiglia
(anziché al lavoro) a tempo indeterminato, nell'evidente
impossibilità di trovare un'occupazione che gli permetta di
costruire una propria famiglia, come hanno fatto i loro genitori.
Per la prima volta
dal dopoguerra la società italiana sta economicamente regredendo in
maniera vistosa e vaste fasce di popolazione mantengono una vita
dignitosa solo grazie ai risparmi accumulati negli anni da nonni e
genitori. Per la prima volta dal dopoguerra il futuro non viene
visto dalla maggioranza in un'ottica di miglioramento della propria
condizione di vita, bensì come uno spettro carico d'incertezze e di
precarietà. Questa è la vera crisi e non è costituita da numeri e
percentuali ma da persone, con le loro vite e la loro dignità.
Persone che non riescono più a sopravvivere con i pochi soldi che
hanno in tasca e allora si barcamenano, riducendo all'osso i
consumi (a dispetto dell'ossessiva e martellante litania della
pubblicità) ed indebitandosi per quanto è loro possibile.
Da questa crisi,
recessione o catastrofe, comunque la si voglia chiamare, non si esce
ritoccando le cifre del pil e neppure finanziando l'innovazione e la
competitività industriale o i ricercatori, né attraverso il taglio
dell' Irap o la tutela dei marchi italiani d'eccellenza o una buona
dose di ebete ottimismo “Unieuro”.
La "Ripresa" quella
vera, per inseguire la quale andrebbero poste le basi fin da subito,
passa necessariamente attraverso la cruna di un ago, senza che sia
possibile prodursi in facili alchimie, falsi contorsionismi di
aritmetica e demagogia a buon mercato. La ripresa impone come
prerogativa imprescindibile il ritorno dei redditi delle famiglie ad
un potere d'acquisto tale da permettere loro di condurre una vita
dignitosa ed essere inseriti nel contesto sociale come soggetti di
consumo vivi e vitali. Tale prerogativa può essere ottenuta solo e
solamente attraverso una politica forte e decisa di redistribuzione
dei redditi che ripristini la sicurezza economica e la capacità di
spesa venute meno in questi anni per gran parte della popolazione.
Senza un intervento
radicale di questo genere la situazione continuerà a degenerare,
invorticandosi in una spirale perversa dove non avranno alcun peso
specifico il debito, il pil o la produzione industriale di un paese
ormai collassato.
Marco Cedolin
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