| Sarebbe questa l'idea di sviluppo e modernità? |
| di Giorgio Cremaschi |
Chissà se il microcosmo autoreferenziale della
politica e dell'informazione avrà tempo di provare a capire cosa sta
avvenendo in Valle Susa. C'è da dubitarne visto il silenzio e il
disinteresse che accompagnano tante vicende sociali del nostro paese,
ad esempio il contratto dei metalmeccanici. Tuttavia consigliamo
caldamente al mondo della poltica e dell'informazione di buttare uno
sguardo verso il Piemonte, visto che la mobilitazione popolare contro
la Tav segna un passaggio fondamentale nella storia dei movimenti nel
nostro paese.
Negli ultimi anni abbiamo avuto grandi mobilitazioni popolari sui
problemi dell'ambiente. Ma hanno toccato in generale zone povere del
Mezzogiorno del nostro paese. Da Scanzano, a Salerno, ad Acerra, ci si
è ribellati perché si voleva scaricare e concentrare là una questione,
quella dei rifiuti, che richiede ben altri e più solidali livelli di
intervento. Mai però il Nord era stato così direttamente coinvolto
nelle contraddizioni dello sviluppo liberista.
La ribellione della Valle Susa segna quindi un passaggio decisivo,
perché coinvolge popolazioni e territori con livelli di sviluppo tra i
più elevati. Il no alla Tav coinvolge i contadini, i residenti, coloro
che sono immediatamente interessati alla salvaguardia dell'ambiente e
del turismo, ma anche i metalmeccanici delle tante piccole e medie
industrie della valle. Anzi, è proprio dai metalmeccanici della Fiom
che è venuta la disponibilità e la richiesta di uno sciopero generale
che coinvolga tutta l'area. Poi le rappresentanze sindacali unitarie
di tutte le aziende si sono autoconvocate e, assieme alle popolazioni,
hanno chiesto a Cgil, Cisl e Uil di organizzare per il 16 novembre lo
sciopero generale. Finora le risposte non sono esaltanti, ma non
importa perché è chiaro che lo sciopero ci sarà.
Ancora una volta la questione del modello di sviluppo e quella della
partecipazione democratica, di chi decide e con quale consenso, sono
profondamente intrecciate.
I cittadini e gli operai della Valle Susa non sono disposti ad
accettare che, per i prossimi 12-13 anni, i loro luoghi di vita e di
lavoro siano trasformati in una trincea fangosa. C'è da domandarsi: è
stato fatto il conto del prezzo che pagano queste popolazioni? In una
società sempre più afflitta dal mito della contabilità, dalla
trasformazione in conti e costi di ogni bene e relazione sociale,
qualcuno si è messo a calcolare quanto costa il fatto che per tanti
anni un'intera valle sia inagibile? E naturalmente questo senza fare
il conto dei rischi per la salute, se verrà confermato che lo scavo di
una galleria di ben 52 chilometri, porterà alla luce uranio, amianto e
altri materiali nocivi, magari da scaricare in qualche provincia del
Mezzogiorno d'Italia. Qui c'è tutta la miopia di un modello di
sviluppo che trascura le persone e l'ambiente, salvo poi farci pagare
drammaticamente i costi di questa trascuratezza.
L'8 novembre sciopereranno in tutta Italia i siderurgici per la salute
e la sicurezza nel lavoro. Sono milioni di reddito e di valore
prodotto che vengono a mancare, perché le aziende risparmiano sulla
salute. Alla fine i conti tornano sempre, e chi vuol risparmiare su
salute e sicurezza finisce per procurare costi complessivi ben più
pesanti.
Certo, sull'altro piatto della bilancia c'è il progresso, l'aumento
della velocità dei collegamenti con un mezzo più ecologico, quale il
treno. Ma siamo sicuri che guadagnare mezz'ora, quaranta minuti su
alcune tratte, valga la rinuncia ad investire su tutta la rete
ferroviaria normale? Perché è questo che sta avvenendo in realtà. I
soldi per l'alta velocità, per i mega investimenti che percorrono
alcune aree, sono sottratti a quelli per migliorare le tratte dei
pendolari, le carrozze, la frequenza dei trasporti pubblici in tutto
il paese. Pochi treni vanno più veloci, tutti gli altri sono più
lenti. Anche per questo i metalmeccanici lottano assieme a tutti gli
abitanti della Valle Susa. Perché sanno che un altro modello di
sviluppo, con meno Tav e più treni e carrozze per i pendolari, darebbe
anche a loro più lavoro.
Sono dunque tante le ragioni che ci fanno dire che i soldi della Tav
potrebbero essere spesi meglio, sia dal punto di vista ecologico, sia
da quello dello sviluppo industriale ed economico, ma in ogni caso c'è
la questione fondamentale della democrazia.
Come si può pensare di trasformare un'intera valle in una miniera a
cielo aperto senza il consenso delle popolazioni interessate? Certo il
governo di destra risponde con l'arroganza ottusa dei suoi ministri e
con le cariche della polizia. Niente di che stupirsi. Ma gli altri
cosa fanno? Cosa fanno le amministrazioni di sinistra che governano il
comune e la provincia di Torino, la regione Piemonte? Davvero questi
amministratori sono così miopi da pensare che a forza di braccio di
ferro la si spunterà? Che le ruspe, oramai simbolo del moderno
riformismo autoritario, prima o poi ripristineranno la legalità?
Se anche la Tav fosse l'opera più importante per il nostro paese,
magari assieme al ponte di Messina, si dovrebbe discutere con i
sindaci e le popolazioni, sentire le loro ragioni, affrontare i loro
problemi. Invece no, nella migliore delle ipotesi si trattano i
cittadini in lotta come inevitabili vittime sacrificali del progresso.
Quando non li si accusa di essere retrogradi o strumentalizzati dai no
global. Insomma, non si vuole capire. Il palazzo, mai tale parola è
stata purtroppo così vera, va avanti, incurante di tutto.
La politica ha una insostituibile funzione, quella di rappresentare.
Se rinuncia ad essa, è giusto che si riduca ad avanspettacolo da
talk-show. E anche l'informazione, se diventa pura eco salottiera di
questa politica autoreferenziale, rinuncia a se stessa. Ecco, oggi in
Valle Susa, come in realtà in tutto il paese, è in gioco il
significato stesso della politica democratica. Cioè di quella sfera
dell'azione umana che nasce dal concetto stesso di cittadinanza. Se la
politica si separa dalla cittadinanza, allora diventa pura tecnica di
potere, utile magari per il mercato, ma estranea a gran parte di noi.
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| 4 novembre 2005 |
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